Margherita Pusterla

A book by Cesare Cantù.

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CAPITOLO PRIMO.
LA PARATA.
Entrando il marzo del 1340, i Gonzaga signori di Mantova avevano aperta una corte bandita nella loro città, con tavole disposte a chiunque venisse, con musici, saltambanchi, buffoni, fontane che sprizzavano vino, tutta insomma la pompa colla quale i tirannelli, surrogatisi ai liberi governi in Lombardia, procuravano di stordire i generosi, allettare i vani, ed abbagliare la plebe, sempre ingorda dietro a queste luccicanti apparenze.
Fra i tremila cavalieri concorsi a quella festa con grande sfoggio d' abiti, colle più belle armadure che uscissero dalle fucine di Milano, con destrieri ferrati persino d' argento, v'erano comparsi molti Milanesi per fare la corte al giovinetto Bruzio, figliuolo naturale di Luchino Visconti, signor di Milano. Sono fra essi ricordati Giacomo Aliprando, Matteo Visconti fratello di Galeazzo e di Bernabò, che poi divennero principi; il Possidente di Gallarate, il Grande de ' Crivelli, e sovra gli altri segnalato Franciscolo Pusterla, il più ricco possessore di Lombardia, e sarebbesi potuto dire il più felice, se la felicità potesse con beni umani assicurarsi, e se da quella non fosse precipitato al fondo d' ogni miseria, come il processo del nostro racconto dimostrerà[2 ].
Questi campioni milanesi avevano riportato il premio della giostra ivi combattutasi, il quale consisteva in un superbo puledro del valore di 400 zecchini, nero come una pece, colla gualdrappa color di cielo, ricamata ad argento; in un altro, mezzano di grossezza, baio di colore e balzano di due piedi: oltre a due abiti, uno di scarlatto, l' altro di sciamito foderato di vaio. Per farne mostra, erano i vincitori girati trionfalmente per Cremona, Piacenza e Pavia, donde s' erano vôlti dalla patria, appunto il 20 Marzo dell' anno predetto. Liete accoglienze ricevevano per tutto, poichè un istinto dominante e pericoloso dell' uomo fece al valore fortunato tributare rispetto ed ammirazione in ogni tempo, ma più ancora in quello, tutto di forza materiale. I signorotti poi vedeano volontieri che il coraggio si esercitasse in tornei e finte battaglie, come in altre età videro volontieri sfogato l' umore curioso e contenzioso in fazioni da teatro e in letterarj garriti. Perciò anche da Milano uscì ad incontrare i prodi una cavalcata della Corte e de ' più nobili, che ricevutili nello splendido castello di Belgioioso, voltarono con essi alla città.
Entrati con solenne pompa per la via di Sant'Eustorgio, attraversato quel sobborgo, già cinto di mura e chiamato la Cittadella, vennero alla porta Ticinese, che si apriva laddove ora è il ponte sul canale Naviglio. Quel canale segna ancora la fossa che, larga quanto è ora la strada, aveano scavata attorno alla risorgente patria i Milanesi per difendersi dal Barbarossa: e col cavaticcio avevano formato un terrapieno (il Terraggio ), unico riparo ma bastante quando ogni cittadino era guerriero,--guerriero per la patria e per la libertà. Ma pochi anni prima di quello di cui scriviamo, Azone Visconti aveva in quel luogo fabbricato la mura, lunga in giro diecimila braccia, con saracinesche e ponti levatoj a ciascuna delle undici porte, incoronata di cento torri e di migliaja di merli.
Passati i cavalieri per l' arco, che tuttavia sussiste a malgrado dei novatori, costeggiarono le famose colonne di San Lorenzo, logora e venerabile reliquia romana, e giunsero al crocicchio, detto Carrobio perchè dava luogo ai carri, qualità allora comune a poche vie. Il vulgo, sospendendo i lavori, traeva a quello spettacolo, invitato dal festoso sonare dei banditori della città, i quali, tutti in rosso, colle trombe d' argento, insieme coi sei portieri in corsaletto a quarti di bianco o scarlatto, e coi mantelli del colore istesso, precedevano la comitiva, togliendosi in mezzo il banderajo, che portava il gonfalone cogli stemmi delle varie porte, distribuiti attorno alla vipera nera in campo d' argento. E--Chi è quella signora tutta a velluto e oro ? » -- domandava qualche fanciulletto.
-- È (gli rispondevano i genitori ) è la signora Isabella del Fiesco, moglie di quel là, tutto lucente di acciajo, con sul cimiero una biscia che mangia un figliuolo cattivo. Si chiama il signor Luchino, nostro padrone. Vedi mo fortuna nostra d' avere un padrone così valoroso e una sì bella padrona !
-- E vedete (soggiungeva un compare maliziosamente pigiando col gomito ) che occhiatine ella si ricambia col bel Galeazzo.
--Eh eh! (replicava un terzo strizzando l' occhio ) gli è un pezzo che se la intendono zia e nipote ».
Qui cominciavano a leggere sulla cronaca scandalosa, e contare i torti, con cui la signora Isabella ricambiava i torti che riceveva dal marito. Luchino in fatto, senza una vergogna al mondo, veniva dietro circondato dai suoi figliuoli Forestino, Borsio e il già nominato Bruzio, partoritigli da diverse madri.
Luchino nasceva dal Magno Matteo, quello che, dopo dell' arcivescovo Ottone Visconti, col valore e colle brighe aveva ottenuto il dominio di Milano sotto il titolo di Vicario dell' Impero, poi di capitano e difensore della libertà. A Matteo era successo nel comando Galeazzo, a questo il figlio Azone, e morto lui, Luchino era stato, il 17 agosto dell' anno precedente a questo, assunto signore dal consiglio generale de ' Milanesi. Ma perchè poco bene prometteva la sgovernata gioventù di lui, consumata a correre avventure fra libertini, gli avevano dato a compagno il fratello Giovanni, vescovo e signore di Novara.
Mostrerebbe conoscere pur poco il popolo chi si meravigliasse perchè, sapendolo un tristo arnese, non avessero eletto tutt' altri o nessuno.
Quando Luchino si trovò in potere, parte coll'astuzia, parte colla prepotenza, eliminò il fratello, che, prete, credenzone e voglioso di godersi i vantaggi di una lauta fortuna e di una rara avvenenza, abbandonò ad esso ogni pubblica cura.
Luchino, ricchissimo di quel valore militare che può associarsi con tutti i vizj e sino colla viltà, austero men di lingua che di fatti, scarso nel promettere, saldo nel mantenere, spedito nel prendere una risoluzione e nell' effettuarla, molto paese acquistò, nulla perdette: non sentì benevolenza per altri che pe ' suoi bastardi: non perdonò mai, mai non si fidò in chi una volta avesse offeso: ma per dissimulare o l' odio o la vendetta, per seguitare con lunghi giri una preda, per consumare un' iniquità col più ipocrito aspetto di giustizia, pochi l' eguagliarono fra i signori di sua casa, che pur sapete se ve ne furono di tristi.
Di giustizia gli meritò lode l' aver liberato il paese dai ladri, frenato le prepotenze dei feudatarj, dato eguale ascolto a Guelfi e Ghibellini, chiamato i nobili al par de ' plebei a sopportare le pubbliche gravezze. Ma in quel che riguardava lui stesso, aveva intitolato giustizia il proprio interesse. Fu unico in ciò ?
Semplice era la sua politica: conservarsi ad ogni costo. Tornava opportuno il dar favore al commercio, alle arti ? lo faceva. Conveniva meglio la guerra ? la rompea, che che lagrime e che che sangue dovesse costare. Secondo il credea buono, favoriva letterati e poeti, ovvero ergea patiboli, empiva prigioni. Considerandosi come un custode di belve che lo sbranerebbero appena cessasse di mazzicarle o di mostrarsi necessario al loro sostentamento, ai buoni, cioè ai vili, comparire unico autore della pubblica felicità; coi malvagi, cioè con quelli che osassero guardare nei fatti suoi, esacerbava per calcolo la naturale e dissimulata fierezza: spie, giudici comprati, forza armata davano tratto tratto dei buoni esempj: cioè accusando, incarcerando, ammazzando, insegnavano agli altri a dimenticare le libertà un tempo godute, a credere unico dovere del capo il comandare, unico diritto dei sudditi l' obbedire.
Non però sempre violenti erano i mezzi, da Luchino messi in opera, e sembra che i Milanesi o non avvertissero o trovassero piacevole quell'altro suo accorgimento di domarli corrompendoli. Al vulgo feste, baccani, taverne, bordelli; ai nobili giovani, i cui costumi severi e riflessivi gli avrebbero fatto ombra, offriva alla Corte esempj e comodità di dissolutezza, affinchè, chiuse le vie alla gloria ed agli onori, badassero a cogliere il fior della vita fra spassi e gavazze.
Narrano che questa via lo guidasse più presto e meglio alla meta.
Nè la coscienza taceva in lui: ma ne soffocava o illudeva la voce con pratiche devote: recitava ogni giorno od ascoltava l' uffizio della Madonna; teneva a tavola spesso i suoi cani, ma altre volte vecchi e pitocchi, ai quali con fastosa umiltà ministrava egli stesso: mai non mangiò che cibi quaresimali al sabbato e ne ' giorni comandati; tassò le spese dei funerali, e stabilì gravi pene contro i medici che visitassero tre volte un malato senza farlo confessare.
Che i sudditi lo amassero glielo ripetevano cagnotti, ambasciatori e poeti: quanto egli sel credesse potevasi argomentare dal giaco di maglia che mai non deponeva, dalle raddoppiate guardie, e da due enormi alani, che, come i soli non capaci di desiderare miglioramento nè libertà purchè mangiassero, si teneva ai fianchi dovunque andasse.
Pure, al veder le dimostrazioni che gli facevano in quel tragitto per la città, avreste potuto supporre Luchino un padre del suo popolo. E non tutte dovevano dirsi adulazioni e vigliaccheria. Nessun governo si che sia tristo affatto, nessuno che non profitti a qualche classe. I Lombardi erano corsi attraverso un' età d' interne turbolenze, ove la libertà, acquistata a prezzo di sangue e di sforzi generosi, erasi andata guastando tra fraterni dissidi, ire di fazioni, soperchierie di prepotenti: talchè, stanchi d' un assiduo tempestare ove il grosso del popolo arrischiava tutto senza nulla vantaggiare, vedeano di buon occhio un governo robusto che poneva un freno a tutti, si avvezzavano a chiamare pace la comune servitù, come la chiamavano libertà quelli che ne facevano il fatto loro. Luchino, inoltre conferiva gl'impieghi quasi solo a nostrali, talchè seimila cittadini vivevano sopra i pubblici stipendj: nella carestia che allora affliggeva il paese, quarantamila bisognosi erano mantenuti a spese della città: della città dico, non del principe: ma il popolo è sempre disposto ad attribuire a questo i beni come i mali che prova.
Quanto ai nobili, erano impazzati nel tempo che regolavano il pubblico interesse: ciascuno amò sè più che la patria, più le proprie soddisfazioni che le comuni libertà, più il comodo che la gloria, più la vita che la virtù: ora mangiavano del cibo che s' erano preparato. Alcuni, vedendo di non potere nè sopportar così, nè volgere in meglio la sorte del loro paese, o viveano ritirati in violenta pace, od uscivano in esteri paesi: col che più libero lasciavano il campo all' ambizione di coloro che, non più nella patria, ma alla Corte cercavano primeggiare, operando non all' utilità di tutti ma di quel solo da cui ricevevano o speravano lustro e ricompense.
Se non che Luchino, o insospettito o geloso, aveva dato lo sfratto a tutti coloro che erano stati in auge sotto di Azone, per attorniarsi di nuova brigata sul far suo, compagni alle sue giovanili dissolutezze, disposti a fare com' egli voleva e peggio. Nella cavalcata che noi descriviamo, si potevano discernere i nuovi dagli scaduti al rimanere quelli vicini al principe, e tal ora accostategli pronunziando qualche parola; allo sfoggiare in pompa di codardia; allo stringersi fra loro baliosi, e celiare, e sbizzarrire sui briosi palafreni; mentre gli altri si tenevano estremi, taciturni e fra loro scambiando qualche parola sommessa e dispettosa. La plebe naturalmente supponeva senno, valore e prudenza nei favoriti dal principe, il contrario negli altri: sberretteva i primi, assomigliava gli ultimi a patarini e scomunicati; e tenuta indietro dal ceffo arcigno del tedesco Sfolcada Melik, capitano alla guardia del corpo di Luchino, sbirciando sott'occhio quel muso baffuto, gridava:--Viva il Visconti, viva il biscione ! »
Senza discernere gl'infimi dai sommi, tra la parata galoppava un buffone, razza di cui ogni Corte era provvista e più lautamente la milanese, che in simile genia spendeva ogni anno trentamila fiorini[3 ]; -- ottimo uso delle pubbliche entrate. Vi facevano costoro l' uffizio, che altre volte adempirono i poeti e sempre gli adulatori; lisciar i padroni, far ridere alle proprie spalle, trattenere con imbecillità corruttrici e velar l' orrore d' un delitto sotto la vivacità d' un' arguzia. Se non che (tanto in ogni istituzione vanno misti il male e il bene ) in mezzo ai loro lazzi avventuravano qualche verità, che altrimenti non sarebbe giunta fino alle orecchie dei gran signori. Grillincervello, come chiamavasi il buffone di Luchino, copriva la zucca monda con un berretto bianco a cono, sormontato da un cimiero scarlatto a guisa di una cresta di gallo; con due brache e un farsettaccio di traliccio larghi e sciamannati, con enormi bottoni e ciondoli sonori; ed impugnava un bastone, il cui pomo figurava una testa di pazzo colle orecchie asinine. Messosi per isproni due ravanelli (fabbrica di Pavia, com' esso diceva ), stuzzicava con essi un orecchiuto destriero di Barlassina (altra sua frase ), tutto a fiocchetti e sonagliuzzi; e colla bocca atteggiata sempre a un riso fra idiota e maligno, con certi occhi sgranati e guerci, saltabellava di qua, di là, or dando la caccia ai porcelli e alle galline che liberamente pascolavano per le vie; ora ficcandosi attraverso ai passi del terzo e del quarto, e scagliando a questo un motto, a quello una zaffata. Farfogliando al Melik qualche frase mezzo tedesca, gli tirava i severi mustacchi, e mentre colui, senza scomporre di sua gravità, gli assestava una sciabolata di piatto, egli era guizzato un pezzo lontano. A Matteo Salvatico (scrittore dell' Opus pandectarum medicinæ, la più diligente opera intorno alla virtù delle erbe ), il quale, secondo il lusso de ' medici, cavalcava con un vestone di porpora e preziosi anelli e sproni dorati, il buffone, facendo al suo somarello un cenno ch'io non voglio descrivere, diceva:--Toccagli il polso »; poi indirizzandosi all' astrologo Andalon dal Nero, altro mobile indispensabile delle Corti d' allora, il quale procedeva contegnoso e sopra pensieri, gli batteva in sulla nuca, dicendo:--Questa non te l' avevano indovinata le stelle ».
Lo udiva Luchino, e ne sorrideva, sinchè, passato appena il palazzo che egli aveva eretto per propria abitazione da privato in faccia a San Giorgio, ed inoltrandosi fra la turba che, presso alla chiesa di Sant'Ambrogino in Solariolo, affollavasi al mercato, o come dicevano, alla Balla degli olj e dei laticinj, cominciò a fissare gli occhi sopra una signora, che stava sur un terrazzino, sporgente dalla torre in angolo della via che di là mette a Sant'Alessandro. Questa era Margherita Pusterla, anch' ella di casa Visconti e cugina del principe, ma troppo da lui dissomigliante. Erasi fatta ad osservare il corteggio, non per capriccio di femminile curiosità, ma per cercare fra questo il marito suo Franciscolo Pusterla, uno, come abbiam detto, dei vincitori della giostra, e che teneasi in fondo tra gli scontenti. La dama, la quale era tutto il bello che dev'essere l' eroina d' un racconto, reggeva sulla spalletta del verone un caro fanciullo di forse cinque anni: e tendendo la destra candida e morbida come di cera, gli additava lontano un cavaliero superbamente vestito e montato, alla cui vista il bambino, trasalendo di gioia fra il seno e le braccia materne, esclamava:--Babbo ! babbo ! » e con ingenuo vezzo infantile sporgeva verso quello le braccia. Assorta in quest' episodio di famiglia che per lei era tutto, la Margherita non poneva mente nè agli applausi del vulgo, nè alla pompa del corteo, nè agli occhi che ammiravano la sua bellezza, nè a Luchino, sebbene questi, allorchè fu sotto al balcone, avesse rallentato il passo, e fatto sbraveggiare e atteggiar vagamente il superbo stallone bianco che cavalcava, bramoso di attirarsi uno sguardo della bella.
Ma invano: onde una nube di dispetto gli passò sul volto severo. Se non che Ramengo da Casale, uno dei cortigiani sempre disposti a piaggiare, qualunque essa sia, la passione dei potenti, si fece accosto a lui, ed inchinandolo con adulatoria sommessione, esclamò:--Se vuolsi trovare qualcosa di grande negli uomini, o qualcosa di bello nelle donne, è forza ricorrere al nome de ' Visconti ».
Luchino, non mosso dall' incensata che come uomo avvezzo alle vigliaccherie, rispose:--Sì: ma a costei pare che puta il nostro cognome: nè voi altri fra quanti siete sapeste mai farne belli i circoli nostri.
--Vero! (ripigliava Ramengo ) Ella è tanto schifa ed orgogliosa quanto bella ed aggraziata. Ma più la vittoria è difficile, più torna a onore, e ad un sospiro del principe qual ritrosia durerebbe ? »
Guizzò fra loro il buffone, e ghignando beffardamente sul viso dell' adulatore, poi di Luchino, disse a questo, vagliando la persona in modo da sonar tutto:--Non dargli ascolto, padrone; leccane i barbigi, che non la è carne pe ' tuoi denti.
-- E perchè no, sfacciato ? » saltò su mezzo in collera Luchino.
-- Perchè no », ripetè il mariuolo, e toccata la cavalcatura, in un batter d' occhio fu lontano, mentre Luchino, senza curare nè le piacenterie dei cortigiani, nè i viva del popolo, seguitava innanzi a rilento, volgendosi tratto tratto verso la signora Pusterla. Essa invece non distoglieva gli occhi dal marito, il quale procedeva fra un giovine e un frate, che pedestri uscitigli incontro, l' accompagnavano discorrendo. Il giovane era tutto fuoco nel gesto, negli sguardi, nel favellare; la faccia dell' altro, composta a gravità severa e pur dolce, annunziava una lotta profonda ma calma tra la violenza dei sentimenti e la robustezza della volontà; e nella fronte facile a corrugarsi, nelle guance scarne e affossate, nel labbro serrato, portava il marchio onde la sventura impronta le sue vittime, quasi per dar loro la consolazione di conoscersi a vicenda, e di allearsi per reggerle incontro.
La rincrescevole attenzione e il frequente rivolgersi del principe non isfuggirono al Pusterla, il quale, voltosi ai non meno accorti compagni, domandò loro:--Vedeste ?
-- Vidi », rispose il frate chinando le ciglia in atto di persona abituata a gravi pensieri.
-- Sfacciato ! » saltava con occhi sfavillanti il giovane.--Quest'altra ci mancava ! Ma che non può aspettarsi da un tiranno ? Oh perchè non ci ha a Milano cento persone deliberate al par di me ! E voi, oh perchè non vi risolvete, signor Francesco, di far suonare alto il vostro nome e metter fine alle servitù della patria ed all' obbrobrio comune ? »
Franciscòlo Pusterla col gesto e colla voce imponeva silenzio ad Alpinòlo (quest' era il nome del garzone ), mentre il frate, colla posatezza abituale alle persone costrette a riflettere, a concentrarsi, a vivere in sè, diceva:--All'uomo scontento rimane un partito ! spiccarsi dai viziosi, e senza paventare la dimenticanza de ' suoi concittadini, cercare nella dignitosa ilarità de ' domestici affetti la pace e la sicurezza della coscienza e del proprio onore. Così ha saputo fare tuo suocero Uberto Visconti: così avresti a far tu: e mille segni ti mostrano che n'è venuta l' ora. Con un tesoro qual è la tua Margherita, non è angolo del mondo così riposto, non solitudine così romita, che non ti possa convenire in un paradiso ».
La voce del frate erasi animata a questo parlare, come anche il color delle guancie; egli se n'avvide, chinò il capo e tacque. Ma Franciscòlo, punto non mostrandosi convinto alle parole dell' amico:--Sì, frà Buonvicino (diceva ); ritirarmi, questo è il sogno delle mie veglie. Ma poi? cos' è mai un uomo fuor degli affari ? Come parrei dirazzato da ' miei padri, sempre attenti alle pubbliche cure ! Finchè il signor Azone governò, sai se continuamente adoperai al bene della mia patria; sai se fin d' allora ho usato ogni maniera di riguardi dilicati a questo Luchino, benchè fosse in urto collo zio, nella fiducia che, giungendo alla sua volta al comando, me ne saprebbe buon grado, mi terrebbe fra ' suoi vicini, e così potrei dirizzarlo al meglio comune. Or vedi frutto ! Appena impugnò quel bastone del comando, che tanto noi oprammo, per affidargli, non che dimenticare i meriti nostri recenti, fino gli antichi pare ci ascriva a colpa: e sbalzati noi tutti, si è posto attorno gente nuova e plebea, assurda consigliera, insana adulatrice, feccia tale, che mille miglia ne vorrei esser lontano, se non mi trattenesse la speranza di tornar utile alla famiglia mia, ed ai miei concittadini ».
Applaudiva Alpinòlo a quel risentito parlare: ma frà Buonvicino, avvisando che, sotto al velo dell' utile pubblico, s' ascondevano l' ambizione e un naturale, che, non sapendo provare godimenti se non nella tempesta, metteva a pari la calma e la morte, trovava facilmente come ribattere le apparenti ragioni dell' amico, ma non come destargli una virile vergogna: onde, qual persona usata a concedere indulgenza alle debolezze degli uomini per non essere costretto a doverle disprezzare, finiva col seguitarlo tacendo, finchè si divisero allo sbucare sulla piazza del Duomo.
Se però volete figurarvi al vero gli uomini di quel tempo, vestiti di ferro e di sfarzosi mantelli, e pellicce, e collane d' oro, e berretti a piume ondeggianti, e spadoni ai fianchi, ed enormi mazze ferrate agli arcioni, e sul guanto astori e falchi, non dovete collocar loro d' attorno queste fabbriche d' oggidì, le vie larghe, allineate, selciate che sasso non eccede, fiancheggiate da case a tre o quattro solaj, colle finestre simmetriche, protette da gelosie, con botteghe d' ogni lusso, con tutta quella bellezza che ha per carattere il gentile, e che rivela tempi quieti, gente educata a non pensare gran fatto all' avvenire. L' architettura, come sempre fa, erasi foggiata ai costumi e alle opinioni correnti, tutta solidità nei palazzi, nel resto appena quel che fosse necessario per riparare dalle intemperie la plebaglia, perpetuamente condannata a faticare e patire, giovare ed essere disprezzata. Alte e massiccie torri accanto a bassi tugurj, pareano simbolo della società, divisa in due condizioni, una altissima, infima l' altra. Le poche abitazioni che si elevassero sopra il pian terreno, s' intitolavano solari; e da uno appunto di siffatti aveva ricevuto il nome la chiesa di Sant'Ambrogino in Solariolo, che fu poi detto alla Balla, da un atrio ove, tre volte alla settimana, tenevasi mercato d' olio, di pollami e latticinj. Colà presso può vedersi ancora[4 ] uno di quei torrazzi, che ajutano l' immaginazione a ricostruire il Milano antico; e da non molto tempo fu diroccato l' altro che faceva cantonata alla via che volge a Sant'Alessandro. Formava esso parte dello splendido palazzo dei signori Pusterla, il quale distendeasi fino all' Olmetto e ai Piatti, in apparenza più di fortezza che di abitazione. Tutto di pietre tagliate, verso la strada non aveva che due finestre alte, protette da robuste inginocchiate, siccome chiamavano le ferriate sporgenti a pancia: grossi anelli impiombati nelle bugne offrivano la comodità di legarvi i cavalli, per salir sui quali erano disposti lungo i muri ed alla porta, dei dadi di granito; la porta chiusa con enormi battenti ferrati e col suo ponte levatojo, aprivasi sotto una torretta quadrata, posta in fondo alla via mozza, che ancora nominiamo Vicolo Pusterla. Sull' accennato torrione di angolo sventolava lo stendardo della famiglia, coll'aquila nera in campo giallo; e dal mezzo ne sportava il verone, sul quale si era mostrata la signora Margherita. I Pusterla, famiglia delle più nobili e la più ricca di Milano, avevano nei tumulti antecedenti parteggiato ora coi Torriani ora coi Visconti: Matteo Magno aveva sposata una figliuola di Filippo Torriani, dalla quale era nato il Franciscòlo di cui parlammo.
Trascorso quel palazzo, la cavalcata tirò innanzi per la via de ' Banderaj, detta poi de ' Pennacchiari, indi per quella che fu poi nominata dei Mercanti d' Oro per le botteghe dei tessuti d' oro e seta, introdotti appunto dominando Luchino[5 ]. Le vie erano state, fin dal 1272, solate a mattoni per taglio o acciottolate: poi il signor Azone aveva fatto scavare cloache per tenerle monde, e ordinato che restassero sgombre da sozzure e impedimenti: ma altro è ordinare, altro è essere obbedito. Ove le fitte case lasciassero un poco di largo, il sole versava la limpida sua luce: ma generalmente basse tettoje ed acuminate, sporgendo in brutta guisa, se salvavano dalla pioggia il pedone e gl'indifesi balconi, impedivano però il circolare dell' aria e davano sgradevole vista.
Dalle anguste o distorte vie mal argomentereste la miseria della città; che quanto anzi fosse ricca e popolosa ce ne indizio una statistica di quei giorni. Contava essa (per dirne alcun che ) tredicimila porte con seimila pozzi, uno più uno meno: quattrocento forni di pane, s' intende di mescolanza, che pel bianco n'aveva uno solo alla Rosa; mille taverne, oltre cencinquanta locande: tremila macine da molino, servite da seimila bestie da soma: a duecentomila salivano gli abitanti, di cui un quinto atti alle armi, ducento causidici, altrettanti medici, mille notaj, settanta maestri d' elementi, quindici di grammatica e logica, cinquanta copisti di libri, i Remondini ed i Bodoni di allora; oltre ottanta fabbri-ferraj e maniscalchi, quattrocento beccai, trecentottantacinque pescivendoli, trenta fabbricatori di sonagli, cento d' armadure, e innumerabili lavoratori, negozianti e ritagliatori di panni e di sete, per cui comodità si tenevano quattro fiere all' anno e mercati quotidiani.
Non accompagnerò in altre minuzie lo statistico, il quale sa fin dirvi che si consumavano in città ogni anno cinquantamila carra di legna, il quadruplo di fieno, seimilacinquecento staja di sale: ogni settimana si ammazzavano da settanta a ottanta bovi ingrassati; e al tempo delle ciliegie ne entravano sessanta carra al giorno; che nella sola città si numeravano seimila novecento quarantotto cani; fra la città e la campagna cento astori nobili e il doppio falconi, oltre sparvieri senza numero.
Io che, per prova, non mi fido alle cifre esibite dalle statistiche odierne, molto meno voglio spacciarvi per di fede queste d' allora: bastandomi vi diano in di grosso un' idea del quanto allora si vivesse diverso dal presente.
Ancor più diversi erano gli uomini che popolavano la Lombardia e tutta Italia. Prima di ogni altra nazione si erano alzati dall' invilimento, cui gli avevano ridotti le orde settentrionali: il commercio, le navigazioni, le ricordanze e i resti degli antichi municipj, la necessità della difesa, le lettere, la religione gli avevano ajutati a costituirsi in altrettante repubbliche quante erano le città.
La lotta degli imperatori tedeschi non fece che consolidare la civile e la politica libertà, fra cui si svilupparono le forze tutte del corpo, del cuore, dell' intelletto. Soldati valorosissimi, i più arditi marinaj, i più lauti negozianti, essi ridestarono la pittura, l' architettura, la poesia:--visitate l' Italia, e ad ogni città chiedete quando si cinse di mura, quando frenò o guidò quei fiumi, quando fabbricò quei porti, quelle ampie dogane, quei palazzi del Comune, quelle cattedrali, e tutte vi risponderanno che fu nei tre secoli de ' governi popolari, quando nell' integrità di sue forze, usciva dal feudalismo, e ricuperava il sentimento della propria esistenza. Prosperità originata dagli sforzi individuali di persone, che ciascuna credevasi qualche cosa da sè; onde l' impulso indipendente dei singoli produceva l' avanzamento di tutti. Caduti quei governi in mano de ' tirannelli, ben s' ingegnarono questi di soffocare quel vivo sentimento dell' individualità, ma il riuscirvi era serbato a tempi di pacata oppressione, in cui il popolo non fosse più valutato se non per la quota che contribuisce all' esattore.
Ma per allora, quelle cento repubblichette erano altrettanti centri di attività, di cognizioni, d' emulazione artistica e mercantile; sicchè, per tacere l' incontrastata primizia del sapere e dello arti belle, Italia da sola era più ricca di denaro che tutta la restante Europa: Romeo de ' Pepoli bolognese aveva col commercio acquistata una rendita di cenventimila fiorini cioè un milione e mezzo di franchi: Mastino della Scala dalle città sue traeva settecentomila fiorini, quanti appena ne ricavava dalle sue il più ricco re, quello di Francia; fra i Bardi e i Peruzzi di Firenze prestarono alla Corona d' Inghilterra sedici milioni e mezzo di franchi; e sì che allora il denaro era cinque o sei volte più raro d' adesso.
Dovrò io al lettore italiano domandare perdono se, qui sulle prime, svio dal soggetto per rammentare con compiacenza gli antichi vanti della patria nostra ? Pur troppo nel seguito del nostro racconto ci accadranno tutt' altro che piacevoli argomenti di digressione.
I Visconti a Milano, come gli altri signorotti, davano favore al commercio e all' industria; ma procuravano stornare il popolo dalle armi, conoscendo quale salvaguardia siano dei diritti in mano del popolo; e Luchino, col pretesto di alleviarli d' un peso, aveva dispensati i cittadini dalla milizia; sicchè godevano un riposo da gran tempo ignorato, senza accorgersi come ne patissero i diritti civili, sino ai quali la considerazione del popolo di rado s' innalza, o non mai.
Fra la plebe e il principe stavano i nobili, cioè i possessori delle terre; non genìa baldanzosa e prepotente, come nei paesi ove la feudalità conservava quell'antico rigoglio, che qui le era stato fiaccato dalle repubbliche. Anzi i nobili, da una parte facevansi amare dalla plebe proteggendola, spendendo, sfoggiando: dall' altra non recavano ombra al principe, perchè non vantavano annosi diritti, nè si stringevano in robusta federazione, nè andavano cinti di vassalli ligi ed armati così, da limitare il loro potere.
In tal modo viveano a fronte uno dell' altro il Comune, l' aristocrazia ed il tiranno, il quale, se era scaltro e di polso, profittando della superiorità che dona un potere costituito, far poteva liberamente ogni suo volere. In fatto, nella cavalcata che allora entrava in Milano, la plebe guardava e applaudiva; i nobili o piaggiavano o temevano; il principe, dando pane e feste a quella, mutando questi da feudatarj in cortigiani, facea suo pro dell' una e degli altri.
Da quelle callaje sbucò il corteggio sulla piazza, ove, mezzo secolo dopo, fu cominciato questo Duomo, e che poco prima Azone avea fatto sbrattare dalle botteghe e dalle baracche ond'era tutta ingombra. Accanto al tempio di Santa Maria Maggiore (rifatto ai tempi della Lega Lombarda coi giojelli offerti dal patriottismo delle brave Milanesi ) aveva egli fabbricato un superbo campanile, su cui campeggiavano le insegne dei Visconti, del papa, dell' impero, di Milano e di ciascuna delle porte, ma sì poco solido, che non guari dopo crollò, mentre ancora sussiste l' altro assai bello, da lui parimenti eretto a canto a San Giovanni delle Fonti, battistero dei maschi, che ora chiamiamo San Gottardo, come chiamiamo delle Ore la via che lo rasenta, perchè su quella torre appunto venne collocato il primo orologio di Milano e il secondo di tutta Italia.
Dove sorge il palazzo reale, stava allora quello dei dodici Savj della Provvisione, e avanti ad esso tenevasi mercato di vestiti ogni settimana. Lo spazio quasi occupato ora dal Duomo denominavasi Piazza dell' Arrengo, perchè vi si radunavano i cittadini finchè si governarono a popolo, per fare e per udire le arringhe intorno ai pubblici interessi. Colà il sincero amor patrio de ' pochi e l' ambizioso egoismo dei più lottarono lungamente, agitando tra varie fazioni il paese, finchè, sazj di quel tempestare, risolsero commettere il supremo comando ai Torriani, indi ai Visconti. Dei quali primo Ottone arcivescovo fu eletto signore, indi Matteo Magno, poi il costui figliuolo Galeazzo, da cui nacque l' Azone che più volte ci occorse di nominare in questa rassegna, che pur troppo sentiamo quanto a ragione i lettori potranno paragonare al passar delle immagini di una lanterna magica sulla parete, senza profondità e senza lasciare traccia.
Esso Azone, inteso a mascherare la servitù, aveva, oltre assai fabbriche cittadine, abbellito a meraviglia il palazzo, in cui, come in sua reggia, ora entrava Luchino. Una torre s' innalzava a molti piani, con camere, sale, corridoj, bagni ed orti: al piede innumerevoli stanze con doppie imposte e portiere e ori, che era una ricchezza a vedere; in un camerone, chiuso da una rete di fili di ferro, svolazzavano d' ogni razza uccelli; nè vi mancava un serraglio di orsi, babbuini, altre fiere, tra cui uno struzzo e un leone, lusso che parrà stravagante solo a chi non abbia pratica coi costumi di quel tempo. Ma non conviene tacere le pitture onde ogni cosa era adornata: un laghetto, in cui quattro leoni versavano acqua continuamente, e che figurava il porto di Cartagine, colle navi e tutto disposto per la guerra punica: in fine la chiesa, ricca di arredi pel valore di ventimila fiorini d' oro e di reliquie miracolose.
Fra questo lusso entrato il corteo principesco, un bellissimo giovane, d' occhi vivaci, lunga barba e capellatura cascante e anella sovra le spalle, splendido nel vestire quanto dir si potesse, e con gran piume ondeggianti tutt' in giro al capo, fu lesto a scavalcare, e dar braccio alla signora Isabella per ismontare dal palafreno. Era Galeazzo Visconte, il quale, susurrandole galantemente all' orecchio, l' accompagnò su per lo scalone con dietro tutta la comitiva.
E giunti alla gran sala, detta della Vanagloria, tanto splendida che altro non gridano le storie, mentre il buffone faceva inchini ad Ettore, ad Ercole, ad Azone, agli altri eroi in essa effigiati, la folla raccoglievasi in crocchi e capannelli per legare quella conversazione piena di parole e vuota di pensieri e di sentimenti, che formava e forma l' allettamento delle brigate; chiedevano e davano le notizie del paese, discorrevano della Corte dei Gonzaga, chi lodandola, chi tassandola: della maestria e de ' bei colpi dei nostri giostratori, ai quali, per quanto avessero fresca la memoria de la libertà, pure dava superbia un sorriso, un' approvazione del principe. A lui facevano particolarmente omaggio i messi delle varie Corti de ' tirannelli di Lombardia; e quello di Mantova singolarmente esaltava la cortesia e la bravura di Bruzio e di Franciscòlo Pusterla.
Il lodare quest' ultimo sarà parso una sinistraggine ai cortigiani consumati, che sapevano come poco egli andasse a sangue a Luchino; ma qual dovette essere la loro meraviglia, allorchè, su questo discorso, Luchino, avviatosi verso il Pusterla, più cortese che con loro non solesse, gli dirizzò la parola, ripetè le lodi dategli or ora dal Mantovano, e le molte che già soleva dargli Azone; e insinuatosi col genere di encomj che più lusinga, quelli che sono riferiti d' altrui bocca, entrò a ragionare con esso come con persona di cui facesse gran caso. E poichè n'ebbe con fina arte palpeggiate le passioni, in tono di confidenza gli soggiunse:--Franciscòlo, l' amicizia che in condizione privata ci legava, non l' ho dimenticata, siatene certo, nè aspettavo che l' occasione di farvene chiaro. Ora Mastino Scaligero, vedendo non potermi sopportare nemico, implora l' amicizia nostra. Una pratica sì delicata non conoscerei a chi meglio affidarla che a voi, saputo al pari nelle cose della pace e della guerra, ben voluto da quel potente, e capace di sostenere il decoro milanese in faccia ai forestieri. Innanzi che il mese finisca, vorrete dunque recarvi ad esso a Verona con nostre credenziali, che abbiamo ordinato di spacciarvi ».
L' animo del Pusterla, esacerbato contro di Luchino non tanto per la servitù cui aveva ridotto la patria, quanto per la trascuranza che di lui mostrava, e per trovarsi ridotto ad una nullità di rappresentanze e d' azione, che a lui pareva, non che indecorosa, infame, in un baleno si mutò a questo primo segno di favore, al vedersi oggetto di invidia fra ' cortigiani, cui forse testè era di sprezzo; ebbe dimenticato gli antichi oltraggi, dimenticato i propositi di solitudine e di ritiro, dimenticato il geloso sospetto che gli avevano desto i procaci sguardi di Luchino sopra la moglie sua; nè tampoco gli nacque dubbio che questo incarico fosse un' astuzia per rimoverlo e disonorarlo; e ringraziò il principe, accettando con riconoscenza. Tanto accieca l' ambizione !
E più lieto e baldanzoso tornò al suo palazzo, dove gli amici si erano raccolti per festeggiarlo. Alla Margherita, che gli correva incontro col figlioletto, appena rese l' abbraccio, ed esclamando,--Buone nuove », le raccontò la missione. Se ne congratulavano alcuni; ma quell'Alpinòlo che conosciamo, scosse il capo, esclamando:--Dalla vipera può venir altro che veleno ? » La Margherita poi impallidì e mostrando con un gesto eloquentissimo il loro Venturino,
-- Oggi appena (diceva al marito ) tu ritorni, e già vuoi abbandonarci ? V'è luogo migliore nella propria casa, compagnia più dolce che quella dei suoi domestici, missione più onorevole che quella di beare chi ci vuol bene ? »
Francesco le stringeva la mano amorevolmente, levavasi in collo il bambino, e si mostrava intenerito: ma quello spontaneo moto di natura rimaneva ben tosto compresso dal desiderio di figurare, dall' abito di cercare la felicità fuori di sè. Anche il frate, allorchè l' amico gliene portò la notizia nel convento di Brera, con ogni modo si adoprò per distoglierlo da quell'andata. La cella solinga e meditativa dov' esso abitava, pareva accordarsi alle ragioni ch'egli addusse onde persuadere Franciscòlo a togliersi giù dalle pubbliche brighe quando non poteano essere che scompagnate dal decoro e dal sentimento di un nobile dovere. Anzi, dopo che frà Buonvicino vide l' amico sordo a tutti gli altri argomenti, quasi per ricordargli le osservazioni di jeri, e per tentar quello che a lui pareva il più robusto, gli chiese:--E Margherita ? »
Pensò un tratto il Pusterla, poi rialzando il capo come un ostinato che pur voglia mostrare d' aver ragione, rispose:--La Margherita è un angelo. »
Il frate lo sentiva, e sentiva in conseguenza quanto disdicesse l' abbandonarla: pure non osò insistere su quel punto per non mettere a repentaglio la domestica tranquillità di Franciscòlo.
Ma chi era il frate, e perchè tanta parte prendeva alla sorte di questa famiglia ?
CAPITOLO II.
L'AMORE.
Buonvicino dei Landi, famiglia principalissima di Piacenza, da giovinetto era stato posto in Bologna agli studj, cui con fervore si dirizzava la gioventù della risorta Italia, trovando in essi un' altra via per salire colà, ove dapprima si giungeva solo colle armi e colla prodezza della persona. Tali studj si riduceano, è vero, a pedantesche regole di grammatica e di retorica, alla filosofia dei commentatori d' Aristotele, e alla cognizione delle Decretali; ma l' amor delle belle lettere e la ricerca dei classici latini ravvivata poteano, qualora trovassero terreno da ciò, far negli animi germogliare affetti e sensi generosi. Così accadde di Buonvicino, il quale appunto, su quei primi anni, pascendosi nei detti e nei fatti gloriosi degli antichi, sollevava l' animo sopra le minute gare del suo tempo. E sebbene ne traesse idee, lontane affatto dalla nuova civiltà, di quelle idee che pur troppo nocquero al felice ordinamento delle repubbliche italiane, però quel nome di patria, perpetuo tema degli scrittori romani, aveva infervorato la fantasia del garzone, il quale non ambiva se non di crescere cogli anni, per potere o nelle magistrature servir il suo paese, o difenderlo in campo.
Infelice! Gli anni vennero, ma con essi la sventura e i desolati disinganni, che così spesso tormentano le anime generose.
Piacenza sua patria era caduta in podestà di Matteo Visconti, poi di Galeazzo. Questo qua, meno astuto e più corrotto del padre, credeasi lecito ogni suo talento nelle città dominate; e per tacere altre soperchierie onde aggravò la servitù dei Piacentini, tentò disonorare Bianchina, moglie di Opizino Lando detto Versuzio, fratello del nostro Buonvicino. Mal per lui: giacchè nella donna trovò virtù, trovò vendetta nel marito: il quale, fatta un' intelligenza con alcuni fidati, abolì nella sua città il dominio dei Visconti, e la consegnò al cardinal Poggetto, legato del papa.
Buonvicino, su quell'età in cui si vagheggiano i sentimenti più che non si calcolino le circostanze, pieno delle idee del patriottismo antico, modificato dalle nuove che faceano guardare come straniero l' abitatore d' ogni altra città, e servitù l' essere signoreggiati dal vicino, appena ebbe fumo di quella pratica, accorse con buon numero di suoi condiscepoli, ed arrivò a Piacenza in tempo, come di giovar col valore, così di mostrare generosità. Perocchè, il giorno che scoppiò la rivolta, trovavasi in quella città Beatrice moglie del signor Galeazzo, col figlioletto Azone, alla salvezza del quale unicamente intesa, la madre lo fece trafugare, rimanendo essa in palazzo per non dar sentore della fuga, ed affrontando lo sdegno e la brutalità d' un popolo sollevato, purchè ne andasse salvo il bambino. Come la cosa fu nota a Buonvicino, rispettando e venerando gli affetti di una madre, non che impedire le fosse fatta violenza di sorta, egli medesimo la scortò sino ai limiti del distretto piacentino, quivi consegnandola sicura alle guardie del marito.
Accadea questo fatto nel 1322, e da quell'ora si rimetteva in Piacenza il governo a popolo, giacchè il dominio papale potevasi riguardare come una libertà, sì perchè i pontefici, sedendo allora in Avignone, non esercitavano da così lontano che una autorità di protezione, sì perchè erano stati fautori del franco stato, se non altro per isvigorire i Ghibellini, tendenti a scemare le franchigie lombarde a pro dell' Impero.
Negli otto anni successivi, Buonvicino maturò fra le generose cure d' una libera patria, coll'altezza di sentimenti che ispira il togliersi alla vita privata per vivere la pubblica, il curare meno le domestiche cose che le comuni; educazione che tanto contribuì a migliorare l' Italia durante le sue repubbliche.
Andava in quel mezzo ognora più in basso la fortuna dei Visconti, guerreggiati da Lodovico il Bavaro imperatore, il quale era sostenuto dai molti nemici che si erano procacciati, e da Versuzio Lando che non mai desistette dal combattere contro di essi; tanto che Galeazzo, Luchino, Giovanni e Azone finirono coll'essere chiusi nelle orribili prigioni di Monza, dette i Forni, ove stentarono dal 5 luglio del 1327 fino al 25 marzo del seguente.
Ma quando Galeazzo morì, e con lui cessò il mal animo eccitato nei popoli e nei principi, piegarono a meglio le cose dei Visconti: Azone, miglior del padre, gridato signore di Milano il 14 marzo 1330, pensò a ricuperare le città che aveva perdute, come di fatto riuscì con Bergamo, Vercelli, Vigevano, Pavia, Cremona, Brescia, Lodi, Crema, Como, Borgo San Donnino, Treviglio e Pizzighettone. Anche sovra Piacenza fissava cupidi gli occhi, ma il conseguirla non era così agevole impresa; poichè, tenendo essa la sua libertà a nome del papa, non avrebbe potuto il Visconti insidiarla senza venire in rotta con questo. Cominciò dunque la sorda guerra de ' politici tranelli, fece un capo grosso per non so che violazioni e rappresaglie dei Piacentini contra i sudditi suoi: minacciò, fu duopo mandare dei messi e degli ostaggi a Milano, fra i quali Buonvicino. Morto era il fratello Versuzio; morti i più vicini parenti; morti i più cari amici nelle guerre passate; aveva potuto vedere come all' atto gli affari riescano diversissimi da ciò che l' immaginazione figurava; vie più gli si disabbellirono le splendide fantasie di gioventù allorquando, venuto alla Corte milanese, conobbe con quanti viluppi e lacciuoli e coperte vie e secondi fini vi si guidassero i pubblici interessi; scaltrimenti che un' anima schietta neppure indovina, ma che i prudenti del mondo dicevano e dicono necessarj per reggere e prosperare gli Stati. Sulle prime egli si indispettì, s' infuriò anche; ma col lungo vederne, contrasse quella sentita melanconia che nasce dalla chiara cognizione di un fine, unita coll'impossibilità di raggiungerlo.
Del resto, in questa sua qualità media fra di ostaggio e di ambasciatore, ed anche per memoria del segnalato servigio reso alla signora Beatrice, Buonvicino era stato accolto e trattato con ogni onoranza; e sì egli, sì i compagni suoi, allogati presso le prime famiglie di Milano, colla speranza che l' ospitalità legasse le amicizie, e queste col tempo surrogassero ai rancori municipali quella che chiamavano universale benevolenza, e volea dire tolleranza del giogo comune. Buonvicino era stato appoggiato alla famiglia di Uberto Visconti, il quale abitava tra la via di San Clemente e una fornace di vetri posta in quella delle Tanaglie, dove poi venne allargata la piazza Fontana, e dove l' osteria del Biscione rammenta ancora gli antichi possessori.
Uberto Visconti, padre della Margherita da cui s' intitola il nostro racconto, sebbene, come fratello di Matteo Magno, fosse molto riguardato nella città, non partecipava però al comando, o che l' integro animo rifuggisse dal mescolarsi nei sozzi avvolgimenti della politica onde i suoi tendevano a conservare o crescere la signoria; ovvero che questi ad arte tenessero lontano un uomo, il quale si poco conoscevasi del mondo, che avrebbe preteso di gettare la parola di giustizia, fino a traverso ai passi dell' ambizione. Aggiungi che i Visconti, siccome ghibellini, cioè fautori dei diritti imperiali, erano sinistramente veduti dai papi, che coi Guelfi sostenevano i diritti della Chiesa e del popolo; e poichè le passioni politiche facilmente si avviluppavano cogli affari religiosi, accadeva non di rado che i Ghibellini professassero errori in fatto di fede, e i pontefici colpissero di pene spirituali i loro temporali nemici; e il popolo riguardasse come eretici anche coloro che contrariavano le mire terrene dei papi.
Quindi non poche anime timorate si faceano coscienza di seguitare la bandiera del Biscione: ed Uberto non favoriva i parenti suoi che repugnante, e quel tanto solo che pareva esigere il suo decoro e la fede di cavaliero. Però in una mischia avvenuta in Milano quando, nel 1302 i Torriani fecero un estremo sforzo per rientrarvi, Uberto era stato abbattuto da sella, e lì tra la folla e sotto ai piedi dei cavalli, si era per alcuni minuti vista la morte ad un pelo. Onde avea promesso alla Madonna di smettere le armi, impugnate per causa non giusta; ed avea creduto effetto di quel voto la generosità, colla quale un capo de ' nemici, Guido della Torre, gli aveva dato mano a sorgere, tornar a cavallo e camparsi, dicendogli:--Non sia mai vero ch'io di cittadini pari tuoi privi la patria mia, che fortunata se molti ne contasse ».
Allora Uberto si tolse dal parteggiare pei Visconti, tanto che questi disgustati lo confinarono ad Asti, poi richiamato, gli conferirono di quegli onori che possono contentare l' amor proprio senza crescere l' ingerenza; come l' andare podestà in questo o quel Comune, accompagnare a Roma l' imperatore, sostenere ambascerie di complimento.
I Visconti invece vennero in aperta rottura col papa; talmente che il cardinal legato, spiegato il vessillo delle sante chiavi sopra il solajo del suo palazzo in Asti, predicò che qualunque uomo o donna lo seguitasse per distruggere Matteo e i suoi, rimarrebbe assolto (dicono le rozze cronache ) dalla pena d' ogni trascorso; scomunicò il Visconti fino alla quarta generazione, perchè eretico e reo di venticinque misfatti, fra i quali d' aver esercitata giurisdizione sui beni e le persone ecclesiastiche, impedito ai suoi di armarsi per le crociate, repressa la santa inquisizione, e procurato di campare dal fuoco l' eretica Mainfreda.
Il trovarsi involto in questa scomunica tanto più spiaceva a Uberto quanto più egli venerava l' autorità papale, e non tralasciò fatica per calmare gli animi, per riconciliare i Milanesi alla Chiesa: anzi pare doversi alle sue persuasioni se Matteo si diede a vita devota e a visitare chiese, finchè in Duomo, convocato il clero ed il popolo, recitò tutto il credo, protestando quella essere la propria sua fede. Il papa non giudicò sincero quel pentimento e quell'abjura, onde non ritirò l' anatema; Matteo morì con questo; e Uberto, più non volendo intendere di pubbliche cure, visse da privato, sebbene splendidamente, ora in Milano, ora sulle ridenti spiaggie del Lago Maggiore, dove ampj possedimenti teneva a Invorio inferiore, a Oleggio e altrove nel Vergante, là sulla sponda occidentale intorno a Lesa. Quivi confortavasi tutto nelle cure casalinghe, e poichè i suoi tre figli Vittore, Ottorino e Giovanni, di spiriti guerreschi, poco tempo rimanevano con lui, spendeva tutta l' attenzione sua a educare l' unica figliuola Margherita, con modi ben diversi da quelli che sogliono quei molti, cui supremo intento sembra formar savie fanciulle e donne cattive.
Disingannato del mondo in vecchia età, ben accordavasi con chi nella fresca se ne trovava disgustato, com' era Buonvicino. Si legò dunque un' intima amicizia tra il vecchio e questo giovane, il quale, non avendo più padre, come tale riguardava Uberto, come fratelli i figli di esso, e come sorella la Margherita. I discorsi dell' uomo pratico anticipavano a Buonvicino l' esperienza del mondo: sui pochi libri che allora correvano, egli esercitava gli involontarj riposi: scriveva anche qualche verso, come rozzamente allora e qui si poteva; per città brillava nelle gualdane e negli esercizj di corpo: mai non mancava di intervenire, come a scuola di filosofia sociale, ai pubblici dibattimenti; nelle brigate piaceva singolarmente per un far gentile, non iscompagnato mai da maschia franchezza: anche quelli che sedevano al governo lo riverivano, perchè sapeva accoppiare la soggezione, che la forza e la vittoria pretendono, colla dignità della sventura non meritata.
Un sì gentile e peregrino cavaliero non vi farà meraviglia se ottenne ricambio d' amore dalla Margherita. Poteva egli contare i trent' anni, mentre essa arrivava ai quindici appena, onde le gentilezze che Buonvicino usava all' ospite sua, nel cuore di lei, mal conscio di sè stesso e inesperto dell' amore, destavano un senso di pudica compiacenza. Ma questa inclinazione, come suole, restò gran tempo un segreto per tutti, e sino pei due amanti. Giammai non le aveva egli detto, Vi amo; parola che suol venire dopo che già l' eloquente linguaggio dell' affetto in cento altri modi l' espresse. Ella poi nè tampoco sapeva di amarlo, almeno non lo confessava, anzi nol chiedeva pure a sè stessa. Se non che al comparire di lui il cuore le batteva forte forte: quand'egli partiva rimanea sconsolata, come le mancasse alcuna cosa di necessario, di suo; egli non le aveva indicato che tornerebbe, nè quando, eppure essa lo attendeva: se tardasse era come sulle spine; al rivederlo provava una compiacenza interiore, una pienezza di vita, come (almeno pareva a lei ), come al veder suo padre, le sue amiche, un' alba di maggio, una vigna in settembre. Avrebbe voluto piacergli, parergli bella; parergli buona e brava: quasi senza avvedersene, allorchè lo aspettava, adornavasi con più attenta cura: una parola ch'egli le dirigesse sentivasi ravvivare; ambiva ch'egli voltasse gli occhi sopra di lei, ma non appena la fissasse, ella abbassava i suoi arrossendo; nel rispondere alle domande, alle cortesie di lui, balbettava, si confondeva; sbagliava le note quando d' accordo toccavano il liuto; poi si pentiva, si vergognava, si rimproverava, accusava sè stessa come di una fanciullaggine; proponevasi di fare altrimenti, e tornava a far lo stesso. Le ajuole del suo giardino avevano un fiore preferito, un preferito albero il boschetto: il fiore della margaritina, ch'egli aveva mostrato prediligere; la pianta sotto cui, un giorno che ne piangeva la lontananza, egli le era comparso davanti improvviso.
Così, desiderarlo, rivederlo, fantasticare, staccarsene, desiderarlo di nuovo, formavano la storia della sua vita; vita povera di casi, ricca di sentimenti, e tutta dominata da quel non so che di misterioso, che tanta dolcezza sparge e tante pene sul prino amore, che ci fa sudare e rabbrividire, gemere e cantare, piangere e ridere senza aver di che: temere e speraresapere qual cosa: cento volte in un giorno chiamarci beati, e cento crederci le più misere creature; -- quel bene, quel male, che non si conosce al vero se non quando o crebbe fino al colmo della contentezza, o restò fulminato dalla sventura.
Non così incerti ondeggiavano gli affetti in Buonvicino, il quale, sebbene fresco ancora di cuore e virtuoso, avea però sperimentato del mondo la sua parte, ed esaminato abbastanza questa vita, che è una commedia per chi osserva, una tragedia per chi sente.
Nessuna seduzione più facile di quella che non si teme: nessun tempo in cui l' anima sia dischiusa tanto all' affetto, come nei travagli. Era il caso di Buonvicino, sentì d' innamorarsi della Margherita, e non se ne guardò: conobbe di non essere a lei discaro, e se ne compiacque: lieto d' aver sì bene collocato il cuor suo, pago di una dolce corrispondenza. Sovente, dopo le tempeste della pubblica vita, dopo avere, coll'occhio melanconico e penetrante di chi studiò gli uomini, ed alla prima scorge ove tendano le loro azioni, visto l' affaccendarsi delle egoistiche passioni, egli tornava a riconciliarsi coll'umanità nella contemplazione di un' anima schietta, in cui far il bene era istinto, non calcolo: cercava tranquillità nel costante sereno che dominava intorno ad essa; somigliante alla pace che gli angeli diffondono sovra le anime, di cui sono destinati ad alleggerire i patimenti.
Ma questa placida innocenza di lei lo ratteneva dal palesarle l' affetto suo, al tempo stesso che glielo rendeva più vivace. Possedere quell'ingenua fanciulla che, tra le cure dell' ottimo dei padri, veniva educandosi alla virtù ed al sapere, ben avvisava egli come sarebbe la felicità de ' suoi giorni; ma potrebbe egli render lei altrettanto fortunata ? Pendevano in bilancia i destini della casa e della patria di lui: poteva succedere che, in libera terra, avesse egli a vivere primo cittadino, colla potenza di un nome onorato e di un carattere più onorato ancora, guidando i compatriotti suoi al bene e alla decorosa quiete. Ma questo avvenire lusinghiero stava all' arbitrio di principi, in cui raro era il disinteresse. E se gli fossero mancati di parola ? se fossero prevalse le brighe, l' ambizione ? Egli poteva trovarsi, non che ridotto all' oscurità, ma balzato lontano, o precipitato fra quei pericoli avventurosi, ove, simile a chi naufraga in alto mare, un' anima leale desidera trovarsi sola, per sentirsi maggiore coraggio di lottare con fermezza, e minore cordoglio qualora il dovere o la generosità le impongono di soccombere. In tal caso quand'egli avesse alimentata la nascente fiamma della Margherita rivelandole la sua, ecco formata un' altra vittima: ecco procurato a sè il rimorso d' avere turbato in quella giovane anima la calma, il riso di quella primavera dell' età, che scorre, ahi troppo veloce e irreparabile ! per dar luogo alle cure, alle faccende, alle amarezze, al disinganno, all' inutile repetìo per tutto il resto della vita.
Ciò lo indusse a tacere sempre l' amor suo, a dissimularlo almeno nelle parole, per quanto gliene costasse al cuore. Ma l' amore come si può nascondere ? Contro al proposito, egli si lasciava trascorrere talora a qualche immeditata parola, ad una delicata prevenzione, ad uno di quei niente che rivelano alle fanciulle l' uomo, il cui sospiro può dischiuderne l' innocenza al pieno fiore della vita.
I temuti e previsti rivolgimenti a danno di Piacenza non tardarono. Azone, per quanto gli facesse gola l' acquisto di quella città, per quanto credesse una ragione del riaverla l' essere stata altre volte posseduta da suo padre, non s' arrischiava però di assalirla direttamente per non venir in guerra col pontefice, sotto la cui protezione erasi que la riparata Cortesie e promesse largheggiava dunque a Buonvicino: ma intanto adoperava, come si dice, a trar dalla buca il granchio colla zampa altrui. Francesco Scotto ambiva di possedere Piacenza, già dominata dalla sua famiglia, ed opprimendo gli emuli Landesi e cacciandone i Papalini, assodarvi la sua padronanza. Se l' intese a tal uopo coi Fontana, coi Fulgosi, con altre famiglie di colà, che occupati i castelli, proclamarono signore lo Scotto, cassata ogni supremazia papale, sbandeggiati per sempre e spossessati d' ogni aver loro i fautori dei Landi e nominatamente Buonvicino.
Si consolava questi nella sciagura tenendo per certo che Azone, secondo quel che prometteva e mostrava, dovesse prendere le armi contro al nuovo tiranno e rimetter libera Piacenza al papa ed a ' suoi cittadini. Ma Azone giocava di due mani: sott'acqua aveva egli stesso dato ajuto allo Scotto nell' impadronirsi della patria non già per amore a questo, ma per poternelo poi spogliare senza correre in guaj colla Corte pontificia. Di fatto armò: tutti i fuorusciti presero parte alla spedizione; Buonvicino fu dei primi e meglio valenti; e col coraggio solito in chi muove a ricuperare la patria, ebbero presto levata Piacenza allo Scotto. Ma quando aspettavasi che il Visconti ne gridasse la libertà, egli ordinò che le due opposte fazioni deponessero le armi; indi, come buon conquisto, aggiunse Piacenza alle sue possessioni.
Quanto se ne trovassero scornati i Piacentini, e Buonvicino sopra gli altri, voglio lasciarlo pensare a voi. Quest' ultimo, tenuto povero e guardato attentamente a Milano, si trovò dunque perduta la patria, offuscato il lustro della famiglia, falliti i sogni della giovinezza, nè più rimanergli se non l' eredità, che unica sopravanzava a troppi signori in Italia, un braccio valoroso. Ma poichè egli non era disposto a venderlo al migliore offerente, doveva ricoverarsi nella propria virtù, cercare la compiacenza da cui, anche tra le miserie è accompagnato e consolato chi soccombe per la causa della giustizia.
Persuaso allora alla condizione sua presente più non convenisse l' accoppiarsi ad una fanciulla di casa tanto principale, e che, appunto perchè la conosceva e l' amava, pareagli degna del più sublime stato; fors'anche per non sembrare disertore de ' suoi fratelli di sventura quando si fosse imparentato alla famiglia del tiranno, cominciò a dilungarsi dal vedere la Margherita, poi se ne distolse interamente; e chiuso dentro a sè l' affetto che le portava, giunse a persuadersi d' averla in tutto cancellata dal suo cuore.
Aveva egli conosciuto alla Corte di Azone il cavaliere Franciscòlo Pusterla, che, allora in grande stato presso il principe, nè del favore abusava a danno altrui, nè se ne prevaleva a proprio vantaggio; onesto, generoso, ricordevole delle virtù italiane, e volonteroso del bene de ' suoi concittadini. Vero è che, per una certa debolezza di naturale che altri scambia per forza, per una irrequieta smania di fare, di comparire, di sentire la vita, non si trovava saldo quanto bastasse per resistere al fascino degli onori od all' autorità del potere; anche quando conosceva riprovevoli i passi del principe non osava dirlo, tanto meno poi mostrarne dispetto od opposizione: troppo compiacendosi di poter primeggiare in Corte e nella città,--senza accorgersi che uno può figurare vie più coll'apparir meno colà dove la turba si accalca.
Parve a Buonvicino che Franciscòlo dovesse essere il caso per rendere felice la Margherita. Già le due famiglie erano legate d' amicizia: i difetti della gioventù colla gioventù se n'andrebbero, e il Pusterla troverebbe in lei quanto bastasse ad appagarne i sensi, la ragione, l' immaginazione; la Visconti, collocata in alto luogo e di lei degno, avrebbe potuto, fortunata in casa, rendersi di fuori modello alle dame lombarde. Quindi colla dimestichezza onde usava con entrambe le famiglie, Buonvicino agevolò una parentela, la quale sommamente gradiva ad Uberto Visconti, lieto di vedere con sì nobile soggetto accasata la diletta sua figliuola, ed al Pusterla ancor più, sì per trovarsi possessore di una, che sull' altre otteneva il pregio della bellezza e dei modi colti e gentili, sì per legarsi in affinità colla casa dominante.
La Margherita, come prima si accorse del raffreddamento di Buonvicino, come lo vide diradar le occasioni di trovarsi da sè a lei, più sempre allontanarsi dalle cure che solevano aver comuni, dal toccare di concerto il liuto, dal leggere insieme la Divina Commedia di Dante e alcuni libri francesi e provenzali, non occorre ch'io vi dica se ne rimase melanconica. Esaminava a minuto ogni atto, quasi ogni pensier suo, se mai potesse averlo in qualche maniera disgustato, e non trovandosi in colpa si accorava, piangeva. Allora confessava a sè stessa di amarlo; allora chiamava crudele lui, che più non la ricambiasse di altrettanto affetto.
Poi riflettendo, tacciava sè stessa d' inconsiderata e vana, che si fosse lusingata d' essergli cara, quantunque egli mai non glielo avesse detto, quantunque forse mai non vi avesse egli fissato il pensiero. E qui si ingegnava di convincere sè stessa che quelle cortesie erano forse in lui naturali, erano forse consuetudini di tutti i cavalieri verso tutte le giovinette: ma il cuore voleva la sua ragione, e la faceva rincorrere quei mille ineffabili nulla che sono tutto per gli amanti: le ravvivava tutta la poesia dei primi turbamenti; tante esaltazioni in fondo al cuore non rivelate dal viso; tanti timori di non essere compresa, tanta gioja di esserlo stata; nei quali ricordi, mentre si veniva a convincere d' essere stata cara a Buonvicino, vie più l' anima sua si avvolgeva tra il labirinto di quei varj affetti che esacerbano un voto fallito, una speranza delusa. Talvolta lagnavasi con sè stessa di non avergli abbastanza mostrato il cuor suo: tal altra condannavasi d' averlo mostrato troppo: indi ritrovando penoso il passato e il presente, cercava stordirsi, e non vedere in queste memorie se non tante illusioni, di cui sforzavasi sorridere ella stessa compassionevolmente. E si vantava libera, guarita, smemorata; tornava ai libri, al suono, ai passeggi; ma che ? quei suoni le recavano a mente una voce che li soleva accompagnare; in quei libri occorrevano cento allusioni ai casi suoi passati e presenti, cento cose ch'egli le aveva spiegato altre volte, e che ora desideravano una spiegazione; come riuscivano triste, monotone quelle passeggiate ora che più non ve l' accompagnava la speranza d' incontrare qualcuno !
Pure il tempo è gran rimedio anche alle grandi passioni: e la Margherita si dovette alfin persuadere di essersi veramente illusa quando vide Buonvicino intramettersi delle sue nozze col Pusterla. Trattandosi di un amore che non aveva ricevuto fomento sia da lusinghe di lui, sia da fondate speranze, ella non penò molto per rassegnarsi a deporlo. Del Pusterla udiva parlare da tutti colle lodi che al merito si profondono più facilmente quando sia dovizioso: le prodezze da lui compite nell' ultima spedizione di Piacenza, che ne avevano esaltato il nome per tutta Lombardia, non sarebbero no bastate a suscitare nella Margherita un nuovo amore, ma qual è la donna che, all' udire lodato un uomo, non si compiaccia di poter dire: È mio ?
Richiesta dunque dal padre se sarebbe contenta di avere a marito il Pusterla, non negò: poi quando prese a conoscerlo da vicino, trovandolo ricco delle qualità che meglio stanno in un uomo gentile e in compito cavaliero, pose in lui ogni ben suo, benedisse il cielo d' averla tanto fortunata, e dacchè ebbe la persuasione di amarlo, di esserne amata eternamente, gli promise all' altare il più vivo, il più tenero, il più immacolato affetto.
Le memorie del tempo non pajono d' accordo che nel lodare la nuova sposa: essa bella, essa spiritosa, di affabile amorevolezza coi subalterni, d' inesausta carità coi bisognosi, eguale d' umore conversevole, costante in quella dolcezza di naturale, che nelle donne equivale a quasi tutte le altre doti, e che è il più opportuno avviamento ad essere e a rendere felici gli altri. Difetti ne avrà certo avuti; e chi no ? ma gli storici non ce ne ricordano, forse perchè, così giovane fu così sfortunata: e l' uomo è tanto proclive a dimenticare i falli di chi merita la sua compassione, quanto a trovarne in chi gli desta invidia. Per altre vie però noi sappiamo che le sue pari la tacciavano di voler parere bella e buona e virtuosa: alcuni, per cui la massima delle virtù consiste nel non far male, davanle colpa del volersi frammettere nelle faccende altrui: beneficava, quindi fece degli ingrati, e questi palliarono l' ingratitudine col menarle dietro la lingua: so di chi la chiamava bacchettona: so di chi asseriva le opere sue non movessero sempre da buone e semplici intenzioni: so di molti più che la accusavano di non conoscere il viver del mondo perchè sostituiva il sentimento e la schietta sincerità alle compassate cortesie che il mondo insegna e pretende. In somma, ella aveva quante qualità bastassero per dar presa alla maldicenza, e per far beato chi la conosceva e l' avvicinava, tanto più chi la possedeva.
Le strane idee che correvano allora sull' amore maritale, faceano che una donna potesse, anzi (se bella e di garbo ) dovesse avere uno o più cavalieri, che a lei dedicassero le imprese loro, o davvero in guerra, o da giuoco ne ' tornei. Anche in ciò la Margherita scostavasi dalle contemporanee, perchè non credeva che della moralità si abbia a far un affare di moda.
Se il pensiero di Buonvicino mai non le ritornasse alla mente, se non ricorresse ella mai sulle prime fantasie di sua giovinezza, non ve lo saprei dire: ben so come un primo amore difficilmente si cancelli o non mai; so ancora che neppure la più rigida virtù può condannare un' incolpevole rimembranza.
Ben altrimenti corse la cosa per Buonvicino.
A torto aveva creduto spenta la sua passione: era soltanto sopita; e quando scorse la sua diletta rendere più l' un dì che l' altro felice il Pusterla, sentì ravvivarsi la fiamma antica. Per la comune amicizia frequentando la casa di questo, potè notare sviluppate nella nuova sposa le qualità, che aveva indovinate in genere nella fanciulla; nella serena e temperata giocondità che essa preparava al marito, vide maturi i frutti della apprestatale educazione. I sonni di incolpati gaudj e tranquilli, che tante volte lo avevano lusingato in quei giorni di floride immaginazioni, quando gli sorrideva la lusinga che di tanto bene potesse una volta divenir possessore, ora li scorgeva ridotti a realtà; ma per vantaggio di un altro. E quest' altro era un amico suo, alla cui contentezza aveva egli dato opera efficace: un amico che, qualvolta si trovavano insieme, sfogava con esso la piena di un cuore in giubilo, ragionandogli della sua fortuna, o coll'ardore di un nuovo sposo dipingendogli le doti, che, ogni giorno maggiori, veniva scoprendo nella sua Margherita; e lo benedicea di averlo consigliato a fissare in essa i suoi voti.
Così da una parte alimentata dalla convinzione dei meriti di essa, dall' altra rinchiusa a più potere sicchè nulla ne trapelasse, la fiamma sua cresceva più sempre. Ben chiamava egli a soccorso la ragione:--la ragione ! ottimo rimedio contro il passato e l' avvenire; ma quando il presente incalza, che vale essa mai ?
Il Pusterla frattanto, voltosi tutto ad ingrazianirsi la Corte, si era allentato nell' amore verso la sposa. Dissi male: non avea diminuito l' amore: ma, un poco alla moderna, vi combinava tutte le piccole ambizioni sociali: lo soffocava sotto un tumulto di altri pensieri, e per segnalarsi nelle cariche, nelle armi, nelle pompe, posponeva le dolcezze incomparabili della vita casalinga. Di gustar questa era egli poco capace, inclinato, come dissi, a non trovare felicità che nella tempesta del cuore e delle azioni: difetto che, dopo sbollito il primo amore verso la Margherita, lo recò persino a cercare altre gioje turbolente in amori contrastati, o nelle rinnovate vicende di effimere passioni. Eppure, lo ripeto, di nulla scemava la stima e cordialità sua verso la moglie, fenomeno che mi arresterei a spiegare se fosse più raro.
Mesi interi egli si teneva lontano dalla città; anche quando vi stava, occupato tutto alla Corte e nei crocchi brillanti, ben poche ore gli avanzavano di rimanere a fianco della sposa. Allorchè a questa toccò il dolore di veder morto il suo dolcissimo padre, il Pusterla viaggiava col principe fuor di paese, nè accorse a consolarla, pago d' inviarle per iscritto quelle condoglianze, che sì poco ristorano quando non escono dal labbro stesso della persona diletta.
Al contrario Buonvicino, in quella sventura si mostrò vero amico alla Margherita, o fra sè disapprovando la trascuranza in che pareva lasciarla lo sposo, raddoppiò con essa di affettuose attenzioni, piene di un nobile e disinteressato sentimento di pietà.
Ma dalla pietà all' amore è pur breve il tragitto ! No: nessuna lusinga può tanto sedurre, quanto la lagrima sull' occhio della bellezza, quanto il piacere di poterla tergere e consolare. La graziosa e muta riconoscenza onde Margherita accettava le sue cure, gli abbandoni che sono così naturali negli istanti del dolore, toccavano vivamente Buonvicino, che sentivasi beato di aver acquistato i minuti diritti dell' affezione; e la conformità di sentimenti, di opinioni, di simpatie, i lanci di magnanimità, di commiserazione, più ribadivano in lei l' amicizia, in esso la passione. Perocchè vera passione ormai lo legava alla donna, e più s' infervorò quando la vide madre, madre del più caro bambino, in cui scorgeva incarnate tutte le contentezze dipintegli in altri giorni dalla sua fantasia; quando la vide adempiere i nuovi doveri della maternità con un affetto allegro, coraggioso, scevro di orgoglio e di ostentazione.
La Margherita, in tutti i modi di esso non ravvisava, non voleva ravvisare se non una continuazione della bontà con cui già da fanciulla egli la riguardava; altamente poi sentivasi persuasa della virtù del cavaliero, nè quindi manteneva il riserbo contegnoso e severo, a cui certamente sarebbe rifuggita, se punto si fosse accorta ch'egli tendesse a inspirarle un sentimento, che più non poteva essere se non colpevole. Ma gli occhi di un amante sono pur facili ad illudersi. Le piccole cortesie, le delicatezze d' animo gentile, le ingenue confidenze e passionate della Margherita, parvero lasciar a Buonvicino trapelare nell' avvenire della sua passione qualche speranze, speranze la cui natura egli stesso ignorava, non voleva esaminare; o che, se pure le investigava, non gli pareano che innocenti. Tradire l' amico, contaminare una donna, ch'egli ammirava ancor più di quel che l' amasse, che anzi amava appunto perchè l' ammirava, non era pensiero che gli sorgesse tampoco; nulla meglio ambiva che poterle dire come egli ardesse per lei, narrarle quanto amò, quanto patì; mostrarle come non l' avesse ingannata allorchè giovinetta gliene faceva un mistero, facile a penetrarsi, e perchè e con quanti spasimi avesse da lei divelto il cuor suo, o almeno tentato; il sommo de ' suoi desiderii era poter conoscere ch'essa ne pigliava in grado l' amore, che non le dispiaceva il sapersi da lui adorata, che era contenta dedicasse a lei le cortesie cittadine, e le imprese cavalleresche, in cui più sempre egli si sarebbe segnalato.
Così a lui pareva, e così era fors'anche: sebbene questa sia la larva, sotto cui comunemente la passione si travisa per iscusare il primo passo,--quel primo passo, che poi ad un altro e ad un altro ne porta, di un modo che sembra inevitabile necessità.
Vero è che Buonvicino, nei momenti in cui la ragione prevaleva, accorgendosi di queste illusioni, aveva sperimentato varie guise per distogliere l' animo dal riprovevole sentimento. Viaggiò alcun tempo, ma presto ritornò, persuaso che la lontananza fa come il vento, spegne le fiammelle, avviva gli incendj. Cercò distrazioni nel mondo, nei divertimenti; ma come gli parea muta, scolorata ogni allegria, non divisa con lei ! come, al confronto della vanità, dell' egoismo, della sozzura sociale, più soave e cara gli tornava l' immagine della Margherita ! Pregò anche, ma ella ponevasi inevitabile fra lui e Dio, come la più bella creatura di questo. Tutto insomma tentò, eccetto quello che pur sentiva unico rimedio: la fuga assoluta.
Tra la forza dunque dell' amore e la persuasione dell' innocenza di esso, Buonvicino deliberò scoprirsi alla bella. Ma con parole, ma di presenza, invano l' avrebbe tentato. Egli, che sempre aveva taciuto con lei allorquando tale affetto era incolpabile, allorquando presumeva che verrebbe aggradito, come indursi ad aprirglielo ora, quando aveva ragione di tremare sul modo onde verrebbe accolto ? Ricorse pertanto a quei mezzani partiti, che sono il ripiego di chi non osa afferrarne uno, e stabilì rivelarglielo per lettera. La meditò lungo tempo, la scrisse, la cancellò, tornò a scriverla, a cancellarla ancora: s' accingeva, poi a mezzo pentito, gettava la cannuccia; ricominciava, ripentivasi; nessuna frase era abbastanza calzante:--mai verun brano di pergamena non fu siffattamente tormentato.
Alla fine gli venne compita: e tra che l' amicizia ond'era avvinto alla famiglia, rimoveva ogni sospetto: tra che il Pusterla, tutto degli affari e degli spassi, consumava fuori il più della giornata, egli potè senza timore affidare ad un valletto lo scritto da recare a Margherita.
Ma, dal momento che questo pose il piede fuor della casa, quale tempesta nel cuore di Buonvicino ! quante immagini! quante timori! quante speranze! Come avrebbe voluto non aver fatto quel passo ! come avrebbe voluto averlo fatto altrimenti ! Come ogni parola, ogni frase, ogni concetto della scheda fatale gli ritornava innanzi quasi un delitto, e col pentimento e l' emenda ! -- Pure, chi sa ? -- sentiva ragionarsi nella mente.--Forse il valletto se ne dimenticherà; forse non l' avrà trovata in casa; forse, occupata con altri, e non glielo consegnò. Me lo riporterà questo viglietto:--voglio lacerarlo, bruciarlo, e.... No, mai più, mai più.--Fuggirò... andrò lontano lontano, ove più non possa intendere il nome suo: me la strapperò dal cuore; almeno ne offuscherò l' immagine con altri amori, con altre cure, con altri stenti, con altri piaceri... Ma tutto questo perchè ?... non è ella meritevole d' ogni bene ? non è la più avvenente, la più nobile, la più gentile fra le donne ? -- un angelo ? E se io mi sono sollevato fino ad amarla, non è dritto che io soffra per così degno oggetto ? v'è fatica che compensi un premio qual sarebbe la benevolenza di lei ? -- E se io l' ottenessi ? se non le fossi discaro ? se me lo dicesse ? -- No, no; impossibile, impossibile ! Sciagurato che fui a tentarla, a turbarne la pace ! Torni, torni il messo.--Potessi richiamarlo ! potesse riferirmi che non gliel'ha consegnato.
Così tempestava l' animo di Buonvicino nel tempo necessario perchè il valletto giungesse da casa i Visconti, ov'egli dimorava, sino al palazzo dei Pusterla alla Palla, e ne tornasse. Non v'erano oriuoli che gliene misurassero i minuti, ma glieli misurava un affannoso battito del cuore, una violenta successione di idee, che glieli facevano parer eterni. Passeggiava di su, di giù pel gabinetto, tendeva le orecchie ad ogni più sottile rumore; quel ritardo non v'era cosa che non gli lasciasse fantasticare. Ma sporgendo il capo dalla finestra, dischiusa a ricevere un primo soffio della tepida aria d' aprile, ecco scorge il damigello di ritorno. Ogni passo di questo su per lo scalone, era una spinta al coltello che Buonvicino sentivasi fitto nel cuore. Quando lo vide sollevare la portiera, ed affacciarsi, non gli resse il cuore di guardarlo in viso, non che d' interrogarlo. Quegli fece un inchino, disse:--Consegnato nelle proprie mani della dama »; ed uscì.
Questa parola, per naturale, per semplice, per aspettata che gli dovesse riuscire, lo fe ' raggricciare: e abbandonatosi a sedere, una nuova serie di idee sorse a tormentarlo, l' effetto che lo scritto avrebbe a produrre sull' animo di Margherita. Perderne la stima sarebbe stato per lui quel che di peggio gli potesse incontrare. Pure, lusingava sè stesso col ripetersi che la lettera non era tale da meritargli un così acerbissimo castigo.--Dunque,--chi sa ? -- forse l' ha aggradita; forse una risposta gentile mi prepara; forse la prima volta che la vedrò, mi lascierà intendere che non le dispiacque.--Oh ! sapere che ella mi ama ! sentirmelo dire di sua bocca ! -- vedermelo anche solo mostrato da que ' suoi occhi, che sanno dire quanto e più che le parole ! Questo, questo basterà a colmare la felicità mia per tutta la vita. Quanta sollecitudine allora per compiacerla d'ogni suo desiderio! In prodezze d' armi, in cortesie d' onore; che non farò io per venir più sempre in grado alla donna mia, per rendermi di lei sempre più degno ? -- Ma... e se fosse il contrario ? se si adontasse ? e mi credesse scellerato ?... seduttore ?...
Giovani miei coetanei, che venti fiate vi trovaste a passi somiglianti, eppure senza tante agitazioni; che freddamente meditaste la seduzione, e celiando ne aspettaste il risultato, voi sorridete al vedere un cavaliero siffatto, commosso nell' animo da tanta procella, e vi pare di là del naturale. Ma, giovani coetanei miei, una mano sul cuore: se questo somiglia al suo, se gli oggetti in cui ne avete collocato i volubili desiderj somigliavano alla Margherita, allora deridete pure il mio cavaliero.
CAPITOLO III.
LA CONVERSIONE.
Con questo martello passò Buonvicino la giornata: invano procurò divagarsi in altre cure, in differenti pensieri. La notte non chiedetemi se velasse le pupille; nè il dì seguente fu più tranquillo, o l' altro, o l' altro. Aspettava una risposta, e la risposta non sapea venire; temeva, sperava; e quel rimanere sospeso gli venne alfine così tormentoso, che, per togliersene fuori, pareagli avrebbe sofferto meno di mal animo la certezza del peggio. Alcuna volta per uscire dalla perplessità, proponeva di recarsi a lei; pareva deliberatissimo, indi mutava pensiero; tornava a risolvere, movevasi, usciva, s' avviava per quel quartiere, giungeva a quella via mozza,--un'occhiata alla porta, un sospiro, e passava.
Dopo tanti pentimenti e ripentimenti pure trovò il coraggio di entrare. Come gli tremavano le ginocchia, come gli bollivano le tempia nel breve tragitto dalla via all' ingresso ! il rimbombare del ponte levatojo sotto i suoi passi pareagli una voce di sconsiglio, di minaccia; salendo lo scalone, dovette appigliarsi alla sbarra, perchè gli si annaspavano gli occhi; vi era entrato sempre con tanto cuore, con sì serena baldanza ! -- Ch'io non sia più uomo ? » disse fra sè; e col muto rimprovero rinvigorita la volontà, accostossi all' anticamera, ed ai famigli chiese della Margherita. A lui non tenevasi mai la porta: onde, rispostogli che la dama stava nel salotto, mentre un paggio correva ad annunziarlo, un altro ve lo introduceva.
Era un salotto capace, coll'altissima soffitta di travi maestrevolmente intagliate e dorate; le pareti coperte di corami a rilievi di colori e oro; un tappeto orientale era steso sul pavimento; un fino cortinaggio di damasco cremisino ondeggiava sopra gli usci, e innanzi alle spaziose finestre, fra ' cui telaj arabescati, e i piccoli vetri rotondi penetrava la luce temperata. Sul vasto focolare lentamente ardeva un ceppo intero, diffondendo un tepore ancora gradevole in quella prima stagione. Macchinosi armadj di noce ed eleganti stipi di ebano intarsiato ad avorio, e messi ad argento e madreperla, erano addossati alle pareti: qui e qua alcuni tavolini, e qualche gran seggiola a bracciuoli ed orecchioni, somiglianti a quelli che oggi la comodità o l' imitazione ritorna di moda.
In una di queste sedeva la Margherita, in abito di semplice eleganza; e poco da lei discosto, muta e indifferente come una decorazione, sovra umile sgabello lavorava una damigella. Margherita pareva allor allora avesse deposto sul predellino il tombolo, sul quale coi piombini stava tessendo trine, occupazione prediletta delle sue pari, ed erasi recato in mano un libriccino di pergamena, riccamente rilegato, con borchie d' oro, cesellate finamente.
Senza levar gli occhi da questo,--Benvenuto ! » esclamò con accento melodioso, e con un molle chinar di capo, allorchè il paggio, alzando l' usciale, ripetè il nome del cavaliero che introduceva. L' agitazione propria non permise a Buonvicino di notare se nel suono della voce di lei, qualche tremito annunciasse l' interno commovimento: ma, per legare discorso,--Qual è, madonna, (le chiese ) il libro che ha la fortuna di occupare la vostra attenzione ? »
-- È (rispose ella ) il dono più caro di che mio padre mi presentasse quando venni sposa. Caro padre! negli anni di sua senile quiete, occupava d' ogni dì qualche ora a scriverne una pagina; coll'accuratezza che voi vedete, miniò egli stesso e indorò queste lettere capitali; sono di sua mano questi ghirigori del frontispizio: ma il meglio, oh il meglio son le cose che vi ha vergate, col titolo di Consigli a mia figlia. E me lo consegnò coll'ultimo bacio, allorchè mi congedò dalla sua casa a questa. Pensate s' io mel tenga prezioso ! Anzi, poichè la ventura vi guidò in buon punto, parrei troppo ardita se, avendo voi ozio, vi pregassi a farmene un poco di lettura ? »
Un desiderio della Margherita era sempre il suo: quanto più questo, che lo toglieva da una situazione tanto penosa e impacciata ? Accostato adunque uno scannello, tosto si fu seduto poco lontano da lei. Margherita riprese le sue trine, la damigella continuava a cucire, e Buonvicino, con avido movimento pigliato il libro, seguitando là appunto ove la dama mostrava d' averne sospesa la lettura, a voce alta incominciò:
-- _Ma sia pure, figliuola mia, che la passione ti tolga di mente quel Dio che chiamasti testimonio de ' giuramenti fatti allo sposo: non badare nulla agli uomini, i quali, senza udire le discolpe, ti condanneranno all' inappellabile tribunale dell' opinione: deva pure il tuo consorte ignorare per sempre i torti tuoi--qual sarai tu con te stessa ? Consumato appena il fallo, addio serenità; cento timori ti assalgono; a cento menzogne ti trovi costretta; e un passo dato in sinistro a mille altri ti conduce_. _Tante ore passavi col marito in quella mite gioja senza ebbrezza, che solo in grembo alla virtù si ritrova; con lui dividendo, alleggerivi le tribolazioni, retaggio dell' uomo nell' esiglio. Ora egli dee venirti odioso, egli continuo rimprovero del tuo peccato, egli la cui vista ti rinfaccia un giuramento, onde libera ti legasti seco, e che poi sleale hai violato. Se d' altro t'incolpa, se ti bistratta, vorresti giustificarti, ma la coscienza ti grida che meriti ben di peggio. Se ti accarezza--oh qual cosa di più straziante che le fidenti carezze d'un oltraggiato? I suoi affettuosi abbandoni lacerano l' anima tua ben peggio che i corrucci, che l' oltraggio, anzi, più che un pugnale. La notte, nel letto testimonio di sereni riposi, quieto, sicuro egli ti dorme a lato:--dorme quieto, sicuro a lato di colei che l' offese, che lo detesta come ostacolo alle fantastiche sue felicità. Ma il placido dormire non è più per te; egli è là per rimproverarti tacendo. Nelle penose ore della lunga veglia, t'ingegni stornare il pensiero sulle cure della vita, sui passatempi; cerchi bearlo in quell'oggetto che chiami il tuo bene, e ch'è causa d' ogni tuo male; ma in ciò pure che dubbj, che delirj ! Degli affetti suoi chi ti assicura ? Te n'ha egli neppur dato prove quante il marito ? --Mi amerà, tu dici, perchè l' amo io.--Oh, non t'amava il tuo sposo ? e lo tradisti. Bene; e se l' amico tuo ti trascuri e ti disprezzi, cosa gli dirai tu ? rimproverarlo d'infedeltà, rinfacciargli i giuramenti? Ma il bene stesso che gli vuoi non è un' infedeltà, uno spergiuro ? Allora abbandonata da esso, ove ricorrerai ? allo sposo ingannato ? ai figliuoli posti in dimenticanza ? alla pace domestica demeritata?_
_Tali sono le tue veglie. E quando pure il sonno tregua alla fatica dei pensieri, che sogni ! che visioni! Tu ne balzi atterrita, e fissi gli occhi sullo sposo. Oh! forse, tra il dormire, ti uscì dal labbro una parola che tradisse il tuo segreto; lo guardi spaventata, egli guarda te carezzevole, e ti domanda: Che hai ? --Oh l' animo tuo in quel punto ! _
_Ed ecco intorno i pargoletti, cari, vezzosi, dolcissima cura, abbellimento e delizia della vita. Tu li carezzi, li carezza il padre; li bacia, li palleggia, ne guida i primi passi: insegna alle labbra infantili a ripetere il suo nome, il tuo, con essi viene a ricrearsi dalle sollecitudini dei negozj; all' innocenza loro cerca il balsamo quando il nausearono la prepotenza, l' orgoglio, la doppiezza degli uomini. E ti dice:_ Diletta mia, quanto è soave questa età; quanta affezione ci lega al nostro sangue ! _Miserabile! perchè impallidisci ? _
Poi coll'immaginazione egli previene il lampo, quando, gia ' vecchio, si vedrà ringiovanire in quegli esseri amati, e guidato a mano da loro, ritesserà la tela della vita: Essi saranno buoni, è vero, diletta mia ? buoni come la loro madre; e consolazione nostra come essa fu sempre la mia.
_Che? tu chini la fronte ? arrossisci ? premi al seno il più piccino, non per impeto d' affetto, ma per celare il turbamento del viso ? Suvvia, sta ferma: che temi ? Dio non v'è, o non cura, o perdonerà per un sospiro che gli darai quando il mondo ti avrà abbandonata. Gli uomini non ne sanno nulla: nulla mai ne saprà il tuo consorte... Oh ma che importa ? Lo sa la coscienza tua: te lo rinfaccia con voce insistente che non puoi soffocare, cui non sai rispondere: essa ti mostra davanti una strada di menzogne e di raggiri, per cui sei costretta a scendere più rapida, quanto più inoltri nel declivio: vorresti fermarti e non puoi... Guai, guai se ti porta fin là, dove neppure ti giunga la voce della coscienza._
A ciò, figlia mia, a ciò vuol ridarti colui che tenta rapirti all' amore del tuo sposo.--E costui, ti ama ?
Grosse stille di sudore gocciavano dalla fronte impallidita di Buonvicino mentre leggeva: il cuore gli si serrava: sentivasi mancare: più e più fioca gli diveniva la voce; qui alfine del tutto gli mancò. Depose il libro, o piuttosto se lo lasciò cascare di mano: rimase cogli occhi a terra confitti, nè per alquanti minuti potò riavere la parola. Margherita seguitava ad aggruppare i fili, muovere i piombini, trapiantare gli spilli del suo lavoro, studiando mostrarsi tranquilla: ma chi v'avesse posto mente, dallo scompiglio dell' opera avrebbe argomentato allo scompiglio dell' interno. Neppure a Buonvicino poterono rimanere inosservate alcune lagrime che, per quanto ella si ingegnasse di rattenere, le caddero dagli occhi sul lavoro.--Qual merito avrebbe la virtù, se le sue vittorie non costassero nulla ?
Dopo un intervallo di silenzio, egli si alzò; e facendosi forza quanto poteva maggiore per rendere salda la voce,--Margherita (esclamò ) questa lezione non sarà perduta: quanto mi basterà la vita, ve ne avrò obbligazione ».
La dama levò sopra di lui uno sguardo di quell'ineffabile compassione, che forse prova un angelo quando osserva l' uomo, alla sua tutela commesso, inciampare nella colpa, da cui prevede che frappoco risorgerà, bello del pentimento. Poi, non appena Buonvicino fu uscito, non appena intese l' imposta rabbattersi sull' osservata orma di lui, concesse libero sfogo all' affanno, sin allora penosamente compresso: si alzò, corse alla culla ove dormiva il suo Venturino, lo baciò, lo ribaciò, e sulla tenera faccia del vezzoso infante lasciò sgorgare un torrente di lagrime; ultimo tributo che pagava alle memorie della gioventù, a quei primi affetti che aveva lusingati perchè innocenti. Una madre, nei pericoli del cuore, a qual asilo più sicuro può riparare, che all' innocenza de ' suoi bambini ? E il bambino aprì gli occhi, quegli occhi di fanciullo, in cui il cielo pare riflettersi in tutta la serena limpidezza; fissò, conobbe la madre, e gettandole al collo le tenere braccia, esclamò:--Mamma, cara mamma ! »
Quella parola come sonava in quel momento preziosa, illibata, santa alla Margherita ! Tutta ne godette la voluttà; in quella trovò di nuovo la calma, la sorridente tranquillità d' un cuore che, il momento dopo la procella, esulta d' esserne uscito illeso.
Buonvicino andossene come fuori di sè: non distinse la scala, i servi, la porta, la via; errò lungo tempo come il caso lo portava, senza vedere, senza udire. Era, non so se l' abbiamo accennato, il giovedì santo, giorno di universale compunzione, quando, siccome oggi ancora molti, così tutti in quel tempo solevano girare alla visita dei sepolcri, in cui si cela il Sacramento, per commemorazione di quel glorioso, ove stette riposta la salma dell' Uom Dio, nel dì che fu consumata la rigenerazione del genere umano. Torme d' uomini, di donne, di fanciulli, poveri, cenciosi e mezzo ignudi, contadini in zoccoli e giubbone di stamina, cavalieri in ricco abito dimesso, senza piume, senza le armi, empivano le strade, quali solitarj, quali a coppia, in fila o a disordinate torme seguitando una croce, da cui, tolto il divino peso, cascava un sindone a festone. I più camminavano scalzi, molti non d' altro coperti che d' un sacco; alcuno ripeteva ad alta voce il rosario, e un disaccordo di voci piagnolose gli rispondeva: altri intonavano lo Stabat Mater e i salmi del re penitente: o mormorando in tono compunto il Miserere, ad ogni verso si percotevano le spalle con flagelli di corde aggruppate: alcuno, quasi ciò fosse poco, ravvolto sino al capo in ruvido traliccio e cosperso di cenere, si avviava lento con dietro due o tre famigli e confratelli, che tratto tratto gli scagliavano sul dorso staffilate a tutta forza. Ed ecco comparivano numerose confraternite di maschi e donne imbacuccati, schiere di frati e di monache non legate alla clausura: e tutti nude le piante, le mani giunte, gli occhi a terra, scoronciando, cantando, singhiozzando.
In tal modo passavano da una all' altra delle sette basiliche principali, di cui le più rimanevano allora fuori del recinto della mura; e giunti in ciascuna, fra le adorazioni che vi prestavano, e le memorie del maggior mistero di amore e di espiazione, raddoppiavano le preci, il canto, il piangere, il gemere, il picchiar dei petti, il flagellarsi.
Da ciascuna parrocchia poi venivano alla visita lunghe processioni; in tutte era un uomo vestito da Cristo, con un pesante crocione sulla spalla: e intorno a lui donne che figuravano la Vergine, la Maddalena, santi d' ogni età, d' ogni nazione, innalzando gemiti di pietà: nel mentre altri, vestiti alla foggia che i molti pellegrini avevano veduto usarsi in Palestina, dovevano figurare i Giudei, Pilato, Erode, Longino, il Cireneo; e ciascuno rappresentava secondo il suo personaggio, e proferiva strane parole, interrotte dai gridi, dai singhiozzi degli spettatori, da un frastuono di raganelle e di mazze percosse per le muraglie e contro le porte, onde i fanciulli in frotta manifestavano l' incomposta loro devozione.
Un saltambanco cieco, montato sur un tavolotto, con una tal quale flebile e monotona cantilena ripeteva una composizione, rozza se poteva essere, e che oggi desterebbe sorriso e disprezzo[6 ], allora moveva lacrime di devota compassione. L' intenta plebe si affrettava di gettar un quattrino nel bossolo del povero cieco: ad alcuni di quei robusti uomini, educati o cresciuti per la guerra, che non avevano mai compatito ai travagli veri e presenti dei loro simili, ora udendo rammentare le volontarie pene dell' Innocente, s' imbambolavano gli occhi: e taluno, battendo la scabra destra sull' elsa della spada, esclamava:--Oh che non éramo là noi a liberarlo ! »
Frati intanto, o palmieri coperti del sarrocchetto, profittavano di quell'ardore, di quel commovimento per dipingere gli orrori onde avevano veduta oppressa la Terrasanta dai Musulmani, e incoravano chi avesse fede a voler redimerla col ferro, o almeno coll'oro sollevarla.
In mezzo a questo brulichìo di popolo, a questa bizzarra mescolanza di cose le più serie con burlesche, carattere dei mezzi tempi; fra lo spettacolo grandioso di una gente intera che si condolea dei patimenti di tredici secoli fa, come fossero di jeri, passava Buonvicino, ora lasciandosi dalla calca trasportare, ora fendendola a ritroso, ma coll'occhio a terra, quasi temesse incontrar un accusatore in ogni volto che fissasse: assorto ne ' suoi pensieri così, che uno, al mirarlo, potea crederlo più di tutti compreso dalla pietà universale. Era in quella vece un travaglio fiero, insistente, di fantasie, di sgomenti, che gli si stringevano attorno come la folla ond'era circondato. Ma dalla folla si sviluppò alla fine, e cacciossi fuori della città. Il sole piegava al tramonto; un vento impetuoso, come suole di quella stagione, fischiava tra i rami delle piante, ove appena cominciava a rifluire il succhio vitale, ed agitava le erbette rinnovate al raggio del sole, che, dopo il torpore invernale, le fomentava traverso un aere, la cui limpidezza non era offuscata ancora dalle crasse esalazioni dei prati marci.
Quivi trovata alfine la solitudine, tanto desiderata agli animi commossi, abbandonavasi Buonvicino ai suoi sentimenti,--sentimenti opposti di amore, di dispetto, di gioje, di tribolazioni, di speranze, di ripetio. Sedeva, girava, meditava: or rivolgeva gli sguardi sopra la città, sulle torri ove ammutolivano i sacri bronzi; sugli spaldi ove le ronde passeggiando, a intervalli gridavano e si rispondevano, Visconti, Sant'Ambrogio. Questo grido ritraendolo a pensare ai mali della sua patria, lo svagava un istante da ' suoi proprj:--ma i mali della patria non erano gran parte, anzi la maggior parte de ' suoi ? Riandava i tempi della passata libertà, paragonandoli ai troppo diversi che ora gli pesavano sopra, ed ai peggiori che vedeva avvicinarsi; ricorreva le balde speranze giovanili, quando si figurava libero in libera patria, e giovare col braccio e col consiglio i suoi cittadini, salire ai primi onori, meritar lode e gloria nel pubblico:--in privato poi... E qui tornava alla Margherita, a lei ancora fanciulla, ancora un bocciuolo di rosa che da lui aspettava l' alito vivificatore: un cuore innocente, che ad una sua parola poteva sorgere al pieno sentimento di una intemerata felicità.--Ah ! tutto era disparso; disparsa la pubblica speranza, disparsa la domestica contentezza.--Ella, almeno, ella sia felice, e goda anche la porzione di bene che a me fu negata.--Felice ?... bene ?... Ed io, sciagurato, io osai d' insidiarne la purezza ? io aspirai a turbare per sempre la tranquillità di lei, d' un amico ? »
Fra questi e somiglianti pensieri, Buonvicino si accostò alla postierla di Algiso, come chiamavano quel ch'è oggi il ponte di San Marco; ed entrato, si trovò di fianco alla chiesa degli Umiliati di Brera. Nel giorno e nell' ora che Buonvicino vi capitò, pochi devoti, quelli solo cui l' età o le occupazioni impedivano di visitare cogli altri le sette chiese, traevano qui ad offrire la solinga loro preghiera a Colui, che tutte e da per tutto le ascolta.
L' ordine degli Umiliati era nato in Milano, circa tre secoli prima, da alcuni laici congregatisi a far vita devota in case comuni, ove le donne non erano dagli uomini appartate. San Bernardo, quando viaggiava persuadendo l' Europa a precipitare sopra l' Asia per impedire che la mezzaluna prevalesse alla croce, Maometto a Cristo, la civiltà alle barbarie, dettò qui agli Umiliati le regole, per cui alcuni vennero unti sacerdoti, segregati i due sessi; onde rimase formato il secondo Ordine, di cui erano questi, che sovra un prædium, e vulgarmente breda o brera, avevano fabbricato il convento che conservò l' antico nome. Il terzo Ordine riconosceva per istitutore il beato Giovanni da Meda, che nella casa di Rondineto, oggi collegio Gallio a Como, fondò i preti Umiliati. Tanto crebbe l' Ordine, che nel solo Milanese possedeva ducenventi case (case e canoniche chiamavano i loro conventi ), e in ciò si distingueva dagli antichi di san Benedetto e dai recenti di san Domenico e san Francesco, perchè dedito per istituto all' operosità manufattrice. La seta in quei tempi era cosa rara, e una libra pagavasi fino a 180 lire: nè Milano pare ne abbia posseduto manifatture prima del 1314, quando molti Lucchesi, avendo perduta la patria per la tirannide di Castruccio, si sparsero per l' Italia portandovi quell'arte che già tra loro fioriva. Vivissimo all' incontro era in queste parti il traffico e il lavorìo della lana, e gli Umiliati ne facevano la parte maggiore. Nel 1305, questi di Brera appunto avevano inviato alcuni dei loro a piantare manifatture sino nella Sicilia: per Venezia spedivano a tutta Europa gran quantità di panni, e guadagnavano immense ricchezze, con cui compravano immensi poderi, soccorrevano i bisognosi, e potevano persino, nelle debite proporzioni, prevenir quello che fece la Compagnia delle Indie in Inghilterra col servire di somme il patrio Comune, Enrico VII imperatore ed altri sovrani.
Gran credito perciò godeva quest' Ordine; e sovente ai membri di esso affidavasi pubbliche incombenze, singolarmente di riscuotere le gabelle, percepire i dazj all' entrata della città, trasportare peculj, conservare pegni. Ma essendo d' ogni istituzione umana il corrompersi, tralignarono anche gli Umiliati: le ricchezze bene acquistate furono convertite male: all' operosità subentrarono l' ozio e i vizj che ne conseguono: immensi tenimenti erano goduti in commenda da pochi prevosti che sfoggiavano in lusso di tavola e di trattamenti: tanto che gli scandali che ne nascevano indussero san Carlo Borromeo a domandarne l' abolizione nel 1570, destinando gran parte dei loro beni a favore d' un Ordine allora nascente, i Gesuiti.
Questi pure, passato il loro tempo, vennero dal papa disfatti, e il grandioso palazzo ch'essi avevano fabbricato a Brera, fu destinato all' istruzione, all' astronomia, alle belle arti, di cui oggi sono colà le scuole e i modelli.
Così ad un podere successe una manifattura, a questa l' educazione, infine il culto del bello: sicchè quel palazzo può in alcun modo segnare l' andamento della società.
A quel posto però, nei giorni di Buonvicino, sorgeva un monastero disadorno secondo i tempi, e una vasta chiesa di stile gotico, lavorata di fuori a marmi scaccati bianco e nero. Sui due campi laterali si vedea da una banda il beato Rocco, pio pellegrino di Mompellieri, morto poc'anni prima, dopo essere vissuto in continuo servizio degli appestati, perlocchè veniva riverito e invocato come tutore contro i contagi che allora di frequente ripullulavano; dall' altra un san Cristoforo, persona gigante, con un Gesù bambino a cavalluccio; effigie che poneasi sulle facciate e lungo le vie, perchè credeano che, al solo mirarla, desse la buona andata, e preservasse dalla morte improvvisa.
Nel mezzo si apriva una portella, cui faceano stipite certi fasci di colonnine ritorte a spira, con attorno fiori, rabeschi, uccelli; e che sorreggevano un arco acuto, di sopra il quale sormontava un terrazzino, sostenuto da due colonne dì porfido, le quali, invece di base, impostavano sopra due grifoni in atto di spiegare le ali. Quel terrazzino era il pulpito, da cui nei giorni festivi, i frati predicavano alla folla concorsa in sul sagrato, all' ombra di un olmo centenario.
V'ha dei momenti, quando l' animo nostro è disposto, quasi direi necessitato a meditare su tutto ciò che si affaccia ai sensi: le cose medesime, che cento volte si erano vedute con indifferenza, toccano e colpiscono.
Quante fiate Buonvicino era passato innanzi a quel piazzuolo, a quell'olmo, a quella chiesa senza più che inchinarsi, come si usa ai luoghi benedetti ! Ora vi si fermò; tenne gli occhi sopra una porta che, di fianco alla chiesa, introduceva al convento, e vi lesse scritto: In loco isto dabo pacem.
La pace? non era quella ch'egli avea perduta ? che andava rintracciando ? un momento di calma non era la più ambita delle dolcezze fra le sue burrasche ? Perchè non entrare laddove era promessa ?
Ed entrò.
I conventi, in qualunque concetto voglia aversene la santità e la vita contemplativa, erano un ricovero, a cui volentieri rifuggiva l' uomo sbattuto dagli affanni; il loro silenzio, la devota quiete, quel distacco dagli affari mondani, li faceva somigliare ad isole fra il turbolento mare della società: e il cuore bersagliato dalla fortuna (onesta parola, onde si velano la slealtà, l' ingratitudine, l' incongruenza degli uomini ) vi cercava, e spesso anche vi trovava il balsamo della dimenticanza.
Fra i duri casi di mia vita, non m'usciranno mai dalla mente otto giorni, che volli vivere in un monastero. La situazione di quello, sotto incomparabile temperie di cielo, ricreato dalla vista di un' ubertosa amenità campestre e montana, contribuirono senza dubbio a rendermi la tranquillità ch'io era venuto a domandarvi. Ma sotto quei portici taciturni, in quelle fughe di corridoj, non popolati che da persone, in ogni apparenza diverse da quelle che siamo avvezzi scontrare pel mondo, sempre mi tornava al pensiero Dante Alighieri, quando, errabondo al par di me, lasciata anch' egli ogni cosa più caramente diletta, anch' egli indispettito colla patria e coi compagni di sua sventura, là per la diocesi di Luni si assise in un chiostro a meditare. Dove un frate, vistolo rimanere così a lungo osservando, gli si appressò chiedendogli:--Che volete, che cercate, buon omo ? » -- Egli rispose:--Pace ».
E per desiderio di pace Buonvicino si condusse sotto l' atrio, ove la tettoja proteggeva i muricciuoli, disposti ai pitocchi che numerosi, principalmente nella carestia d' allora, venivano per le zuppe ivi distribuite ogni mezzodì. Sulle pareti d' allato vedeasi la storia, vera o leggendaria della istituzione degli Umiliati: e chi oggi in quel palazzo ammira i capolavori degli artisti antichi e le mediocrità dei moderni, a fatica saprebbe figurarsi la rozzezza, onde allora v'erano pitturate a guazzo certe immagini lunghe, smilze, in punta di piedi, senza movenze nè scorci, senza ombre nè fondo nè terreno.
L' indovinare che cosa significassero non sarebbe stata facile impresa, se non fossero venuti in soccorso caratteri e versi non meno grossolani. A manritta dunque si mostrava un diroccamento di case, di mura, di chiese, e la scritta Mediolano indicava doversi intendere le rovine di questa città, allorchè rimase desolata per opera dell' imperatore Federico Barbarossa e de ' suoi confederati, pur troppo italiani. Sul dinanzi, alcuni in abito dimesso, parte in ginocchio, tutti colle mani giunte, avevano a significare i cavalieri milanesi che, secondo la tradizione, fecero voto, se mai la patria si rassettasse dalla schiavitù, di congregarsi a vita di penitenza e di santità. Ciò dichiarava la sottoposta iscrizione in questi che, almeno nell' intenzione dell' autore, erano versi:
Come diruto Mediolano De Barbarossa cum la mano Li militi se botano a Maria Ke laudata sia.
Erano dalla banda sinistra figurate delle case, quali finite, quali ancora in costruzione per indicare Milano, se distrutto dalle dissensioni, or rifabbricato dall' affratellamento dei Lombardi: e una dozzina fra signori e dame, non distinti che dal prolungarsi a queste la guarnacca bianca fino sul tallone, mentre agli altri dava appena al ginocchio, recandosi a braccio e in collo dei fardelli, cioè i loro averi, si dirizzavano ad una chiesa, sovra la quale, fra certe nuvole che avresti scambiato per balle di bambagia, appariva la Madonna, e la scritta diceva:
Questi enno li militi humiliati Quali in epsa civitati Solvono li boti sinceri. Dicete un ave o passeggieri.
La rusticità dei versi e del dipinto non offendeva Buonvicino, a poco di meglio abituato; poichè, sebbene fossero già vissuti Dante e Giotto, ristoratori della poesia e della pittura; sebbene i canti di quello fossero letti pubblicamente e commentati in Lombardia, e Giotto fosse venuto qui a dipingere in Corte di Azone Visconti, non per questo il gusto era diffuso; e non era l' infimo degli scolari di Andrino da Edesia pavese quel che aveva eseguito il grossolano dipinto.
Bensì la storia quivi rappresentata rispondeva bene allo stato interno del nostro Lando, talchè vi stette alquanto fiso in muta contemplazione. Angiolgabriello da Concorezzo portinajo, allorchè lo vide accostarsi alla soglia, si trasse da banda, dicendogli:--Iddio vi benedica »; ed esso entrato, si trovò in un cavedio erboso, nel cui mezzo un pozzo, presso al quale verdeggiava un agnocasto, arboscello che nei chiostri mai non lasciavasi mancare, credendo giovasse a mantenere illibata la castità. Tutt' intorno girava un portico in volta, sostenuto da pilastrelli di cotto, sotto al quale altre immagini, del merito delle prime, istoriavano la vita operosa d' alcuni santi, come san Paolo che tesseva fiscelle, san Giuseppe intento alla pialla, i Padri dell' eremo che faceano carità insieme trecciando foglie di palma.
Del resto ogni cosa quieta. Passeri a migliaia stormivano su per le tettoje, mentre qualche rondine primaticcia aliava esplorando e meditando il nido sotto quelle volte, ove mai non le era stato turbato: i numerosi telaj, che si vedevano disposti negli spaziosi cameroni, riposavano in quel dì, sacro al meditare: tratto tratto appariva alcun frate in tunica di lana bianca: sovr'essa un' onestà, pur bianca, cinto i lombi d' una coreggia, cogli zoccoli in piede e coll'aria di grande mestizia, conveniente al solenne lutto di quel giorno. Erano avvezzi a vedere estranei vagare per le loro case: non ne facevano meraviglia, non domandavano, non temevano: la religione proteggeva le ricchezze ivi raccolte, e rendea sacre le persone, che la divozione o la sventura vi conducesse. Onde passavano da lato a Buonvicino, esclamavano Pax vobis, e seguitavano la loro via.
Tutto questo insieme facea su Buonvicino l' effetto di un placido zefiro sopra un lago mareggiante. Vagò osservando, riflettendo, e il suo passo, dapprima frettoloso e incomposto, veniva lasciando la furia, e dando indizio della calma che a poco a poco le subentrava. Udivasi fra ciò un accordo di voci, ma fioco, lontano come uscisse di sotterra, intonare una lugubre melodia; dietro al cui suono Buonvicino arrivò nella chiesa. Era affatto oscura acciocchè meglio ajutasse il raccoglimento: nessuna lampada, nessun cero luceva sullo spogliato altare: un bisbiglio di preghiere, fatto da devoti che non si vedeano, ricordava gli angelici spiriti che, nel giorno medesimo, furono intesi gemere invisibili nel tempio di Gerusalemme quando moriva il loro Fattore. Nella confessione o, come diciamo noi Lombardi, nello scuruolo, i frati ripetevano a muta le lamentazioni di Geremia, e il racconto così semplice e così appassionato della morte di Cristo.
Tentone si inoltrò Buonvicino, e appressatosi ad una delle sedici colonne che in tre navate dividevano il tempio, trovata alcuna cosa, le si inginocchiò davanti, e tastando si accorse esser un avello, con sopra effigiato colui che in esso riposava. Era di fatto il sepolcro di Bertramo, primo gran maestro generale degli Umiliati, che aveva loro dettate le costituzioni, e si era addormentato in Dio nel 1257.
Sopra quell'urna appoggiato il capo, Buonvicino pianse, dirottamente pianse. Una devota compunzione tutto l' aveva preso: il pensiero di un Dio, di una fine che tutti aspetta, di un Giusto, soffrente per le colpe altrui, di un dolore universale, era sottentrato al sentimento delle personali affezioni, all' idea dei danni antichi, del recente errore, della patria, di Margherita, di quanto il mondo l' aveva fatto godere e soffrire. Quel godere del mondo (egli pensava ) a che riesce se non a scontenti e noje ? Qui invece all' austerità della quaresima, al lutto di questi giorni, succederà il tripudio, l' alleluja: l' altro domani, scontrandosi per le vie, l' un l' altro saluterà esclamando: È risorto ! --salubri penitenze che si risolvono in una santa esultazione !
Ciò meditando, Buonvicino si sentì toccar il cuore, e fermò la risoluzione di togliersi dal tramestio mondano, e rendersi tutto a Dio. La sera non uscì dal convento; chiese d' esser annoverato tra i fratelli, e l' ottenne; in breve fu vestito e professato. Persona di tal credito fu tenuta un prezioso acquisto per la congregazione: la fama se ne diffuse tosto, genza che destasse gran meraviglia, perchè non erano rari somiglianti casi. I buoni ne benedissero il Signore; Buonvicino più fu diletto dai suoi amici, più rispettato dai padroni; i malevoli stessi, ora ch'egli più non dava ombra, ne confessavano i meriti e le virtù.
Egli, assaporando quella pace di Dio che oltrepassa ogni intendimento, per alcun tempo attese alle cure comuni del nuovo suo stato; risolto poi di ordinarsi prete, sì per esercizio di pazienza, sì per acquistare una cognizione, buona a tutti, indispensabile a un sacerdote, prese ad esemplare la Sacra Bibbia. Oh allora, che pascolo trovò all' intelligenza e al cuore ! Oltre la rivelazione delle superne verità, quanto conforto ne trasse a ' suoi casi, quante consolazioni ! quanto impulso al bene ! Nei canti dei profeti sentiva continuo l' amor di patria, ond'esso aveva caldo il petto; la sventura v'è ogni tratto ricreata di speranze; l' ingiustizia che signoreggia, o manifesta, o colla maschera del diritto, trova colà un continuo appello ad altri giorni, ad altro giudice; concordia, amore, eguaglianza, giustizia, animano da capo a fondo quel libro, nel cui studio frà Buonvicino, accorgendosi quanto gli uomini ne deviassero operando a fini personali anzichè al bene comune, dividendosi in oziosi che godono e faticanti che stentano, in ribaldi che ingannano e sopraffanno, e leali che beneficano e soffrono, non che prendere odio per gli uni, disprezzo per gli altri, gli abbracciava tutti in generosa benevolenza, e nell' intento di amicarli, di concordarne gli sforzi a quella che è prima condizione di ogni sociale progresso: la moralità.
Molto durò, discosto da ogni pratica di gente; cominciò poi ad uscire predicando, e allora gran fama si levò, non tanto della sua bravura, come della grande sua bontà. Diffondevasi tra il popolo, massime della campagna; giacchè pel popolo, diceva egli, pei poveri specialmente, ha parlato Cristo, fra vulgari scelse i seguaci suoi, le primizie della Chiesa. Ne istruiva dunque l' ignoranza sulla eguale origine degli uomini, sulla comune destinazione; mostrava donde veniamo; dove si va; i più semplici doveri, le più schiette virtù di padri, di figli, di sposi, di operaj, erano perpetuo suo tema; ingenuo e fin vulgare nel dir suo, sminuzzando il pane della parola secondo la capacità; facendosi, come Eliseo, piccolino per ravvivare le piccole membra.
Passava quindi in concetto di santo, poichè, sebbene non fosse andato pellegrino al Monte Gargàno, a Roma, in Terrasanta, sebbene non facesse di quei miracoli, di cui smoderata era allora la frequenza, operava il miracolo più insigne, quello di rendere buoni gli uomini colla voce e coll'esempio. E poichè allora pur troppo fra quelle razze ineducate succedevano frequenti battibugli di contumelie e peggio, tutto egli davasi nel ricomporre la concordia, e mirabili effetti otteneva di conversioni.
Molti potrei raccontarne, se non udissi alcuno de ' miei lettori domandarmi se questa sia una leggenda di santi. Dirò dunque soltanto come una volta (questo accadde in Varese mentre egli trovavasi colà nella Cavedra, casa del suo Ordine ) uno dei Bossi ed uno degli Azzati, primarj borghesi, erano venuti a parole, dalle parole ai fatti, e dietro loro una turba parteggiante minacciava un sanguinoso scompiglio.--Bisogna chiamare fra Buonvicino », suggerì alcun prudente. Così fanno; egli accorre, procura mitigare gl'irritati, rammentando le promesse e le minacce di Cristo che ci vuole umili al pari di sè; ma il Bossi, che era dei due il più tracotante e bizzarro, cieco nella collera, volse il furore contro il frate, e bestemmiando Dio, le chieriche, le cose più riverite, cominciò a picchiarlo.
Picchiare un religioso era tenuto tale sacrilegio, che gli astanti parte si ritrassero come atterriti, parte si accingevano a volerne vendetta.
E frà Buonvicino, su quel primo momento, sentendo più l' impulso delle antiche abitudini, che non la legge d' abnegazione, che erasi da sè medesimo imposta, afferrato l' assalitore, l' ebbe sbattuto a terra, e alzava il pugno contro di esso; ma l' ira diede luogo subitamente; rientrò in sè; mise un sospiro, quasi dolente che l' antico uomo ad ora ad ora ricomparisse; sollevato il temerario, se gl'inginocchiò davanti, e incrociando le braccia sul petto, con umiltà tanto più sincera quanto che era generosa, gli disse: « Perdonatemi ! non sapevo quel che facessi ».
L' atto pio commosse il prepotente, il quale cadde egli medesimo ai piedi dell' offeso, chiedendo a gran voce perdono, misericordia; e tornato a coscienza, diventò esempio di quelle cristiane virtù, di cui la somma è la carità.
Nè meno famoso venne frà Buonvicino a Milano. In quei tempi che tutto andava per collera e fazioni nella Chiesa, nel foro, nelle scuole, nei conventi, nel campo, i contendenti si ingegnavano di trarre il frate dalla loro. Nel più vivo erano le questioni teologiche, se la luce apparsa sul Taborre fosse creata od increata: se il pane che mangiavano e la tunica che vestivano Cristo e i suoi fosse loro proprietà o di uso soltanto; se gli angeli e i santi godessero della beatifica visione della divinità, ovvero stessero sotto l' altare di Dio, cioè sotto la protezione e consolazione dell' umanità di Cristo, fino al dì del giudizio. Ma qual volta alcuno volesse metter Buonvicino sul ragionarne, e risolvere tra il dottor Angelico, il dottor Sottile, e il dottor Singolare, esso rispondeva che il nostro non è il Dio delle contese, che vuolsi studiare nella religione per rendere un ossequio ragionato, non per introdurre la superbia dell' umana sapienza nelle cose che il savio venera tacendo.
Che ne avvenne ?
Sulle prime, tutte le parti egualmente il disapprovarono, e chi il chiamò pusillanime cristiano, chi troppo cieco credente. Egli non rispose, continuò, e, come accade sempre, tutte le parti egualmente finirono per rispettarlo. Piuttosto avendo conosciuto i vizj della città, penetrato nelle sale dei grandi come nelle officine del fabbro, e sotto la trabacca del soldato, sapeva dove occorressero i rimedj: alla libertà del paese, guasta non tanto dalla prepotenza de ' dominatori, quanto dalla corruttela dei dominati, trovava ottimo ristoro predicare il Vangelo, scuola della libertà vera, vera opposizione e alla tirannia dei capi e alla sfrenatezza dei soggetti; vera soluzione del più importante problema sociale, quello di render soddisfatti coloro che non posseggono, assicurando il riposo di quei che posseggono. Per tal modo riusciva caro ai sofferenti che sollevava con superne consolazioni, e riverito dai potenti, i quali, nell' uomo probo, non ligio ai superbi loro capricci, sono costretti a venerare l' imperio della nobile virtù.
Margherita, già non crederete che egli la dimenticasse; più non si dimentica quando si è amato così. Nè della donna sua temeva egli lo spregio: non ne aveva egli veduto le lagrime in quel terribile momento ? La ricordava sempre come la persona più cara che avesse lasciata in un mondo da cui si era diviso. Per lungo tempo ne schivò affatto la vista; la prima volta che osò domandarne conto a Francesco Pusterla, che, come altri amici, veniva tratto tratto a salutarlo, quel nome, quasi avesse dovuto bruciargli le labbra, tornò più fiate a morirgli in gola: pur finalmente lo pronunziò con un rossore, con un tremito convulso di tutta la persona.
Al fine la materia restò domata dallo spirito, e quando Franciscòlo gli parlava della sua domestica felicità, sentivasi inondato, non più da invidia, ma da tutta pura compiacenza. Nelle orazioni sue, la persona prima e più caldamente raccomandata, era la Margherita, senza che per questo il pensiero disviasse dal Creatore alla creatura: anzi, una dolce speranza il lusingava, che le espiazioni sue, le sue preghiere dovessero acquistare alla Margherita una serie di felicità.
Non doveva essere esaudito, perchè la felicità vera non è germoglio di queste glebe terrestri.
Allorchè si sentì sicuro di sè, tornò una volta a casa della signora Pusterla; ripassò con altro cuore su quel ponte, sotto quegli atrj, su per quelle scale: entrò nel memore salotto; e vi trovò la Margherita che fanciulleggiava col suo Venturino.
Qual momento fu quello pei due amanti ! Ma l' una e l' altro vi si presentavano col vigore acquistato in lunga risoluzione virtuosa.
Frà Buonvicino ragionò di Dio, della fralezza dell' uomo; toccò del passato come una rimembranza cara e dolorosa; chiese perdono; si staccò dalla cintola un rosario di grani di cedro a faccette, su ciascuna delle quali era intarsiata una stella di madreperla, e con pendente una croce, allo stesso modo lavorata. Era paziente fatica del suo ritiro, e consegnandola a Margherita,--Tenetela per mia memoria. Possa questa un giorno venirvi di consolazione ! e nel recitarne le orazioni, pregate Dio per un peccatore ».
Queste parole, quell'atto non furono senza lacrime dell' uno e dell' altra. Margherita si strinse al seno e premette alle labbra quel dono, che assumeva un carattere sacro innanzi all' intelletto, nel mentre al cuore lasciava indovinare quante volte frà Buonvicino dovette pensare a lei nel lungo tempo duratovi intorno.
Quel rosario, quella croce, doveano mischiarsi, deh come ! nelle avventure di quella infelice!
CAPITOLO IV.
L'ATTENTATO.
All' erta ! -- piglia ! -- segui ! -- lascia !
Queste voci schiamazzate dai cacciatori, ed un urlare e guaire di segugi e di levrieri, un sonare di corni, uno sparnazzare di falchi e di sparvieri, uno scalpiccìo di palafreni e di giumenti, il ragliare della cavalcatura del buffone Grillincervello, traevano i Milanesi a vedere una grossa comitiva, che, col signor Luchino, usciva a caccia dalla porta Comasina, e che dai cittadini faceva esclamare:--Oh bello ! » ed ai contadini:--Povere le nostre campagne ! »
A chi esce di quella porta verso Como, dopo corso un dieci miglia, fra Boisio e Limbiate, si affaccia sulla mancina un vago palazzotto, a cui la lieta situazione fece dare il nome di Mombello. Sta sul colmo di un poggetto, ultimo ondeggiamento del terreno che, via via digradando dopo le altissime vette delle Alpi, qui viene a perdersi nell' interminabile pianura lombarda. Di lassù spazia lo sguardo sopra le feconde campagne del Milanese, da cui sorgono tratto tratto casali, grosse terre, borgate, e più in là la metropoli dell' Insubria, colla meravigliosa mole del Duomo, monumento dell' originalità e della potenza dei tempi robusti e credenti; dall' altra parte vagheggia un cerchio di ubertose colline, poi di superbe montagne, che a mattina e a tramontana limitano l' orizzonte, varie di forma, di altezza, di tinte: alcune verdeggianti e coltivate a grano e a vigne: altre non vestite che di boscaglie; altre in fine brulle e squallide, siccome la vecchiaja dell' uomo che male trascorse la sua gioventù.
Quel palazzo, come ora è, fu rifabbricato dai signori Crivelli nel secolo scorso; negli ultimi anni del quale venne in celebrità, allorquando il giovane Buonaparte, sceso a nome della repubblica francese a rendere serva la Lombardia col solito titolo di liberarla, colà si piacque di porre alcun tempo il suo quartiere generale.
Ivi, attorno al giovane eroe, figlio della libertà e che credevano intento a dispensarla, mentre non mirava che a farsene erede, accorrevano a portare servilissimi omaggi i deputati delle improvvisate repubbliche d' Italia, alle quali la prepotenza militare aveva diminuito il numero delle azioni libere, cresciuto quello delle obbligatorie; concesso licenza di pagare assai più, e di piantare sulle piazze un grande albero, intorno a cui far gazzarre e risa e balli e canti, finchè a qualche burbanzoso ufficiale piacesse intimare il silenzio. Di tali dimostrazioni rideva il Buonaparte in quella villa; rideva della sincerità dei pochi, e si giovava dell' astuzia dei più; e intanto preparavasi a mercatare Venezia, ed a spianare a sè medesimo la via di salire a un trono, innalzatogli da coloro che dianzi, coll'abbatterne un altro, aveano proclamato al mondo lo sterminio dei regnanti e l' era della libertà e dell' eguaglianza,--non però della giustizia.
Non ti spaventare, lettor benigno; non temere che noi vogliamo qui tracciare il pendio, per cui l' Italia passò dal dominio dei Visconti sino a quello di Napoleone: il cenno fatto di lui non è che una delle tante e troppe digressioni del nostro racconto, alla quale ci recò la menzione di quel palazzo. Poco prima dei tempi da noi descritti, era stato, con isplendidezza pari alle loro dovizie, fabbricato dai signori Pusterla per villa suburbana; abbellito di tutti gli artifizj, onde allora si sapesse far lieta una casa campestre; giardini con ogni maniera di belle piante e rare, bei poggi di vigne, grotte, zampilli e ruscelletti da lungi condotti, davano amenità e frescura, mentre gli appartamenti offrivano tutte le agiatezze, non disgiunte da esteriore apparenza di forza. Poichè ai quattro angoli della fitta muraglia che lo girava, sorgeano torri di pietra, capaci ad ogni occasione di tener fronte a qualche improvviso attacco che, in tempi di tante agitazioni fra i privati e di sì poca forza nel Governo, potea venire o dal popolo ammutinato, o da bande di masnadieri, o da emuli baroni.
Quivi appunto erasi ridotta la signora Margherita allorquando il suo Franciscòlo, lusingato dalla confidenza mostratagli da Luchino Visconti, si era, mal per lui, assunta la esibita ambasceria a Mastino della Scala. Nè le dissuasioni di frà Buonvicino, nè le carezze della donna sua erano valse a stornarlo da incarichi, i quali, vergognosi sotto vergognoso dominio, potevano sembrare un assenso dato all' oppressione della patria: nè ad indurlo a vivere in decoroso ritiro, muta protesta che ognuno può senza pericoli opporre ai cattivi reggimenti. Come egli dunque si fu partito, essa preferì togliersi alla città, e nella quiete campestre risparmiarsi il dispiacere di veder il trionfo dei tristi, e cercare più frequenti le occasioni di fare il bene.
Altrimenti la intese o volle intenderla quel Ramengo da Casale, adulatore di Luchino, che altra volta ci venne occasione di nominare. Il quale, presentatosi al Visconti, pochi giorni dopo che Francesco Pusterla se ne fu andato per Verona,--Signore (gli disse ), madonna Margherita si o collocata a Mombello. Certamente ella cercò la solitudine perchè ad alcuno piacesse di consolargliela. Non vorrà la serenità vostra onorarla di una sua visita ? »
Il partito più destro che i cattivi signori traggono dai cortigiani, è il farsi suggerire da loro il male, di cui già avevano l' intenzione, e così scusarsi in alcun modo davanti alla propria coscienza. Luchino, dissimulatore dei proprj sentimenti, non mostrò fare caso di un suggerimento che tanto gli diede per lo genio: ma pochi giorni dopo, ordinava una gran caccia clamorosa nei boschi di Limbiate.
Era la caccia passione dominante in Luchino, siccome negli altri signori, che vi trovavano una imitazione ed un esercizio preparatorio della guerra. Immensa quantità di selvaggina si annidava pei frequenti boschi, moltiplicandosi protetta dall' impunità, poichè le leggi, riservando questi animali al diletto dei principi o dei feudatarj, punivano di gravissime pene il contadino che avesse ardito turbarli, non che ucciderli, quand'anche li vedesse correre sopra i suoi campi e desolarli. Ma i patimenti di questi, che importavano ? non erano che vulgo: e il principe intanto si ricreava, e attorno a lui altri signori venivano in grossa comitiva, tutti, benchè da caccia, in abiti eleganti. Imperocchè i nobili, scemate le occasioni di distinguersi dagli altri nelle magistrature e fra le armi, s' erano vôlti a gareggiare di vestiti e di lusso; e siccome uno scrittore contemporaneo dice, _cominciò la gente ismisuratamente mutare, abiti sì di restimenta sì della persona: cominciò a fare li pizzi delli cappucci lunghi: cominciò a portare panni stretti alla catalana e collare, portare scarselle alle coreggie, e in capo portare cappelletti, sopra lo cappuccio. Poi portavano barbe grandi e folte, come bene giannetti spagnuoli volessero seguitare. Dinanzi a questo tempo, queste cose non erano anco. Si radevano le persone la barba, e portavano vestimenta larghe e oneste; e se alcuna persona avesse portato barba, fora stato avuto in sospetto d' essere uomo di pessima ragione, salvo non fosse spagnuolo, ovvero uomo di penitenza. Ora è mutata condizione, idea, diletto. Portano cappelletto in capo per grande autorità; folta barba a modo di eremitano; scarsella a modo di pellegrino. Vedi nuova divisanza ! E che più è, chi non portasse cappelletto in capo, barba folta, scarsella in cinta, non è tenuto covelle, o vero poco, o vero cosa nulla. Grande capitana, è la barba. Chi porta barba è temuto_.
Che se l' ingenuità, soverchia davvero, di questo narratore non vi tediasse, vorrei lasciare ad esso il descrivervi i costumi di Luchino, poco mutando delle sue parole. Facciamolo, e a chi non piace, salti al fondo.
_Luchino visse in signoria anni nove in tanta pace e giustizia, che non si trovava un terreno che si crollasse. Con l' oro in mano gira l' uomo franco. Fu uomo severo senza alcuna pietà. Mai non perdonava. Secondo lo peccato, secondo la fallanza puniva. Questo messer Luchino, benchè guardie avesse d' uomini da piede e da cavallo a modo regale, niente di meno ebbe una speziale e nuova guardia con seco. La guardia sua erano due cani alani grandi e terribili, grossi come leoni, lanuti come pecore; gli occhi avevano rossi e terribili. Questi due cani alani sempre lo seguitavano per la corte, l' uno dalla parte ritta, l' altro dalla parte manca. Quando mangiava solo stavano a tavola tuttavia con esso quattro grandi cani e della carne dava ora ad uno ora all' altro. Quando stava in piedi, la molto baronia gli faceva intorno piazza con silenzio per temenza dei cani: nulla si crollava, nulla parlava. Che se per ventura lo signore un poco guardasse alcuno con malo sguardo, subito li cani li erano sopra in canna, e davanlo per terra. Anche questo messere Luchino fu uomo molto giusto, nè per oro nè per argento lasciava di fare giustizia, sicchè sua terra era franca. Molto amava lo popolo minuto_.
Quale amor di popolo e di giustizia fosse quel di Luchino, di Luchino che solo nei cani si fidava, il dica chi (come il Maj nei palimsesti ) sa leggere altre parole sotto alle apparenti. È vero ch'egli favoriva lo popolo minuto, ma per deprimere i grandi, non già per sentimento del bene: son però queste le vie della Provvidenza, che fa dai despoti stabilire l' eguaglianza in faccia ad un padrone, finchè vengano tempi che avverino l' eguaglianza in faccia alla legge.
Se l' annunzio del venire di Luchino conturbasse la Margherita, non occorre che io ve lo dica. Acconcia colla leggiadria che ai campi si conviene, atteggiata d' ogni grazia ma pur maestosa, ella accolse la brigata allorchè si dirizzò per riposarsi al suo palazzo: nella sala e nei tinelli avea fatto disporre lauti e delicati rinfreschi pei signori e per la famiglia; goduti i quali fra l' allegria ed i festosi motteggi, e fra le sguajate smancerie di Grillincervello, cui la dama opponeva un dignitoso silenzio, Luchino chiese di ammirare a parte a parte la bella posta e la ben intesa eleganza del luogo. La signora il compiacque, e dal poggio spaziandosi giù per la pendice, tutto mostrava a Luchino, mentre i suoi seguaci animavano quel quadro, spargendosi in gruppi ad ammirare quel cielo così salutevole alla vita, e le ridenti circostanze, ove in quella stagione ogni cosa appariva nel colmo della bellezza e della bontà.
Ma la dama traevasi continuamente a mano il suo Venturino; una grave damigella non le si dipartì mai da fianco; e dietro, alcuni famigli in aspetto di far onore all' ospite, il quale trovò appena agio di poter dirle alcune galanterie, che essa mostrò accettare come nulla meglio che gentilezze universali e insignificanti. In sul partire adunque, Luchino, dopo aver levato a cielo la situazione gli adornamenti,--Ma per una solitudine (susurrò a Margherita ) sarebbe bene che voi foste più sola ».
Sperò il temerario averle fatto intendere l' animo suo; lo sperò tanto più, in quanto cortesissime gli erano parse le accoglienze della bella cugina; e la virtù conosciuta in questa, non che rimoverlo dai turpi suoi divisamenti, più ve lo infervorava, per quel mendo umano d' impuntarsi maggiormente ove più difficoltà si affaccia. Nè mancavano d' aggiungere legna al fuoco Ramengo e gli altri cortigiani, esaltando i meriti della bella e gli atti cortesi onde aveva accolto e onorato il principe parente. Unico il buffone osava lanciare motti al signor suo, di caccia fallita, di non so che altre baje, le quali, mentre moveano a riso Luchino, più ne istigavano l' amor proprio a voler ridurre ad effetto il suo capriccio.
Quella prima gita non era stata se non come la correria che si fa sotto una piazza nemica, tanto per riconoscere il luogo e le opportunità dell' accampamento e degli assalti. Non passarono molti giorni, e Luchino, con poco seguito di fidati, ricomparve baldanzoso a Mombello. Ricomparve sgradito ma non inaspettato: chè troppo la donna erasi avveduta come e le lusinghe della parentela, e l' autorità del grado, e il bagliore delle ricchezze dirigesse egli ad un iniquo fine. Era dunque cresciuto il pericolo, non per la virtù di Margherita, ma per la pace sua, la quale rimase turbata dal contrasto durato in frenare e respingere le proposizioni dell' audace, dall' incertezza del fin dove egli spingerebbe altre volte le sue persecuzioni.
Mentre Luchino tornava quel giorno verso Milano, computando dentro di sè i progressi che potesse aver fatti verso il fine delle sue voglie, e coll'allegria propria e col fragore della brigata cercando di lasciar indovinare un trionfo che sperava, che voleva agevolare col darlo già per ottenuto, Grillincervello gli disse:--Guarda, guarda, padrone ! Colui là certo è un tuo debitore »; ed accennava un giovane che a cavallo veniva via a rotta per la strada, e che, come s' avvide del corteggio del principe, la diede attraverso i campi per iscansarlo.
Egli era quell'Alpinòlo che, se vi ricorda, abbiamo incontrato nel primo capitolo, a fianco del Pusterla, e del quale, poichè avrà molta parte nel nostro racconto, conviene che diciamo. Passava per un di quei tanti senza genitori, cresciuti come una pianta in mezzo al deserto.
Ottorino Visconti, fratello della nostra Margherita (quel desso sulle cui avventure vi ha fatto piangere un amico mio ) avea nel 1329 dall' imperatore Ludovico il Bavaro ottenuto in feudo Castelletto sul Ticino e le giurisdizioni del Novarese, dominj restati poi nei Visconti d' Aragona, discendenti da quella famiglia. Per gratitudine egli andò ad accompagnare quel sovrano a Pisa; e reduce di là, varcato il Po non lontano da Cremona, gli accadde di fermarsi ad un casolare sulla riva, in cui stava una famigliuola di mugnaj, che nei barconi guidavano i mobili loro mulini a cercare la più opportuna corrente, e che, quando ne capitassero, tragittavano i passeggieri. Quivi desiderando un tratto riposarsi, Ottorino chiese che alcuno dei fanciulli gli tenesse il cavallo, mentre sbrucava un poco di erba sul pratello quivi innanzi.--Io no.--Neppur io » rispondevano dispettosetti, e scappavano volgendosi ad ora ad ora a guatar il cavaliero e la bestia con una meraviglia sospettosa. Ma uno di essi, che al corpo pareva di più età, ma in fatto contava appena sette anni, si fece innanzi baldanzoso, e--Che paure ? a me». E preso alla briglia il palafreno, lo osservava, lo palpeggiava, godeva di porgergli l' erba di propria mano, di sentirsene il fiato sopra il volto, facendosi bello di poter dominare un sì grosso e generoso animale; poi, con un sospiro, qual non sarebbesi atteso dalla verde età e dal contegno ingenuo e risoluto di lui, esclamò:
-- Oh ne avessi uno io ! »
Ottorino, che compiacevasi al vedere quella vispa franchezza,--Che ne faresti tu ? » gli chiese.
--Eh! so ben io che ne farei, io. Correrei per mari e per terre a cercar di mio padre ».
-- Ma il padre tuo non l' hai tu qui ? » replicò Ottorino.
--Oh! signor no ! » rispose crollando il capo con mesta tenerezza il garzoncello. « M'hanno trovato su queste rive; m'hanno portato in quella casa; m'hanno tirato su... Ma... non aver i suoi ! non poter mai dire come tutti gli altri, caro babbo ! »
--E tua madre?»
Si rimbambolarono gli occhi al fanciullo, e mentre col dosso d' una mano li tergeva, tendendo il dito dell' altra proferì:--Eccola là »; e mostrava una croce sur un rialto, alla quale era appesa una fresca ghirlanda di margaritine e garofanetti.
Ne prese pietà Ottorino, e--Verresti tu meco ? »
--Se stesse a me! Ma recherei dispiacere a questa povera gente... mi vogliono tanto bene !... Ma non ci ho mio padre ! »
Quei mugnaj avevano di fatto messo un grande amore nel ragazzo: quando però il Visconti chiese glielo lasciassero condur via, l' uomo rispose:--Oh signoria, la è troppo buona. Se lo porti pure. Tutta bontà di Vossignoria».
Ma la Nena, moglie di lui, forse che avesse in astratto sentito parlare dei guaj del mondo e delle bisbeticherie dei signori, cagliava, e al garzone diceva:--Non badargli ! rimani qui. Pane non te ne verrà meno se vorrai lavorare: e sarai quieto e dabbene e timorato di Dio ».
Maso invece (così chiamavasi il mugnajo ), uomo che aveva girato il mondo, cioè era andato a prendere grano e riportar farina sino a Cremona e a Casalmaggiore, e che davasi a intendere d' aver conosciuto gli uomini perchè aveva conosciuto molti gastaldi e molti granaj, le dava sulla voce, e--Come ? vorresti tu rubargli questa fortuna? Non vedi ? egli è un diavoletto. Gran salute, gran coraggio, grande appetito; ha tutte le condizioni per diventare un grand'omo. Lascia pure che sua signoria se lo conduca, e vedrai, farà passata. Già non è nato mugnajo, nè il deve diventare ».
Le ragioni del marito, come succede, prevalsero: la Nena, sul congedarlo, mentre rassettava indosso quel po ' di cenci al fanciulletto che balzava tant'alto dalla contentezza, gli diceva:--Guardati dai pericoli, fuggi le cattive compagnie, le donne e le bettole », come dicono tutte le madri nel licenziar i figliuoli, Maso gli soggiungeva:--Rispetta sua signoria e fa fortuna »: e Ottorino si menò seco il ragazzetto.
Quest' era appunto il nostro Alpinòlo, e Ottorino destinava farsene uno scudiero; e intanto che venissero gli anni, lasciarlo per paggio a Bice sua moglie. Ma ohimè! tornando in patria scoperse che Bice l' avea tradito, ed erasi fuggita a viver male nel castello di Rosate con Marco Visconti suo cugino; il quale poi, sazio o insospettito, un giorno la trabalzò dalla finestra nella fossa, salvo a piangerla dirottamente dopo morta.
Ottorino ne patì come uomo di sentir generoso che vedesi ingannato da persona carissima; andò cercando distrazione fra le imprese e nei viaggi, ed il cordoglio lo trasse a morte sul meglio del vivere: e nel 1336 fu sepolto in Sant'Eustorgio di Milano, presso suo padre Uberto.
Lasciò egli raccomandato Alpinòlo specialmente alla Margherita, consolatrice sua in quel crepacuore; onde il garzone attaccassimo a lei, con essa passò nella casa Pusterla, ove serviva a Franciscòlo in uffizio di scudiere. Animo esuberante di affetto, non trovandosi al mondo persona su cui per naturale legame potesse rivolgerlo, tutto l' aveva diretto, dirò meglio, avventato sulla famiglia in cui era aggrandito: e ne amava le persone e gli interessi coll'impeto di una passione, qual poteva essere in un giovane che, non disciplinato da consigli di superiori, conservava in tutto il vergine loro vigore la foga, l' irriflessione, quell'estremo bisogno di sensazioni e di felicità, che sono pregio e difetto della giovinezza. Un desiderio, anzi una vera mania di libertà avevano ispirato in esso i bollenti discorsi del suo giovane signore, e le compagnie che in Milano frequentava di giovani acuti alle novità, e di veterani memori delle franchigie antiche e dispettosi della presente servitù. Si sarebbe detto che, al modo onde gli uomini sollevati da bassa fortuna s' ingegnano di farla dimenticare, così egli volesse far dimenticare altrui, dimenticare egli stesso di non avere nè parenti nè patria di nascita, coll'amare oltre misura quelli di adozione. Alla sua balda imperturbabile volontà non era sacrifizio che paresse grave per servire la repubblica milanese o i figli di Uberto Visconti e il Pusterla: mettere per essi la vita gli saria parso ben poca cosa.
Tali caratteri che, qualora si fissino sopra un' idea o sopra una persona, hanno per nulla tutto il resto del mondo, scarsissimi s' incontrano nelle odierne società, il cui attrito, come fa coi ciottoli il torrente, leviga e pareggia tutte le disuguaglianze della superficie. È un bene ? è un male ? Chiedete se è bene o male la polvere di cannone, la quale, ove saviamente si diriga, serve di potenza e di difesa; sregolata, diviene micidiale.
Se a questo fare di violenza, mai non iscompagnata da generosità, accoppiate la freschezza dei diciassette anni, una schiettezza ardita, eppure educata alquanto dal conversare coi signori, una melanconia su tutti i suoi sentimenti diffusa dall' ignorare i parenti suoi, comprenderete come dovesse venir caro ai Milanesi, gente per natura d' ottimo sangue; nè dico solo agli umili, ma a quelli ancora di alto grado. La stessa incertezza dei natali, che il mondo, per una delle mille sue ingiustizie, suole ascrivere a colpa, o almeno guardare colla superba compassione che tanto si avvicina all' insulto, non che nuocere ad Alpinòlo, il rendeva anzi più interessante a chi lo conoscesse, per la smania perpetua ch'esso mostrava di trovare, di ricuperar suo padre, di togliersi dal volto questa, ch'egli chiamava infamia, del non avere genitori. Se volta avveniva che udisse narrare le angustie di qualche malarrivato,--Ma egli almeno ha padre o madre », esclamava. Qualora mirasse un fanciulletto a mano o fra le braccia dei genitori, struggevasi di pietà, di desiderio. Quante fiate la Margherita il sorprese, che contemplando il suo Venturino e blandendolo con melanconiche carezze, frenava le lagrime a stento !
Come la Margherita fosse opportuna a ispirar amore in chiunque le si accostasse, già deve il lettore averlo compreso: e deve il lettore, per poca esperienza che abbia del mondo, avere osservato come coloro che poco hanno a lodarsi degli uomini, si volgano con entusiasmo di devozione alle donne, in cui trovano la compassione, il disinteresse, l' affettuosità, per così dire, che negli uomini rimangono o spente o soffocate dai calcoli dell' amor proprio e dal tumulto delle faccende.
Perciò sopra la Margherita aveva Alpinòlo concentrato tutto l' affetto che dapprima portava ad Uberto e ad Ottorino estinti, e ad altri due fratelli di essa che allora combattevano in Palestina; non affetto qual suole intendersi da uomo a donna; una specie di culto, tale da distruggere tutti i computi della vanità, tutte le speranze della passione: e considerandola come un punto lucente fra l' universale tenebria della società, non avrebbe tampoco saputo pensarla capace d' azione men che generosa e santa.
Se alcuno mai non ha versato lacrime sul seno di donna rispettata, se mai non ha all' occhio di lei rivelato un cuore ferito e contristato, non indovinerà quali momenti doveano esser quelli, in cui Alpinòlo, sedendo vicino alla signora sua, coll'affetto di un fratello, colla riverenza di un vassallo, le apriva le proprie ambasce. Su queste gli uomini avrebbero sorriso sdegnosamente siccome di una debolezza, di una fanciullaggine, di una esagerazione di sentimento: ma in lei trovavano un eco, una simpatia, ed alcune di quelle parole che bastano a tornare per un pezzo il sereno a chi più era da nubi ottenebrato.
Nell' anno precedente a quello in cui siamo col nostro racconto, i Visconti erano stati ad un pelo di perdere il dominio. Lodrisio Visconti, nipote di Matteo Magno, corrucciato di vedersi escluso dalla signoria, tentò fare novità, fidando sui molti scontenti, sulle promesse di qualche vicino, sul proprio ardire e sulla fortuna, e mosse contro Azone una banda di mercenarj. Questa banda, composta di Tedeschi e guidata dal capitano Malerba, fu chiamata la Compagnia di San Giorgio, ed è la prima delle molte che poi resero il valore un mestiere, e che, terribili non meno agli amici che ai nemici, tempestarono per due secoli la già abbastanza afflitta patria nostra.
Contro l' istante pericolo presero le armi tutti i Milanesi, i quali, se non trovavano gran fatto a lodarsi dei presenti dominatori, avevano però abbastanza lume d' intelletto per non credere alle promesse di libertà, che Lodrisio voleva effettuare colla violenza; nè sperare che un branco di masnadieri comprati venisse a raddrizzare i torti e rinsanichire la giustizia in un paese straniero. Non avendo però saputo impedire che Lodrisio passasse l' Adda a Rivolta, giungesse fin nel contado del Seprio, al cui dominio pretendeva, e si accampasse a Legnano, i Milanesi mossero ad incontrarlo colà con tremilacinquecento cavalli, duemila balestrieri, quattordicimila fanti, ragguardevole esercito per sì piccolo Stato. Lo comandava Luchino, non ancora principe, il quale dispose l' avanguardia a Parabiago, a Nerviano il centro, la retroguardia a Rho; ma sorpreso di gran mattino il 21 febbrajo (era domenica, e nevicava a fiocchi ) ebbe un tale tracollo, che rimase egli medesimo prigioniero, e fu legato ad un albero finchè la giornata fosse decisa.
Lo vide in quest' arduo Alpinòlo, che dietro a Francesco Pusterla combatteva: e tosto recatone avviso ai cavalieri più fidi d' arme, con essi rinfrescò la battaglia; e raddoppiando gli sforzi, giunsero a ricoverare il capitano. Se non fosse stile della storia il non riferire mai che a persone illustri il merito delle illustri azioni, avrebbe essa confessato che la principale parte in quel fatto l' ebbe Alpinòlo, il quale, facendo meraviglie della sua persona, arrivò primo sino al Visconti, e tagliatone i lacci, rimessolo a cavallo, e cacciatagli in mano una mazza ferrata, tornò con esso a mostrare il volto ai nemici; i quali, al fine d' una giornata in cui cinque volte si rintegrò la battaglia, andarono in piena rotta, lasciando prigioniero lo stesso Lodrisio, che stentò degli anni assai in un carcere a San Colombano.
È questa la battaglia di Parabiago, tanto celebrata fra i Milanesi, in cui si narrò che sant'Ambrogio comparisse nell' aria con un poderoso staffile, percotendo quei mercenarj[7 ]; e in memoria della quale si fabbricò un insigne tempio sul luogo dove Luchino fu liberato, con ordine che ogni anno, nel dì stesso, considerato come festivo, i dodici signori della Provvisione vi tornassero in grande solennità a far un' offerta in comune, per assistere ad una messa speciale, nel cui prefazio si scagliavano imprecazioni contro quelle masnade: rito che seguitò fin quando san Carlo Borromeo lo restrinse a una visita alla basilica ambrosiana in città.
Per allora grandi feste, grandi falò si fecero in Milano, e Azone con pomposo corteggio recatosi a Parabiago, vestì cavalieri quelli che più si fossero nella battaglia segnalati. Un araldo d' arme chiamava un dopo uno i prodi, coi nomi e i titoli della famiglia e dei genitori: e non trovandosi macchie, gli diceva:--Vieni, e t'accosta a ricevere il cingolo militare, di cui la patria e gli altri cavalieri ti credono meritevole ». In questa guisa furono da esso araldo nominati ed esaminati Ambrogio Cotica, Protaso Caimi, Giovanni Scaccabarozzo milanesi, Lucio Vestarini lodigiano, Inviziato di Alessandria, Lanzarotto Anguissola e Dondazio Malvicino della Fontana piacentini, Rainaldo degli Alessandri mantovano, Giovannolo da Monza, Sfolcada Melik tedesco: i quali un dietro all' altro si presentavano ad Azone, che ricevendone il ligio omaggio, dava ad essi una leggiera gotata, presentava la spada, e ne circondava i lombi colla cintura cavalieresca; mentre due altri cavalieri allacciavano ai loro talloni gli sproni d' oro. Fu poi chiamato Giovanni del Fiesco genovese, fratello della signora Isabella moglie di Luchino, ma gli onori non poterono esser renduti che al suo cadavere, là recato sopra ricca bara, accinto di tutte le armi come quando, ai fianchi del cognato combattendo, era rimasto ucciso.
Ultimo si proclamò il nome di Alpinolo, ma quando fu chiesto chi fosse il padre suo e quale la schiatta, nessuno potè renderne conto; egli stesso ammutolì confuso, come al rimembrare d' una vergogna; e non potendo provare di non uscire di stirpe non infamata, non venne ammesso all' onore dei prodi. Se la cosa il pungesse nell'anima, consideratelo. Solo la tirannia più sozza e sconsigliata parevagli che potesse badare alla razza, anzichè alla personale virtù: paragonava sè a questo, a quello, singolarmente al Melik, tedesco prezzolato, e da quell'ora si fece più astioso contro i Visconti, più sempre smaniato di conoscer suo padre; e somigliante a certe vergini involontarie dopo una serie di desiderj delusi, era divenuto irritabile, stizzito colla società, a dir suo, così mal regolata: e sempre più entusiasta per coloro che vi formavano eccezione, sempre più bisognoso di nuovi sogni, di pericoli, di prove rinascenti.
I Milanesi davanti a quasi tutte le case nobili costumavano un porticale, dove poter accogliersi ad asolare, a discorrerla cogli amici, a carattarsi l' un l' altro, così portando la vita pubblica e comune d' allora, come il rinchiudersi e isolarsi è portato in altri tempi dal non vivere ciascuno che per sè, dal non far più che sè stesso centro e periferia di ogni azione. Di sessanta che erano questi luoghi di ritrovo, che chiamavano Coperti, ora appena sussiste quello dei Figini, fabbricato poco dopo in piazza del Duomo[8 ].
Appunto sotto uno di questi Alpinolo, in sul mangiare, barattava parole, col fuoco che egli in ogni cosa poneva, allorchè se gli avvicinò un tal Menclozzo Basabelletta, umore satirico, beffardo, e caldo popolano, come quei tanti in cui lo sprezzo tiene luogo di libertà. Non so se per amore di bene, o per dispettosa invidia, o per piaggiare la plebe, che anch' essa ha i suoi adulatori, si faceva indagatore maligno, e sarcastico detrattore dei nobili, dei ricchi, dei magistrati.
Salutato egli il giovane, e battendogli sulla spalla,--Oh ! (gli disse ) quella cima di tutte le donne, quella coppa d' oro di cui non rifini di contar miracoli, scusa assai bene la lontananza del marito col ricevere il magnifico signor Luchino. L' ho visto io più volte uscire verso la villa di lei ».
Chi avesse veduto Alpinolo inalberarsi nell' udire trassinato fra un pieno circolo quel nome a lui sacrosanto, l' avrebbe assomigliato a un basilisco che s' avventa a chi gli trasse la pietra. Rosso come i bargigli d' un tacchino, divampante negli occhi.--Menti per la gola, sparlatore villano ! » urlò con irte le chiome; e cacciando a mano la sciabola, saltò senz' altro alla vita del petulante. I circostanti accorsi aiutarono questo a sottrarsi; poi con parole, e più a forza di braccia ritenendo Alpinolo, poterono alfine quietarlo. Pure, giurando a gran voce vendetta, ripetendolo bugiardo, stringendo le dita in pugno, pestando de ' piedi, digrignando i denti, corse in furia a casa i Pusterla, e senza proferire parola, che tra quell'ira non avrebbe potuto articolarne alcuna, si difilò alle scuderie, e gettata la briglia al primo cavallo che gli venne sotto la mano, vi saltò su di netto e via a spron battuto.
--Salva! salva ! » esclamavano le madri nel vederlo venire di carriera, e si affaccendavano a levare di mezzo alla strada i bambini trescanti. Egli via, prestamente ebbe guadagnata la porta Comasina, situata poco oltre il ponte Vetere: e uscitone per la strada allora angusta e bistorta, percoteva in fuga il corridore, quando, non essendo molto lontano da Boisio, conobbe di lontano la compagnia di Luchino, che tornava di Mombello.
Augurossi di non avere occhi, tanto gli trafiggeva il cuore quel trovar vero ciò ch'egli aveva al Menclozzo con tanta sicurezza disdetto. Più che mai fuori di sè, figgendo gli sproni nella pancia al cavallo, il precipitò di foga traverso ai frumenti spigati, evitando la brigata abborrita. Allora fu che lo notò Grillincervello, ma non potè intendere le imprecazioni, che non solo col pensiero, ma colla voce, ossia con un rantolo, con un gorgolìo inarticolato, slanciava contro di loro Alpinolo.
Siffatto, per viette non usate egli giunse a Mombello: in mezzo al cortile balzò dal cavallo, e senza por mente a questo, così come era polveroso e affiatato si presentò alla Margherita. Era la prima volta ch'e ' si permettesse con lei simile eccesso di famigliarità: ma era anche la prima volta che per lei concepisse altro sentimento che di venerazione. Non appena però si vide incontro il soave e sicuro aspetto di quella bellissima, ancora un non so che turbato dalla visita ricevuta, a guisa d' un bel cielo sul cui zaffiro la passata bufera lasciò tuttavia qualche nuvoletta, ogni sdegno fu quieto in Alpinolo, ogni sospetto dileguato: e come era stato subito a supporre il male, altrettanto subito rimproverava sè stesso acerbamente d' aver potuto un istante dubitare di quell'angelo. Chinò dunque gli occhi, quasi indegno si credesse di fissarla; ma pure non potè lasciare di dirle:--Anche qua Luchino ? »
La Margherita, colla dignità della virtù a cui non giungono gl'insulti direttile, alzò il capo, e in tono di dolce rimprovero esclamò:--Alpinolo ! questa parola avrebbe potuto venire da tutt' altri: ma da voi non l' avrei mai temuta ».
Ruppe in singhiozzi Alpinolo, e le si gettò ai piedi chiedendole perdono: narrò il sospetto, intese la spiegazione: e il conchiuso dei loro discorsi fu ch'egli subitamente istruisse d' ogni cosa frà Buonvicino. Non era scorso il domani, che Buonvicino era venuto alla Margherita, e persuasala a pigliare i passi innanzi, e ridarsi senza indugi alla città, come ella fece, tenendovisi ignorata nel chiuso palazzo finchè ritornasse il marito.
Luchino pochi giorni tardò a rivenire all' assalto, pieno di una contumace fidanza. Accostandosi a Mombello, trova un silenzio perfetto: le finestre chiuse: nessuna bandiera sulle torrette. Luchino comincia a sbuffare dal dispetto, Grillincervello dalle risa: questo lancia il suo somaro, e poco poi torna indietro riferendo:--L'uscio è imprunato, domine, c' è la faccia di legno. » Sviano dunque, e venuti alla corte rustica domandano al gastaldo che n'è della signora del luogo.
-- È partita.
--Quando?
--Jer da sera, eccellentissimo.
--Per dove?
-- I fatti dei padroni io non li cerco, io.
-- Ma non aveva ella disposto per rimaner qua dei giorni molti ?
--Anzi dei mesi, eccellentissimo.
--Onde dunque l'improvvisa risoluzione?
-- I fatti dei padroni io non li cerco, io. Mio dovere è obbedire, eccellentissimo ».
Troppo rincresceva a Luchino che altri dovesse accorgersi d' un torto fattogli, d' un mancatogli riguardo; sicchè mostrò di pigliare la cosa in riso; e prese a celiarne egli stesso, a lasciar quasi intendere che ciò fosse un accordo, un' intelligenza. Ma questa necessità del fingere ne aizzava tanto più lo sdegno, e pieno di maltalento, giurava pigliar vendetta di quello che chiamava oltraggio. Legna al fuoco aggiungevano quinci i lazzi del bigherajo che non si rassegnava a comparire ingannato, quindi il vile cortigiano Ramengo, che, per sue ragioni malvolto verso la Pusterla, sapeva con arte fina esacerbare contro di lei il principe, sperando addensare un turbine sul capo della innocente.
Nè la speranza scellerata gli fallì. Da quel punto l' amore, dirò meglio, il voluttuoso capriccio di Luchino, attraversato, si converse in fiera collera: e con profonda atrocità si propose, così in generale, di perdere quella infelice. Occasioni di nuocere a un nemico non vengono scarse al potente, e pur troppo gliene offrono talora le stesse vittime designate, talora gli amici di quelle. Fu il caso.
Alpinolo, coll'impeto sconsigliato a lui naturale non si limitò ad adempiere la commissione di Margherita: la quale anzi gli aveva ingiunto di risparmiare a suo marito la cognizione d' un oltraggio, per resistere al quale ella sentiva abbastanza forte sè stessa, non abbastanza forte lo sposo per accoglierlo come uom deve, o per legittimamente punirlo. Ma se a lei la prudenza insegnava a rivelare il men che si può de ' guai irremediabili, Alpinolo era invece persuaso che il mostrare le piaghe equivalga a rimediarvi. Non appena dunque ebbe inviato frà Buonvicino alla signora, senza farne motto ad alcuno tornò fuori di città, e tirò per la più breve a Verona.
Senza dar riposo mai al suo corpo, senza distinguere il fitto meriggio dalla notte più fonda, stancando la cavalcatura, non l' indomito suo corpo, scorreva paesi e paesi, ma ancora più a furia trasvolava il pensiero, in un delirio di fantasie, vie più incitato dalle memorie dei luoghi per cui traversava.
In Crescenzago era morto Matteo Visconti:--Anch'essi questi grandi, questi prepotenti finiscono come l' ultimo della plebe. Oh se anche adesso il papa volesse parlar alto, e quando uno si fa tiranno, negargli le consolazioni della religione, la comunione coi fratelli ! » A Gorgonzola il re Enzo era caduto prigione dei prodi Lombardi:--Ora vanno essi a prigione dei principi ». Al ponte di Cassano i Milanesi avevano respinto Federico Barbarossa; una lega benedetta dalla croce, v'avea fiaccato l' orgoglio di Ezelino...; Treviglio stava libero ancora; -- Possa conservarsi ! »
Così al forte di Caravaggio, così a quelli di Mozzanica e d' Antignate erano accoppiate ricordanze, vive perchè recenti, perchè ripetute dai padri ai figliuoli.
Scorrendo il territorio bergamasco, Alpinolo si ricordava di quando v'accorreano d' ogni parte gl'inviati della città, per giurare a Pontida la reciproca difesa. Brescia gli tornava a mente i figliuoli, attaccati dal Barbarossa innanzi alle macchine murali, e nullostante percossi dai genitori, affinchè la pietà paterna non guastasse la patria libertà. Il lago di Garda, le rôcche di Lonato, del Sirmione, di Peschiera, di Castelnuovo per cui passò, le tante altre onde vedeva irte le alture, gl'inspiravano un fiero coraggio, un orgoglioso dispetto, paragonando il passato col presente; vedendo tutto oro in quello, in questo tutto fango e sozzura.
Alle mura dei borghi e delle città, ai palazzi del Comune, ai tempj, ai canali che crearono la fertilità d' intere provincie, egli domandava:--Chi vi ha compiti ? » e tutti pareangli rendere una sola risposta:--La libertà. Ma ora (soggiungeva nella infervorata fantasia ) perchè non altrettanto ? perchè le braccia non basterebbero ad abbattere questi tirannetti che minacciano tremando ? e render alla patria le franchigie e il primitivo splendore ?.... Perchè siamo divisi ».
Al mezzo del seguente giorno pervenne a Verona, dove, per usar una frase diplomatica, regnava l' ordine sotto la tirannia dei signori della Scala. Capo della fazione guelfa in Italia era di quei tempi Roberto re di Napoli, della ghibellina gli Scaligeri e i Visconti. I Guelfi (e chi nol sa ? ) teneano col papa, i Ghibellini coll'imperatore, secondo credevano che l' un o l' altro potesse meglio giovare alla patria ed alla libertà. Ma poi e papa e imperatore erano stati messi da banda: il primo risedendo in Avignone, allontanava la speranza di proteggere l' Italia o forse d' unirla in un solo dominio: gli altri, senza nè forza, nè denari, nè opinione, solo si reggevano in quanto erano sostenuti dai diversi principotti; onde, conservando pure gli antichi titoli di fazione, e Guelfi e Ghibellini non miravano che a crescere in dominazione.
Estendere la loro su tutta Italia era l' intento sì dei reali di Napoli, sì dei signori di Milano e di Verona: ma appunto per ciò si contrastavano gli uni gli altri; di modo che la politica, la quale, nei due secoli precedenti, aveva operato a passioni ed entusiasmo, in questo era ridotto a calcolo e ponderazioni; e gl'Italiani avevano inventata quella bilancia di poteri, che divenne poi norma universale in Europa, e fu non poche volte sostituita al diritto e alla giustizia.
Lunghi e fieri contrasti avevano tolto il re Roberto dalla speranza di signoreggiare tutta Italia; ora a ciò avevano l' occhio Mastin della Scala, e Luchino Visconti. Era Mastino succeduto a Cane suo zio, quel gran lombardo, la cui cortesia fu il primo rifugio e il primo ostello dell' esule Allighieri: e nessuna delle virtù, ma tutti i talenti n'aveva ereditato e l' ambizione: comandava a nove città, state capitali d' altrettante repubblichette, e ne traeva in gabelle settecentomila fiorini d' oro; potè mandare a spedizioni lontane fin quattromila cavalli; e chiesto dai Fiorentini di vender Lucca per trecensessantamila zecchini, rispose non aver bisogno di quelle miserie.
Conveniente a tanta ricchezza era lo splendore di sua Corte, ove dava anche magnifico ricetto agli uomini illustri, costretti ad esulare dalla patria, assegnando a ciascuno agiati appartamenti, con dipinture allusive al loro stato e grado; e sino a ventitrè signori vi si trovarono raccolti una volta, i quali avevano tenuta, e per varie guise perduta la dominazione di qualche città.
Non è qui il luogo di descrivere le arti, per cui andava acquistando preponderanza sull' Italia, del cui dominio erasi lusingato a segno, che fece preparare un diadema tutto gioje per coronarsene re. Ma una lega degli altri principi, istigata dalla gelosia dei Visconti, gli ruppe il disegno; del che egli voleva il maggior male ai signori di Milano, e non cessava di scalzarne l' autorità. La mossa mal riuscita di Lodrisio fu tutta maneggio di Mastino: ma fallita quella, perduta anche Padova, conobbe che non era il caso di usare la forza aperta; e voltosi agli scaltrimenti, propose patti. Per conchiudere questi era stato da Luchino, siccome vedemmo, prescelto il Pusterla, sì per allontanarlo dalla moglie, sì ancora perchè, conoscendo come costui non gli fosse troppo affezionato, si persuadeva condurrebbe la cosa tanto tiepidamente, da non istringer un nodo al quale nè egli era inclinato da vero, nè vi credeva inclinato lo Scaligero, di cui anzi sempre nuove macchinazioni gli venivano all' orecchio.
Che se Mastino cercava pace, v'era stato indotto anche dalla scomunica lanciatagli dal papa, perchè, il 27 agosto 1338, esso e Alboino fratel suo aveano per le vie di Verona, scannato il vescovo Bartolomeo della Scala, per astio privato, dando poi voce ch'egli tenesse intelligenza coi Veneziani e i Fiorentini per consegnare in man loro Verona, ed ammazzare i due signori. Della scomunica ei si risero da principio; ma quando videro le loro cose andar a fascio, pensarono davvero a torsela di dosso col sottoporsi a pubblica penitenza.
Grave penitenza, giacchè richiedeva che, per quaranta giorni, portassero dì e notte il cilizio, andassero scalzi e col cappuccio sugli occhi; giacessero sul pavimento; non lavarsi, non radersi, non tagliare l' unghie, non conversare, non accostarsi alla moglie, sedere per terra; sul desco ignudo non mangiare, nè carni, nè uva, nè cacio, nè pesci; puro pane e acqua tre giorni la settimana; levarsi al tocco del mattutino, assistere agli uffici fuor di chiesa, oltre recitare certe orazioni. Però non appena essi impetrarono perdono, la penitenza fu mitigata; e il dì che Alpinolo vi giunse fu appunto quello in cui essi Scaligeri facevano l' ammenda imposta. In camicia, a capo nudo, esso l' incontrò fuori la porta di Verona, donde fino alla cattedrale andarono con in mano un doppiere acceso, di sei libbre, e facendone portare innanzi a sè altri cento somiglianti. Venuti poi alla chiesa (era domenica e tempo di messa solenne ) offersero quei ceri, chiesero perdono ai canonici, e furono ribenedetti. In aggiunta dovevano, entro sei mesi, offrir a quella chiesa un' immagine di nostra Donna d' argento e dieci lampade, con una rendita bastante a tenerle accese: e istituirvi sei cappellanie con venti fiorini d' entrata ciascuna. L' anniversario dell' uccisione del prelato, ciascuno dei due peccatori dovea nodrire e vestire ventiquattro poveri: digiunare tutti i venerdì: se mai si facesse il passaggio in Terrasanta, mandarvi venti cavalieri, mantenuti per un anno. Il papa di rimpatto, oltre assolverli, li nominava vicarj, essendo vacante l' impero, contro un annuo tributo di cinquemila fiorini.
Acconciatosi anche col pontefice, tanto meno si sentiva Mastino la voglia di accettare i gravi patti proposti dal Visconte. Era dunque mancato il principale oggetto dell' ambasceria del Pusterla, sebbene riuscisse in una commissione segretamente affidatagli da Luchino; ed era di ottenere che lo Scaligero non lasciasse più uscire dai suoi Stati Matteo Visconte, fratello di Barnabò e di Galeazzo, inviato anch' esso in aspetto di ambasciatore, ma in fatto perchè a Milano egli dava ombra allo zio.
Fino a servire alle segrete intenzioni ed ai sottofini di Luchino erasi lasciato indurre il Pusterla dall' ambizione, dal piacere di piacer al padrone. Ora pensate qual dovesse egli rimanere allorquando Alpinolo, colle vive tinte somministrategli da un' esagerata immaginazione, a sbalzi, a scosse gli espose gli osceni tentativi di Luchino. Nessun maggiore dispetto che sperimentare ingrato colui, per cui vantaggio siasi commesso un' ingiustizia, un peccato. Lo provava Franciscolo, il quale esacerbato contro Luchino quanto dianzi trovavasi a lui ben vôlto, scoprendo essere un nuovo oltraggio quello ch'esso aveva accettato per una riparazione degli oltraggi antichi, risolse senza più di abbandonare il suo posto e tornare alla città, pieno di truci pensieri, e della speranza non solo di ovviare lo scorno, ma di potersene vendicare.
CAPITOLO V.
LA CONGIURA.
-- Buon Gesù, che foste anche voi pargoletto, e sin d' allora cominciaste a soffrire, e crescevate in età e sapienza, soggetto ai vostri genitori, ed acquistando grazia presso Dio e presso gli uomini, deh vogliate custodire la mia fanciullezza, fare che io non contamini l' innocenza; e che le opere mie, conformi al voler vostro, promettano bene di me ai parenti ed ai cittadini miei.
-- Buon Gesù, che tanto bene voleste ai vostri genitori, vi sieno raccomandati i miei; benediteli, date loro pazienza nei travagli, forza nell' obbedienza, e la consolazione di veder crescere me quale essi desiderano nel timor vostro.
-- Buon Gesù, che amaste la patria sebbene ingrata, e piangeste prevedendo i mali che le sovrastavano, guardate pietoso alla mia; sollevatene i mali; convertite coloro che colle frodi o colla forza la contristano; alimentatele la fiducia del bene, e fate che io possa divenire un giorno cittadino probo, onorevole, operoso ».
Così faceva ripetere la Margherita al suo Venturino, che le stava inginocchiato davanti, tenendogli le manine giunte fra le sue mani. Una madre che insegna pregare al suo figlioletto, è l' imagine più sublime insieme ed affettuosa che possa figurarsi. Allora la donna, elevata sopra le cose terrene, somiglia agli angeli che, compagni della vita, suggeriscono il bene e ritraggono dal peccato. Al bambino poi, coll'idea della madre, si stampa in cuore la preghiera ch'essa gl'insegnò, l' invocazione al Padre che è nei cieli.
Giovinetto, allorchè le lusinghe del mondo vogliono avvoltolarlo nelle voluttà, esso trova il coraggio di resistere, invocando quel Padre che è nei cieli.
Va tra gli uomini; scontra, la frode sotto al velo della lealtà, illusa la virtù, beffeggiata la generosità, caldi nemici e tepidi amici; freme e maledirebbe l' umana razza, ma si ricorda di quel Padre che è nei cieli.
Se, mai il mondo lo vince, se l' egoismo, la viltà germogliano nell' animo suo, vive però in fondo al suo cuore una voce amorevolmente austera, come quella della madre allorchè gl'insegnava la preghiera a quel Padre che è nei cieli.
Così traversa la vita, poi sul letto dell' agonia, deserto dagli uomini, non accompagnato che dalle opere sue, volge ancora il pensiero ai giovanili suoi giorni, a sua madre, e muore con una fiducia serena in quel Padre che è nei cieli.
E questa preghiera faceva ripetere la Margherita al devoto pargoletto: indi, spogliatolo ella stessa colle pietose cure che alle madri vere non sono un peso ma la soavissima delle dolcezze, lo coricava, il baciava, e coll'effusione della materna compiacenza, gli esclamava sopra,--Tu sarai buono ! »
Non appena giù. Venturino aveva chiuse le pupille a quel caro sonno della fanciullezza, che in braccio agli angeli si addormenta senza un pensiero, senza un pensiero si desta.... Beati giorni ! i più belli nella vita:--e non sono avvertiti.
Margherita contemplava l' accelerato anelito del bambino: il vivido incarnato, che il sonno gli diffondeva sulle guance, la invitò a baciarlo, e le brillava in volto quell'ineffabile contentezza, che non sa se non chi rimase assorto nell' osservare chiusi due occhi, che devono sorridergli amorevoli allo svegliarsi.
Staccatasi da lui, la Margherita si fece nella sala dove stavano quella sera accolti gli amici più fidati della casa, venuti a salutare il tornato Francesco. La gioja del rivederlo avea nella donna compensato i dispiaceri cagionatile, dalla sua lontananza; e fatta come era per sentire le dolcezze domestiche, le pareva che, al rivedersi dopo qualche tempo di assenza, dopo un pericolo, nulla dovesse piacer meglio al marito che starsene quieto colla moglie, col figlioletto, tre vite in una. Ma altri pensieri bollivano nell' anima di lui, e tutto il dì non sapeva che ragionar di vendette, e macchinarne.
A Verona non aveva dissimulato a Mastino l' oltraggio nuovo e l' antico rancore: del che profittando pei fini suoi, lo Scaligero il rinfocò, e gli promise che, qualunque risoluzione prendesse, non gli verrebbe egli meno di assistenza e protezione. A Matteo Visconti, per quel che mostrarono poi i dissolutissimi suoi portamenti, non dovevano fare schifo le scostumatezze dello zio: ma volenteroso di sommovere lo stagno per pescarvi, egli aggiunse nuovo ardore alla stizza del Pusterla, e gli diede lettere per Galeazzo e Barnabò suoi fratelli, dove gli esortava a ricordare chi erano, e profittare dell' occasione per finirla una volta di rimanere schiavi, com' egli si esprimeva, ad un prete e ad un manigoldo.
Tornato il Pusterla a Milano nascostamente, nè la bandiera sulla torre annunziò la venuta sua, nè la solita scolta d' uomini d' arme vegliava alla porta. Ma poichè tutto il giorno ebbe tempestato là entro, senza che la donna sua valesse a mitigarlo, abituato alla vita clamorosa, ai circoli, alla discussione, bisognoso di sempre nuove e forti emozioni, neppur quella prima sera egli seppe rimanersi tranquillo in famiglia: ma d' ordine suo, Alpinolo aveva recato l' avviso di sua venuta agli amici coi quali più si confidava, e questi la sera, un dietro l' altro, per una portella segreta verso la via segreta dei Piatti entravano a ritrovarlo e consolarlo.
L' esteriore del palazzo era muto, oscuro, talchè si sarebbe detto disabitato. Ma non appena Franzino Malcolzato, tristo arnese e fido portiere, aveva fatto passare gli amici dalla corte rustica in una seconda, venivano accolti da valletti eleganti in vesti aggheronate a giallo e nero, i quali, reggendo torcetti di cera, gl'introducevano ad una vasta sala terrena isolata nel mezzo dell' edifizio, e attorniata dal giardino. Arazzerie storiate coprivano le pareti; qui e qua scansie, con suvvi vasi e piatti di majolica a rilievo di frutte colorate, e due ampj finestroni, aperti a ciascun lato e incortinati di zendali a partite di vaghissimi colori, davano accesso all' aria della sera, temperando graziosamente la caldura del giugno. Quivi entro, chi attorno a Franciscolo, chi seduti sui capaci scanni di velluto, chi presso ad una tavola, su cui avevano gettato alla rinfusa guanti, mantelli, spade, berretti, discorrevano, narravano, chiedevano, udivano. Si discernevano dagli altri il bollente Zurione, fratello del Pusterla, il moderato Maffino da Besozzo, Calzino Torniello da Novara, Borolo da Castelletto ed altri arrabbiati ghibellini, cui ora veniva lezzo d' un principe che, per opera loro stabilito, non mostrava di averli in quel conto che s' erano ripromesso.
Ultimi arrivarono i fratelli Pinalla e Martino Aliprandi, d' origine monzesi; il primo gran mastro di guerra, l' altro rinomato giurisperito. Avevano acquistato la grazia del signor Azone coll'aprirgli, nel 1329, Monza, che poi Martino, essendone podestà, cinse di mura; Pinalla la difese contro l' imperatore Lodovico il Bavaro, indi a capo dell' esercito visconteo, campò Bergamo dal re di Boemia; per le quali prodezze, la pasqua del 1338, era stato in Sant'Ambrogio, armato cavaliere insieme col nostro Pusterla. In tal occasione fu a spese di questo aperta una corte bandita, e giuochi d' arme e solennità così sontuose, che a memoria d' uomo le maggiori non s' erano vedute. Ma da quell'auge era Pinalla scaduto allorchè, nell' invasione di Lodrisio, posto a difendere l' Adda a Rivolta, si vide dalle sue truppe vilmente abbandonato, e costretto a fuggire. Una nuova guerra, in cui vendicarsi della noncuranza di Luchino, od almeno con audaci imprese e ben riuscite, cancellare quell'onta, era il suo più vivo anelito.
Tra gente così fatta e in una simile occasione (ben ve lo potete figurare ) tutt' altro che pacati avevano ad essere i ragionamenti, dove l' idea degli oltraggi che ciascuno aveva ricevuti in privato, dava risalto ai pubblici guaj. Uscivano dunque in propositi esagerati e violenti contro i dominatori del loro paese, tanto più franchi, quanto più sapevano fedele il circolo tra cui versavano.--Oh sì ! » esclamava Franciscolo, allora appunto che la Margherita, coricato il suo bambino, entrava nella sala.--Cotesti vecchi ci van ricantando i mali del tempo della nostra libertà; ogni tratto battagliamenti; un continuo doversi esercitare alle armi tutti, sino i fanciulli: poi ad un tratto suona la martinella; traggono fuori il carroccio, e ognuno, voglia o non voglia, dee vestirsi di ferro, lasciare gli agi di sua casa, i guadagni del mestiere, correre negli aspri perigli della zuffa, o negli oscuri dell' agguato; poi ogni altro giorno rivolte cittadinesche, esigli, diroccamenti, uccisioni... Oh se avessimo un capo che con mano vigorosa ci frenasse ! -- Così la discorrevano cotesti timidi, a cui natura negò sangue generoso o l' età lo intepidì ».
E Zurione interrompendolo:--Codesto è amor di patria ! Or mangino di quello che si son preparato. La libertà finì, non finirono le guerre: morti, esigli abbondano, e non più pel bene della patria, ma per sodare costoro nel dominio, per ribadirci da noi le proprie catene. Allora le guerre le volevamo noi stessi, noi stessi le decretavamo: era il bollore di un momento, poi si racquetava, e i frutti maturavano a favor di tutti o dei più. Ora egli solo le comanda a suo talento, per particolari interessi, e noi bisogna farle: nostra la fatica e sua la gloria ».
-- Dite bene » esclamava Alpinolo: « Sua la gloria. A chi toccò il merito della vittoria di Parabiago ? chi ne menò trionfo ? chi ne profittò ? Han detto: Luchino è valoroso, dunque esaltiamolo signore.--Sì, ma se non fossimo stati noi...
-- Oh perchè (ripigliava Zurione ) perchè lo ricoverasti tu dalla forca a Parabiago ?
-- Sarebbe stato certo il migliore a lasciarvelo (entrava a dire il dottore Aliprando ): che non si vedrebbero oggi i privilegi dei nobili calpestati, non messi a fascio i Ghibellini coi più marci Guelfi: non aggravati di tributo i gran signori come gl'infimi della plebe, non trascurato chi fu...
-- E noi si tace ! » saltava su Alpinolo con occhi divampanti, e battendo la palma sulla tavola. « Perchè non possiamo vendicarci ? Che? non v'ha più spade? non hanno più nervi le braccia lombarde ? Basta voler essere liberi e saremo ».
Ed alzava uno sguardo alla Margherita, quasi per cercarle in viso l' approvazione. Margherita era stata dalla prima fanciullezza abituata a udire in sua casa discutere delle pubbliche cose; onde erasi formato un modo proprio di vederle, di apprezzarle; e, rispetto a quei tempi di tanto vivere a comune, il suo favellare di politica non riusciva punto ridicolo, com' è in altre stagioni l' udire una donna decidere su quistioni, davanti a cui stanno dubbj gli uomini più saputi: decidere secondo le impressioni del momento, secondo le massime di chi più le avvicina. L' educazione datale dal padre suo le insegnava a discernere la ragione dalle esagerazioni di quegli infuriati, i torti veri dai pregiudizj della passione. Non potendo però nè calmare l' impeto di loro, nè insinuare i ragionamenti suoi, tenevasi in disparte, e attaccò discorso col dottore Aliprando.
Questo, come uom di lettere che egli era, andava fastoso d' avere ottenuto pel primo in Milano i Rimedj dell' una e dell' altra fortuna, dati fuori allor allora dal Petrarca, e si era fatto premura di recarli quella sera alla Margherita, sapendola amante delle belle novità. Essa interrogando, come si fa, il parere di lui, sfogliava il libriccino, fissando così di corsa gli occhi su questa o su quella carta; allorchè colla bella mano chiedendo un tratto silenzio, in voce soave, al cui suono tutti si tacquero attenti, come se nel baccano d' una taverna si ascolti all' improvviso una dolce melodia di flauto, così favellò:--Udite come ben discorre il libro che qui il dottore mi favorì. Li cittadini guardarono come ruina di nessuno quella ch'era ruina di tutti; onde conviene con pietà e paura cercare di placar gli animi; se non fai profitto presso gli uomini, pregar Dio pel ravvedimento dei cittadini.[9 ]
Intese l' indiretta risposta Alpinolo, e--Se ai cittadini manca l' impeto di una concorde volontà, un solo uomo che può fare ? che non può il coltello d' un risoluto ?... »
Allora l' Aliprando recatosi in mano il libricciuolo, soggiungeva:--Madonna è come l' ape: non liba dai fiori che il miele. Pure l' ape anch' essa ha il suo pungiglione per chi la offende; e volete udire quel che il divino poeta parli altrove ? Avete (così leggeva dal libro stesso ) _avete il signore, a quella guisa che la scabbia avete e la tosse. Idee contraddicenti buono e padrone. Chiamar buono un signore è dir una lusinghiera bugia e manifesta adulazione. Pessimo egli è, da che toglie a ' suoi concittadini la libertà, che è il massimo dei beni quaggiù, e per empier la voragine d' un solo insaziabile, rimira a occhi asciutti migliaja di soffrenti. Sia affabile, sia piacevole, sia largo in donare a pochi, le spoglie di molti: arti dei tiranni che il vulgo chiama signori e li prova manigoldi_.
--Bene! Bravo! Ben pensato ! ottimamente espresso ! » scoppiava d' ogni parte fra i congregati. E il dottore contento di quell'applauso come se fosse dato a lui proprio, seguitava:
-- Or attendete al più bello: _Come laceri li tuoi fratelli, coi quali hai passato insieme la puerizia e l' adolescenza, coi quali usaste il medesimo cielo, i medesimi sagrifizj, i medesimi giochi, le medesime gioje, i medesimi pianti ? Or con che faccia vivi laddove sai che la tua vita è odiata da tutti e la tua morte a tutti desiderosa ? _[10 ]. Che ne dite ? Vi par egli ravvisar questo ritratto? non è scritto apposta per...
-- Per Luchino: chi ne dubita ? è tutto lui », ripigliavano a più insieme, e l' uno commentava, l' altro voleva vedere coi proprj occhi le parole sacrosante del grande Italiano, dell' Italiano veramente libero, com' essi chiamavano il Petrarca, senza far caso che egli allora stesse corteggiando i prelati ad Avignone, che lambisse Luchino, e che, misurando la bontà dei principi dalla liberalità, chiamasse il vescovo Giovanni il più grand'uomo d' Italia [ 11 ]; adulazione di cui doveva poi rimproverarlo un altro illustre di quei tempi, Giovanni Boccaccio, rinfacciandogli di vivere stretto in amicizia col maggiore e pessimo dei tiranni d' Italia, in Corte piena di strepito e corruzione, come era la viscontea.[12 ]
La Margherita, dolce per naturale e pei prudenti consigli paterni, frapponeva qualche parola per disapprovare gli esagerati spedienti, e mostrava come il lamentarsi a tal modo di un cattivo reggimento non faccia che peggiorare quello, ed invelenire i soffrenti: dover piuttosto, chi lo può, procurare legittimamente di mitigarlo, non mai attizzare fra gli oppressi un' ira impotente: in caso diverso, altro non restare che o soffrire in pace o mutare di cielo.--Mio padre (soggiungeva essa ) l' ho inteso più volte replicare: Ai novatori la pazienza. Nessuna riforma può attecchire se non sia radicata nel popolo. E questo popolo non è come amano figurarselo diversi, nè tutto oro, nè tutto feccia. Costretto sempre alla fatica, non si abbandona gran fatto ai sentimenti, e piuttosto calcola i vantaggi immediati. Non ridetevi dei pareri di una donnicciuola. Io ve li do sull' esperienza di mio padre, il quale aveva anche in bocca questo proverbio: Il popolo è simile a san Tommaso: vuol vedere e toccare. Ma voi, come? voi parlate di libertà, e non interrogate il volere del popolo: di virtù, e pensate cominciare dall' assassinio ? »
-- No, no: dite bene », la sosteneva Maffino Besozzo. « Non a sì estremi partiti si vuol ricorrere. Uccidere un tiranno cos' è mai ! domani la plebe se ne fa un altro. È un direzzolare, e non ispegnere il ragno. Miglior via conoscevano i padri nostri. La religione stabilì in terra uno, maggiore dei re, perpetuo custode della giustizia, tutela al debole contro del prepotente. Quando in lui si aveva fiducia e a lui si ricorreva, l' innocenza trovava ascolto e la spada dei tiranni perdeva il filo contro al manto dei papi che copriva l' umanità. Vi ricordi un imperatore, che scalzo domanda a Gregorio VII perdono delle ingiustizie commesse. Quando il Barbarossa voleva soffocare la libertà lombarda, chi si fe ' capo della nostra lega ? chi impedì che Italia cadesse tutta sotto alla tirannide sveva ? chi represse l' immanissimo tiranno Ezelino ? Oggi noi diffidiamo della potenza inerme, rimettendoci più volentieri a quella delle spade. Eccovi i frutti».
--Uh! il guelfo ipocrita ! -- il papista ! -- il frate ! » pronunziavano tra sè gli altri: ma ragioni da opporre a quei fatti non suggerivano facilmente, e perciò rifuggivano nel sofisma. E il Pusterla ripigliava:--Il papa! che sperare da lui ? Ligio alla Francia, vuol farsi un regno in terra, nè più nè meno di tutti costoro. Scampo non v'è proprio che nel popolo ».
-- E il popolo (l' interrompeva Martin Aliprando ) il popolo non siamo noi ? non è generalmente sentita la gravezza della dominazione dei Visconti ? Perchè dunque non dovrà ogni buon cittadino avvisare al meglio della patria ? Chi sono costoro ? donde hanno il potere ? donde se non dal popolo? e il popolo che gli elesse può ritirare da loro l' autorità che ha dato. Questo popolo però o guaisce oppresso, o tace spauroso. Per farne chiaro il voto, unico mezzo è la sommossa.
-- E le armi ? » soggiungeva Pinalla.
-- Lo Stato (riprendeva Franciscolo ) è cinto da potenti, o gelosi, od invidi della grandezza di Luchino. Qual più facile cosa che intendersi con loro? A Verona ho veduto quanto basti. Altro che sollecitare l' amicizia di costui ! Lo Scaligero non vede quell'ora di mostrargli i denti. E il fatto stesso di Lodrisio attestò che a spegnere il biscione bastava una banda raccogliticcia. Che sarebbe se fosse un capo creduto dal popolo ?
-- Lodrisio stesso non si potrebbe trarre dalla sua prigione di San Colombano ? » addimandava Zurione.
Ma Pinalla in tono di dispetto:--O che? non c' è altri che sappia reggere la spada quanto e meglio di lui ? »
-- Non c' è (soggiungeva Borolo ) altri capi di miglior nome ? Bernabò e Galeazzo son pure in urto collo zio: alzerebbero tosto la bandiera se fossero certi di trovare seguaci.
-- A proposito, che conto si può fare su costoro ? » chiedeva il Pusterla, mezzo indispettito dal non sentire proposto sè stesso.--Io tengo per essi lettere del loro fratello Matteo: ma non so per quanto spenderli.
-- Spiriti liberi son essi, innamorati del pubblico bene e della libertà », gridava Alpinolo, facile a supporre in altrui i sensi suoi proprj. Ma il Besozzo, più esperto e penetrante, replicava:--Della libertà? Aspettiamo a dirlo quando sederanno in potere. Vedete quando altri assedia una città ? è tutto cura a demolirne le difese, aprir la breccia, diroccare le mura. Fate che se ne impadronisca; ogni suo studio sarà di rinfrancare i bastioni, raccomodare, saldar le muraglie. Così costoro che aspirano alla potenza.
-- E per questo (aggiungeva Ottorino Borro ) Luchino gli ha in uggia. Bernabò per altro fa il sornione, e si mostra con noi voglioso di libertà, con lui spensierato del dominare. Il bel Galeazzino poi se la passa pompeggiando in comparse, e dividendo con Luchino il talamo giacchè non può il trono ».
Un' ilarità universale destavasi a quello scherzo, di mezzo alla quale Zurione tornava su:--Ma che mestieri di rivenir sempre a cotesta famiglia, che Dio perda ? Ci hanno bistrattato i loro padri, dunque assumiamo capi i figli: bell'argomentare davvero ! Mancano cittadini generosi e potenti in città ? Manca fuori chi ne darà mano ? Qualche nemico si muova, noi lo assecondiamo...
-- E una folla di persone innocenti si precipita sotto le spade per l' acquisto di un bene che non conoscono, che forse non vogliono, e si trae sulla patria la guerra, e guasti, e ammazzamenti, e prepotenze, e un esito incerto, o forse una vittoria, cui unico frutto sia mutar padrone ».
Così aveva la Margherita interrotto il cognato, esponendo coll'aria di calmo convincimento che è proprio della ragione. Ma non è questo il tono che faccia colpo sopra animi concitati e:--Con queste dottrine di nulla mai si verrà a capo. Il ben pubblico deve preferirsi al particolare.--Nessuna impresa più santa che liberar la patria », esclamavano gli uni a gara degli altri: e Franciscolo con guizzo di dispetto proruppe:--Ebbene; si stia colle mani in mano: facciamoci pecore, perchè il lupo ci mangi: taciamo, e colui conculchi i nostri privilegi, contamini le nostre donne... »
Appena questa parola gli fu uscita dalla gola, accorgendosi che fitta dovesse dare alla moglie sua, se ne pentì: ma era detta. Facendosi appresso a lei la accarezzava, le dava ragione, le ripeteva il titolo di cui ella mostrava più compiacersi; quello di « mia buona Margherita »; però quella sua parola era stata accolta con un bisbiglio di approvazione, e aveva drizzati i discorsi sopra l' insulto tentato da Luchino, e sopra altre dissolutezze e sue e dei suoi. Chi ricordava il fatto del Lando di Piacenza: chi quello di Umbertino da Carrara, il quale, oltraggiato nella moglie da Alberto della Scala, alla testa di moro che portava per cimiero fece aggiungere corna d' oro, e poco andò che, per suo maneggio Padova fu tolta agli Scaligeri.--Non è la prima volta che uno perde una bella città per aver tentato una bella donna.--Gloria immortale ai liberatori della patria ! -- Gloria a Bruto ed a ' suoi imitatori ! -- Oh la libertà ! Viva la repubblica! Viva Sant'Ambrogio ! » erano voci che facevano echeggiare la sala; e siccome allo scaricarsi della bottiglia elettrica, tutti rimangono scossi quelli che stanno entro la sua atmosfera, così quei Lombardi venivano agitati tutti dal parlare d' un solo; alla guisa che avviene nelle moltitudini, l' ardor dell' uno trasfondevasi in tutti; tutti parlavano, ognuno rincalzava le ragioni dell' altro e ne aggiungeva di proprie; i più seguitavano a ripetere ciò che essi ed altri già prima avevano detto: era quel vortice che trascina, quell'ebbrezza che non lascia luogo a peso e misura. Tanto più allorquando in mezzo all' adunata comparve un moretto, vestito di bianco alla orientale, con grosse perle agli orecchi, al collo: il quale, con alzate le braccia al modo di certe anfore antiche, reggeva sopra il lanoso capo un vassojo d' argento in forma di paniere, nel quale erano disposti d' ogni sorta rinfreschi e confetture. Insieme un paggio recava una sottocoppa d' oro cesellato, sulla quale una capacissima tazza, del metallo istesso e di fino artifizio, entro cui un altro paggio, da una brocca d' argento, versò vino prelibato. Primo Franciscolo, a cui fu offerto in ginocchi, l' accostò alle labbra, indi mandò in giro fra gli amici la coppa che più volte venne ricolma, talchè l' amor di patria fu riscaldato dal generoso liquore.
-- Un brindisi alla libertà di Milano », propose Alpinolo.
-- Sia, sia », replicarono tutti, e votando le tazze, gridavano:--Viva Milano ! viva Sant'Ambrogio!»
-- E muojano i Visconti » aggiungeva Zurione, e non mancava chi facesse eco a questa voce, senza che alcuno si levasse, come in tempi da noi poco lontani il Parini, a correggere quel grido col dire:--Viva la libertà, e morte a nessuno ».
-- Già non è cosa da finire così », esclamava il Pusterla. E il Borro:--Ne va del bene della patria, dell' onore lombardo, della domestica sicurezza.
-- Si, sì: bisogna pensarvi di buon senno; -- prendervi su qualche bravo partito », gridavano a vicenda o insieme i due Aliprandi, il Borolo e gli altri; indi con quelle potenti strette di mano, con cui pare si voglia esprimere senza parole quanto valga l' accordo della volontà, si congedavano, e gettatisi sulle spalle i mantelli, calcatisi i berretti in capo, se ne andavano un dopo l' altro, promettendosi di tacere, di pensarvi, di rivedersi.
La Margherita, appena il discorso si volse sopra l' ingrato argomento, che le rimembrava l' oltraggio ricevuto e il dispiacere di non aver potuto tenerlo nascosto, lasciò la sala e ritirossi alle domestiche occupazioni. Se dicessi che affatto le riuscisse disgustoso quell'ardore non mostrerei conoscere il cuor delle donne, sempre disposto a gradire gli atti che annunziano generosità, impeto, vigoria di volontà: forse perchè confidano trovare un appoggio più saldo alla debolezza, che è, o che noi le persuadiamo essere loro appannaggio. Certo quei nomi di patria, di libertà, d' eroismo, se v'ha su cui vivamente facciano impressione, sono le donne; e la Margherita non era di natura dall' altre differente.
Un sovvertimento civile poi era un' idea abituale di quei tempi di vivi dispetti, d' immaginose speranze, di cozzanti interessi, quando le lotte, che oggi vediamo agitarsi sulle tribune e nei giornali, si risolveano nelle piazze e a colpi di stocchi. Milano singolarmente, negli anni precessi, era corsa per assidua vicenda di tumulti, tanto da far dire a san Bernardo che egli non aveva trovato nel mondo gente così facile a rivolgersi e sconvolgersi quanto il popolo nostro [ 13 ]. E quantunque allora le cose prendessero altro assetto, fino ad avere il Petrarca potuto chiamare i Milanesi i più miti tra gli uomini[14 ], però la memoria del passato era ancor viva e vivrà, come vive e vivrà la ricordanza delle clamorose imprese di Napoleone, sebben noi non le abbiamo vedute.
Pure v'ha dei discorsi, delle azioni che uno non sa disapprovare e insieme non vuole sanzionarle colla sua presenza. Tal era questo baccano per Margherita, la quale però era affatto lontana dal temerne verun danno, sì perchè i governi d' allora, piuttosto violenti che astuti, non conosceano l' arte di spargere fra i governanti il sospetto, più micidiale che la paura, col cingerli di spie e di timor delle spie: sì ancora perchè quelli radunati da Franciscolo erano persone fidate alla prova: tanto fidate, che egli non aveva esitato a manifestar loro la sua onta e la venuta sua a Milano, cose che dovevano per tutti gli altri restare un mistero. Imperocchè erasi preso accordo, principalmente col consiglio di fra Buonvicino, che la Margherita col figliuolo seguirebbe lo sposo, per rimanere con esso nel Veronese, fin a tanto che il tempo recasse migliori opportunità.
Aveano dunque lesta ogni cosa alla partenza, che era stabilita per la notte dell' altro domani: ma il domani sta in mano di Dio.
CAPITOLO VI.
UN'IMPRUDENZA.
Quell'adunanza erasi tenuta la sera del 18 giugno 1340: e i più dei convenuti, col dormirvi sopra, ne avranno dimenticato i discorsi; probabimente gli avrà dimenticati lo stesso Pusterla.
Ma bollivano per entro la fantasia del giovane Alpinolo, il quale, a forza di rimestarli, e volgerli, e interpretarli, vi diede corpo; dove non erano che parole, immaginò fatti: le minacce scambiò per disegni, i desideri per macchinazioni; e da una parte coll'impeto a lui naturale, dall' altra colla insana passione di certi pari suoi di tenersi alcunchè qualvolta si trovino avviluppati in qualche caso di criminale, si credette depositario del segreto di una trama, la quale potesse, a vedere e non vedere, dare il tracollo ai presenti tiranni--Certo (egli ragionava tra sè e sè ) il Pusterla intendeva più che non sonassero le parole. Un uomo di quella levatura vorrebbe nodrire speranze e passare a minacce quando non si sentisse le spalle al muro ? A me non apersero tutta la cosa, e in ciò li lodo. Qual merito ho io per entrare a parte di trattati, ove ne va la sorte di tutta la Lombardia ? Ma lascia fare; saprò ben io mostrare quel che vaglio: saprò ben io fare acquisto di loro confidenza col guadagnare un mondo di proseliti a causa così santa ».
Per tale argomento, fu coi suoi più fidati amici, con quelli di più nerbo e di più cuore, e che in particolare si mostravano sviscerati della libertà, famelici di cose nuove, invogliati di menar le mani, e gl'infervorò, ed ingegnossi di diffondere la sua fanatica persuasione, facendo intendere che si tenessero per avvertiti, che il cielo si caricava, che il tumore stava per venire a capo. Alcuni l' ascoltarono cupidi e volentieri, perchè v'è un gran numero, non meno allora d' adesso, ai quali ogni cambiamento, ogni soqquadro suona fortuna o miglioramento; altri si stringevano nelle spalle dicendo,--Se saranno rose fioriranno ». Vi fu chi lo trattò da delirante o millantatore, quasi o sognasse, o volesse farsi tenere un pezzo grosso; e costoro riuscivano i più funesti; giacchè, piccato dall' incredulità o dall' insulto, smaniavasi a due braccia per acquistar fede alle sue parole; e tra il fervore della sua disputa, lasciavasi uscire il nome del Pusterla e degli Aliprandi e del signor Galeazzino e di Bernabò, e del terzo e del quarto, che parte ci avevano mano, parte, al modo suo di ragionare, doveano avervela indubbiamente. Così il secreto suo, secreto d' un affare che era, si può dire, tutto nella sua immaginativa, divenne il segreto di molti giovinotti di poco cervello e di molta lingua, che lo propagarono ciascuno nel circolo de ' suoi amici: sempre, come avviene al passar di bocca in bocca, dando per assoluto il probabile, per certo l' accennato; e ciascuno, per dimenticanza, per vanità, per millanteria aggiungendovi qualche cosa del suo.
Ad Alpinolo poi bastava che uno gli gettasse gli occhi addosso per comprendere come un vivo pensiero l' agitava dentro. Che, a furia di ripetere una falsità, alcuno finisca a persuaderla a sè stesso, non è osservazione nuova. D' altra parte Alpinolo, se la congiura non v'era, egli stesso l' aveva fatta davvero; aveva parlottato, aveva concertato tutto un dì, e col discorrerne rinfocata la passione e la persuasione, aveva ai suoi amici stretta la mano in segno di dire:--Ci rivedremo; faremo; diremo »; con alcuni avea giurato odio ai Visconti e morte ai tiranni, per Dio, per la sua porzione di paradiso; aveva forbito le armi sue, calcolato su quelle degli amici, sulle più che stavano nelle botteghe.
Galvano Fiamma, allora professore di teologia nei Domenicani a Sant'Eustorgio, poi capellano e cancelliere di Giovanni Visconti, nella sua Storia Milanese ci lasciò memoria come qui si contassero ben cento fabbriche d' armi, oltre i lavorieri subalterni di ferrareccia; in cui si occupavano da diecimila persone; se ne facevano, soggiunge egli, di lustranti come specchi, le quali spedivansi fino a ' Tartari e Saracini. Per potere esser meglio sopravvegliate dai loro abbati e consoli, e da chi doveva far osservare le minute prammatiche, credute necessario al buon andamento, le varie arti stavano distribuite in appositi quartieri, come accennano i nomi tuttora conservati alle vie degli Orefici, dei Mercanti d' Oro, dei Fustagnari: e in quelle che oggi pure diciamo degli Armorari, degli Spadari, degli Speronari, aprivano le botteghe e le fucine tutti gli armajuoli.
Su e giù per queste vie, non vi saprei contare quante volte passeggiasse, o dirò più giusto, camminasse Alpinolo, occhieggiando per entro, e facendo il computo di quanti uomini se ne potrebbero guarnire. Da per tutto era un picchiar di martelli, uno stridere di lime, un soffiar di mantici, un cigolare di mole d' arrotini, un friggere di ferri roventi tuffati nell' acqua o nell' olio; e fra ciò un bociar di padroni, un fischiare e canticchiar degli opranti; suono che ad Alpinolo facea miglior sentire, che non l' accordo di scelta orchestra ad una fanciulla di quindici anni, condotta la prima volta ad un festino. Al vedere poi dentro e di fuori appiccate agli arpioni alla rinfusa, o disposte a guisa di trofei, ronche, partigiane, daghe, stocchi, palosci, balestre, spadoni a due mani, zagaglie, corazze di lamina, di maglie, di squame, buffe, morioni, e scudi rotondi, a cuore, a doccia, di frassino, di cuojo, di metallo, ne veniva al giovane un sollucheramento, quale ad un avaro in contemplando mucchi di zecchini in bisca; o più innocentemente ad un letterato, allorchè traversa per una via dove siano libri di qua, libri di là e in fantasia li compra, li legge, li studia, li adopera per far altri libri e immortalarsi.
In alcune di quelle ferrarie entrava Alpinolo, e domandava quanto potesse comprarsi un petto, quanto una cervelliera, quanto valesse un uomo arnesato a piastra e maglia dal cimiero agli sproni: non comprava nulla, ma lasciava intendere così in nube, che potrebbero venir a taglio e presto. I fabbri l' ascoltavano e rispondevano:--Magari ! Già noi braccianti, che cosa si desidera ? non già che ci diano i quattrini a ufo, ma che ce li facciano guadagnare »; nè interrompevano il lavorìo per la ciarla.
Singolarmente sulla cantonata degli Spadari, per voltare dove allora era l' unico forno del pan bianco, famoso sotto il nome di prestiti della Rosa, e dove stette fino ai dì nostri un' effigie di sant'Ambrogio, cui toccò, tempo fa, di andare prigione per aver voluto fare un miracolo che ai Giacobini non garbava, stava casa e bottega un tale Malfiglioccio della Cochirola, il cui padre lavorando s' era acquistato assai credito e dei buoni denari. Il Malfiglioccio subentratogli, argomentando che, se il padre suo avea fatto bene, anche egli dovea continuare sulle orme di esso senza scattare d' un pelo, si guardò bene dal voler ammettere nella sua fucina nessuno dei miglioramenti che, secondo va il tempo e la pratica, aveano gli altri introdotto; anzi li derideva come novità, bizzarrie della moda, che domani cascherebbero.
-- Sempre s' è fatto così (diceva ) e di ragione la sapevano più lunga i padri nostri, i quali tornavano già di scuola quando codesti guastamestieri non vi andavano ancora ». Che ne avvenne ? il solito effetto. Le sue pratiche si sviarono, e mentre cresceva il da fare agli altri, a lui non capitava più che da raccomodare qualche vecchia armadura di qualche ambrosiano tagliato all' antica, e delle antiche usanze tenace.
Alpinolo, vedendolo stare soletto in bottega a tirar con pace il mantice, e con pace rivoltare un ferro nei carboni, non temendo scioperarlo, attaccò più lungo discorso con esso, e lamentate le miserie dei tempi, gli accennò che potrebbero anche mutarsi.
-- Così fosse ! » sospirava Malfiglioccio. « Vi so dire che non si guadagna neppur l' acqua da lavare le mani. Chi ha famiglia bisogna stia a stecchetto, e rosichi pan e pane: e la è bazza quando la festa possiamo fare il miglio in vino. Uh, a rispetto di tempo fa! di quando la buon'anima di mio padre era abbate della nostra maestranza ! Che lavorare ! che coccagna! I fiorini fioccavano a casa nostra. Qua un palvese, là una manopola, poi un frontale, poi schinieri: tre soprastanti e cinquanta garzoni noi si aveva a servigio, e avessero avuto cento braccia, per tutti v'era da lavorare accaniti notte e , che appena se avanzava tempo da mangiare un boccone strozzato. Ora tutto pace, tutt' acque morte; pare non si sentano più sangue nelle vene. Questi frati non sanno se non predicar pace. Cosa credono, che Domeneddio ci abbia fatto le braccia per tenerle spenzolone ? Se la dura di questo piede, si può chiuder bottega e metter baracca di ferravecchio.
-- Vi piacerebbe dunque che tornassero quei tempi ? » domandava Alpinolo.
-- Se mi piacerebbe ! Darei la metà del poco che ho per vedere ancora una brava guerra. E ce n'ha di molti, sapete, in un Milano, ce n'ha di molti cui pizzicano le mani. E, viva Dio, la guerra a chi non piacerebbe ? Là si vede quel che un uomo vale: si acquista onore, si acquistano stipendj; un po ' si guadagna, un po ' si ruba, e tutto il mondo ne ha ».
Alpinolo, straccontento d' aver anche il voto degli artigiani,--Ebbene (soggiungeva ) state di buon cuore: il rimedio non è lontano. Mettete ordine ai ferri del vostro mestiere, che avrete a lavorare di buon polso: ve lo prometto.
--Sì? davvero? (insisteva l' armajuolo ). Bene! Il mio negozio godette sempre credito assai, e non v'è arma colla lupa che regga al paragone delle mie. E quanto ai prezzi, cortesia con tutti, e più con voi che siete degli avventori ».
Indi salutando Alpinolo che partiva, e ripetendogli,--Mi raccomando », gli faceva di berretta, poi mettevasi a sportello colle mani in mano a disapprovare le novità, e masticarsi le speranze.
Non mi sarei arrischiato di degradare la dignità della storia con queste trivialità, se fossero state per Alpinolo nulla più di quel che siano per la maggior parte un mezzo di incantare la noja che strascinano da un conoscente all' altro. Per esso al contrario erano un interrogare il pubblico voto; erano nuovi fili di speranze, dietro ai quali più sempre certo si rendeva che la cospirazione esistesse, che stava per sovvertirsi da capo a fondo lo Stato.
Nei quali sogni pensate come egli mescolasse le affezioni sue private ! Abbatter quel giudice e surrogargli quell'altro: a quel podestà tutto Visconti serbare la fine di Beno dei Gozzadini, cioè trascinarlo per la città, poi buttarlo nel canale; Luchino, quel maledetto Luchino, metterlo a brani, e al posto suo collocare (già ve lo immaginate ) collocare il Pusterla e quell'angelo della Margherita. Allora, giustizia in ogni cosa; non più tributi, non più impacci; allora i buoni in alto e i malvagi sotto; allora... Che bei tempi! che viver d' oro ! quante nuove glorie! quanta universale felicità!
Caldo, briaco di questi pensieri, e già parendogli trovarsi al fatto, Alpinolo entrò nel Broletto Nuovo, quello che oggi chiamiamo Piazza dei Mercanti. Credo che molti al pari di me si saranno fermati delle mezz' ore a contemplare, in quel grandioso edifizio, la mescolanza degli stili, e a leggere disegnata in essi la storia delle arti e delle variate dominazioni di questa città. Siffatta mescolanza per altro non si vedeva quando Alpinolo vi capitò.
Poichè il coraggio di spendere, e l' attività del fabbricare non son nate da jeri nei Milanesi, avevano essi coll'animosa lautezza che dava la libertà, comperato le case e l' area di quel centro della città, per radunarvi i principali uffizj; e nel 1228 fecero la piazza quadrata, con cinque porte, alle quali dai quartieri principali capitavano cinque vie acciottolate, una dal Duomo, una da Porta Nuova, una dalla Comasina, una dalla Vercellina; l' ultima usciva verso gli Orefici, e chiamavasi delle Carceri, perchè colà appunto erano le carceri dette Malastalla, ove si chiudevano i debitori fraudolenti e i giovani indisciplinati; ottimo rimedio per spegnere i debiti di quelli e rimettere a questi il senno in capo. Nel bel mezzo di quella piazza, essendo podestà quell'Oldrado de Grassi da Tresseno, il quale, pel suo zelo nel bruciare gli Eretici si meritò una statua a cavallo che ancora si vede colà incastrata nel muro, si eresse nel 1233 dalle fondamenta il palazzo della Ragione, nella cui parte superiore stava una capacissima sala pei tribunali, e nella inferiore, fra triplice corso di sette archi, uno spazzo coperto, qual si conveniva ai comodi del popolo in tempo che a popolo si governava la città.
Tutt' in giro erano fabbriche, con archi, colonne e porticali, ove potere i negozianti ripararsi dal mal tempo, e donde si aveva accesso alle varie magistrature. Quivi, attigua al palazzo della Ragione, avea casa il podestà, colle carceri: quivi, il palazzo di città, segnato di fuori colla croce rossa in campo bianco, ornata di palme ed ulivi, per far intendere che Milano era glorioso non meno in pace che in guerra; e dentro il quale sedevano i padri della patria a deliberare il meglio, cioè quello che i forti comandavano o che insinuavano gli scaltriti; quivi era il collegio dei nobili giureconsulti, che portavano un vestone di porpora, coi cappucci e i baveri foderati di vajo; quivi il collegio dei notari e dei fisici, gente che impinguava sui morbi corporei e sui morali della povera umanità: quivi ancora l' uffizio del Panigarola, ove i mercadanti, colla solita sincerità, notificavano tutte le vendite e i contratti, ed ove si conservavano ricavate nel sasso, le precise misure dello stajo, delle tegole, dei mattoni, per risolvere le differenze, ed inoltre una rozza pietra, la quale si faceva, come diceano, acculacciare dai mercanti che rompessero il banco, cioè fallissero di pagare, se col sacco o per mera disgrazia i giudici non guardavano poi tanto pel sottile. Quivi pure Azone Visconti aveva, nel 1336, eretta la badia dei mercanti, con banchieri e cambiatori là dove ora è l' uffizio dei telegrafi, e di rimpetto la badia dei mercanti d' oro, d' argento, di seta: quivi i tribunali civili, ove salivasi per una scala, presso cui è ancora esposta al pubblico una lapide, la quale insegna come dal litigare nascono inimicizie, si getti denaro, si turbi l' animo, si sciupi il corpo, si lasci l' onesto per l' inonesto, non s' ingrassino che i procuratori; quei che sperano rimangono con un pugno di mosche, e quando pure riescano, al tirar delle tende si trovano avere, in spese e in mangerie legali, buttato tanto o più che l' acquistato.
Così la lapide: ma le cronache soggiungono che pochi facessero pro dell' avvertimento, perchè quelli che andavano colà a muover liti aveano sugli occhi una benda postavi dall' amor proprio, sicchè da una parte si davano a intendere d' aver ciascuno la ragione dalla sua, dall' altra credevano che al mondo vi fosse giustizia. Noi però, meno maliziosi delle cronache, pensiamo che al consiglio non si desse nè si dia ascolto, perchè scritto con caratteri gotici e in latino.
Questo pezzo d' anticaglia è dei pochi scampati a quella, per non dir altro, benedetta smania di rinnovare:[15 ] mercè la quale, della badia dei mercanti più non rimane vestigio; il portico del collegio dei dottori e dei fisici fu ridotto a più recente architettura, ed abbellito il campanile che a mezzo di quelli era stato eretto nel 1272 da Napoleone della Torre per dar i tocchi al mezzodì, alle due di sera, e quando alcuno veniva condotto al supplizio: il palazzo della Ragione convertito in archivio è chiuso e intonacato, sicchè a pena disotto a un erto strato di calcina si discerne la forma delle antiche arcate, come un pensiero maschio di sotto all' inviluppo d' un parlare artifizioso e cortigiano. Anche le logge sono abbattute, ma per fortuna non potè, nel Seicento, venir condotta a termine la fabbrica delle Scuole Palatine verso gli Orefici, onde sussiste ancora parte della loggia degli Osj, cominciata nel 1316 da Matteo Magno.
Questo edifizio era rivestito di lastre di marmo bianco e nero, diviso in due porticati di cinque archi, un sovra l' altro: nei parapetti superiori si vedono ancora scolpiti in altrettanti scudi le arme delle sei primarie regioni della città: e ne aggetta un pulpito, sulla cui spalletta un' aquila tiene fra gli artigli una scrofa, per segno dell' alto dominio dell' Impero sopra questa città, che, come sanno i ragazzi, deriva il suo nome dalla scrofa lanosa. Su quel pulpito, che il vulgo chiamava parlera, comparivano il podestà o i consoli ad annunziare al popolo convocato i bandi e le leggi ed a sentirne il parere; ora vi stanno sotto venditori di fusi e rocche a travagliare, e guardar la sentinella tedesca, che placidamente passeggia innanzi e indietro dei cannoni.
So bene che a coloro, ai quali piace veder le cose vecchie senza i moderni guasti, chiamati miglioramenti, gradirebbe non poco che, anche a costo della comodità, si fossero le fabbriche lasciate nell' antico assetto. Benchè tali allora durassero, potete ben credere che Alpinolo neppur d' un' occhiata le degnò, fissando invece la moltitudine ivi congregata di gente serva, e che, al dir suo, fra pochi giorni tornerebbe libera, magnanima, costumata:--fra pochi giorni.
Delle due piazze laterali, quella dov' è l' antico pozzo e la campana del Comune serviva ai mercanti che trattavano di cambj e di traffici; l' altra pel grano e il vino; era vietato, pena dieci soldi di terzoli, ingombrare con panche e con altro le volte, come pure a male donne e ai loro mezzani d' entrarvi, acciocchè a miglior agio vi potessero piazzeggiare i negozianti e i gentilomini, pei quali erano anche disposte pancacce da sedersi, e stanghe e traverse per potergli ponere sopra, dice il Corio, falconi, astori et suoi sparvieri o altri uccelli, al piacer et comodità di qualunque volea.
Stavano dunque colà chi cavillando un soldo, chi discorrendo di novità, chi asolando scioperato, e lodando e confrontando i falchi di Norvegia, d' Irlanda, di Danimarca; mentre alcuni ripetevano i miracoli, onde in quei due ultimi anni aveva cominciato a rendersi famosa la Madonna di San Celso, e così quelle di San Satiro, di San Simpliciano, di Sant'Ambrogio; altri stavano intenti ad un pellegrino che, col bordone e il sarrocchetto, montato sopra un tavolette, raccontava la meravigliosa storia di Paolozzo da Rimini, che in Venezia viveva molte quaresime senz' altro che bevere acqua calda, e che essendo dagli inquisitori tenuto prigione, non fece che confermare la verità del portento: o ad un cantimbanco, che sopra un cartellone segnava una folla di figure che chiamava uomini, e che spiegava essere le venticinquemila persone che, il 27 marzo passato, si erano raccolte a Corrigisior sul Cremonese, scalze e seminude, flagellandosi a sangue e facendo limosine, dirette da una bellissima giovane, avuta in concetto di santa; finchè scoperto che era raggirata da un mal arnese, la fu condannata al fuoco.
Chi s' immaginasse una festa da ballo, numerosa, allegra ove ciascuno pensa allo spasso, alla festività, allo spettacolo del momento: e in mezzo a quella folla un uomo, il quale ha disposto una mina, cui fra un momento vuol dare il volo e mandare in aria il festino, i sonatori, i danzanti, gli spettatori, potrebbe aver un' idea di ciò che sentisse Alpinolo in mezzo a quella turba. Sotto ai portici ove stanno coloro che rivendono usati i nostri libri, dopo che se ne annojarono coloro che o li comprarono nuovi a bottega, o gli ebbero per attestazione dell' ossequio e dell' amicizia degli autori, passeggiava bravamente Alpinolo, misurando e pesando coll'occhio quanti incontrava, come per dire--Tu sei con me, tu sei contro me ».
Ed ecco, mal per lui, capitargli fra ' piedi Menclozzo Basabelletta, quel desso, se vi ricorda, il quale un giorno lo proverbiò su le visite che la signora Pusterla riceveva da Luchino, e n'ebbe da Alpinolo quell'iroso rabbuffo. Al vederlo sentì questi risuscitar in cuore tutto il dispetto che aveva allora provato, aggiunta la vergogna che provò dappoi, quando, in apparenza almeno, lo trovò veritiero. E gli parve che uno sguardo maligno, un maligno sorriso del Basabelletta volessero dirgli:--Non avevo io ragione allora ? » Accostatolo dunque siccome per rispondere a lingua al rimprovero che si credeva diretto a occhi,--Ebbene ? (gli disse ) con quanto ingiusti denti avevi allora morso la signora Margherita.
--Eh! tu il devi sapere meglio di me », riprese l' altro con fredda ironia.
Ed Alpinolo, frenando a stento la rabbia,--Guarda ! vorrei cacciarti in gola codesti insulti a furia di sergozzoni, se non sovrastasse il momento, che tu stesso hai da veder chiaro più che per le mie parole.
--Bravo ragazzo! (ripigliava il Basabelletta ) ora profitti nel viver del mondo. Bada a me: prometti sempre sulle generali; altrimenti col venire a precise particolarità, ti toccherebbe poi a trovarti di nuovo smentito, e deriso dei tuoi millanti.
« -- Eh no ! » replicava Alpinolo, sempre più infervorandosi.--Non sono millanti: derisioni non temo: ti so dire che questa condizione di cose tentenna: che costoro hanno a regnarci per poco. »
E il Basabelletta:--Ci regneranno, perchè il diavolo ajuta i suoi e perchè son troppi quelli che sanno cianciare come te, e poi all' opera non valgono la metà di quel che mostrano a parole ».
Considerate se Alpinolo sentisse pizzicarsi le dita ! ma parendogli in quelle espressioni ravvisare uno, su cui fare fondamento per l' ideata rivoluzione, mandò giù, e stringendogli convulsivamente la mano, il trasse verso un canto ove fosse men gente, e guardandosi intorno e abbassato la voce,--Quel che è stato è stato (gli diceva ): ma poichè tu pensi diritto, sappi che le ciancie prenderanno corpo, che le speranze non sono in aria questa volta: che dove il popolo tutto è malcontento, dove il principe esecrato, basta una favilla a destare un incendio maledetto. E la favilla, ti assicuro, v'è già chi batte la pietra per suscitarla.
-- Sai che ? » ripigliava il Menclozzo.--Si vorrebbe che men pieghevoli avessero le schiene cotesti nobili; men ligi al padrone fossero e più amorosi alla plebe. Credilo: gli uomini sono come le nespole: per maturare vogliono la paglia. Sulla paglia dei casolari troveresti ancora dei cuori generosi: ma mentre il popolo s' invigorisce sulle glebe e nelle officine, i ricchi si smaschiano in giuochi e tornei, a caccie, a balli, a far tavolacci, e a cercar gloria nell' ostentare codardia alla Corte. I nostri buoni vecchi era loro vanto il sostenere la plebe nella Credenza di sant'Ambrogio, francheggiarne i diritti contro chi voleva soperchiarla... Ma il mondo invecchia peggiorando e di quella santa razza più neppur uno ce n'è: neppur uno.
-- E tu sempre (così soggiungeva Alpinolo, sentendosi brillar dentro il cuore a quel parlare ), sempre tu pigli san Michele pel diavolo. La razza dei buoni vive, ed io la conosco; e pensano al popolo più che tu non credi, e se l' intendono, e frappoco... e sapranno rendere giustizia a chi sente come te generosamente. Credimi e spera.
-- Ch'io speri ? Da senno me ne cagione il veder anche quelli che meno dovrebbero lasciarsi pigliar per la gola. Il tuo Pusterla per uno. Che non otterrebbe se egli stesse con noi ? Invece, appena Luchino gli gettò quell'osso dell' ambasceria, accomodò l' anima alla servitù, e fatto dolce come un miele, se la campa a Verona senza un pensiero nè di sè, nè della patria, nè di qualche altra cosa che gli stringe più sulla pelle.
-- Sta colà, non ci pensa eh ! » saltò Alpinòlo tutto fuoco. Or -- sappi invece... ma stia in te, sappi che il mio signore non è -- altrimenti a Verona: se v'andò fu solo per intendersela con Mastino; -- ed ora è qui in Milano, in petto ed in persona: e... Insomma, ti -- basta ? sei ora convinto ?
-- Belle fandonie ! » esclamava ridendo il Menclozzo--Povero ragazzo ! tu sei buono, e ti fanno bevere grosso. Qualche servitore te l' avrà dato a intendere: forse qualcuno avrà cantato per farti cantare...
-- A chi farla bere ? » interrompeva Alpinolo, rosso come bragia.--Ma per chi m'hai tolto ? Non ho io a credere a questo par d' occhi ? Sappi dunque che jer sera, in casa i Pusterla, io persona prima, ho parlato con lui, con Zurione, con una mano di persone tutte di primo conto, e han detto quel che basta: e già dispongono: e non s' andrà all' altro sabbato a pagar le partite... » e seguitò via contando tra quel ch'era vero, e quel ch'egli si era immaginato. Ma l' altro, o incredulo davvero, o per quell'umore suo di contraddizione,--Va là, va là (replicava ); c' è chi lo terrà indietro: e quell'acqua cheta della signora Margherita...
--Chi? Margherita? che celii ? » continuò l' improvvido.--Essa non vede anzi quella sant'ora di nettar il paese da queste sozzure. Ella ci narrò la storia di Galvagno Visconti suo antenato, il quale, al tempo del Barbarossa, andava attorno vestito da buffone, colla cerbottana in mano, fingendo strologare: e intanto macchinava, e conduceva maneggi per la liberazione della patria. Ha fino soggiunto: « Allora i savj facean da matti; oggi i matti si credono troppo savj. »
Qui è da sapere che, fosse arte o piuttosto accidente, gli archi del portico, sotto al quale discorrevano Alpinòlo e il Menclozzo, sono combinati in maniera da produrre il fenomeno delle così dette sale parlanti; fenomeno che alcuno de ' miei lettori avrà potuto osservare in san Paolo di Londra, nella galleria di Glocester, nella cattedrale di Girgenti, e più vicino, nel palazzo ducale di Piacenza, nella sala dei Giganti a Mantova, e fin in una volta del parco di Monza. Consiste in ciò, che uomo non può dire paroluzza sì cheta presso ad uno dei quattro angoli estremi di esso portico, che non sia inteso da chi si collochi al pilone diagonalmente opposto all' arco. I fisici ne diano la non difficile spiegazione; la storia nostra si contenta di dire che v'era chi ne traeva profitto. Queto come non fosse fatto suo, mentre i due disputavano, gli ascoltava a quel modo Ramengo da Casale, di cui più di una volta ci occorse di far menzione. Adulatore di Luchino, come abbiam detto, però sapeva anguillare in modo da non inimicarsi i nemici di questo; blande erano le sue parole, ambigui i fatti: mai non sarebbesi posto colle une e cogli altri in manifesta contraddizione con veruna parte, cercando anzi andare a versi a tutti, e riusciva ad illudere molti. Fra quei molti che non penetravano entro la scellerata anima di Ramengo, era Alpinolo, al quale la cieca persuasione della bontà di sua causa faceva credere che ogni uomo dovesse parteggiare colle sue opinioni. Quindi nè ombra di sospetto gli nacque allora quando Ramengo, come lo vide scostarsi dal Menclozzo, se gli avvicinò, ed avendo già inteso quanto bastasse per iscalzarne il resto,--Imprudente ! (gli disse ) tu parlavi or ora col Menclozzo... gli avresti mai detto !... » e ammicava con aria d' intelligenza.--Sei ben certo ch'egli sia dei nostri ? Non t'ha dato Franciscolo il segno per riconoscerci ?
-- No », rispose Alpinolo.
E l' altro continuava:--A me l' ha dato Zurione, e non credo aver buttato il giorno invano, ma spero con maggiore prudenza di te. Tu a chi n'hai parlato ? »
Qui Alpinolo nominò parecchi di coloro cui n'avea fatto motto, e degli altri cui volea farlo: e Ramengo, che non ne perdeva parola, gli chiese:--Ma non ti sei tu inteso con Galeazzo e Bernabò ?
-- Non io: ma l' avranno fatto gli altri che c' erano jer sera.
--Eh! non so chi tra loro abbia con essi bastante entratura, o chi voglia avventarsi a corpo perduto come te e me.
--Come? dite poco ? (seguitava l' imprudente ). I due Liprandi non son tutta cosa con loro ? dove trovar gente più animosa che il Besozzo e quel da Castelletto ?
--Milanesi! (esclamava l' altro scotendo il capo ). Buona gente; di cuore; ma per darsi moto, per voler risolutamente, è inutile, bisogna ricorrere a quei di provincia.
-- E per questo (seguitava il garzone ) v'è il Torniello da Novara: e stamattina l' ho già veduto parlare con...
Così rinvesciava e ciò che sapeva, e ciò che immaginavasi; ed esponeva come fatti veri e successi quei che erano sogni di sua fantasia. Poi, contento di aver conosciuto un nuovo apostolo, abbracciatolo con un movimento generoso e cordiale, voltava via per cercarne altri, mentre Ramengo si difilava al palazzo, e faceva dire al Signor Luchino d' avere a comunicargli cosa della più grave urgenza. Luchino comandava che entrasse.
Ma gli è tempo che diamo a conoscere ai nostri lettori questo malnato.
Ramengo era detto da Casale appunto dal luogo donde nasceva nel Monferrato, e donde, bambino in fasce, era stato portato via nel 1209, quando quella terra si era ribellata a Matteo Visconti per darsi a Giovanni marchese di Monferrato ed ai Pavesi. Il padre di lui, soldato di ventura, senz' altra ricchezza che la spada, era venuto a Milano a procacciare sua ventura al soldo dei Visconti. Morto poi nelle battaglie, sulla stessa via lo avea seguito Ramengo, siccome l' unica nella quale sperasse acquistar nome e ricchezze, e contentare l' avara ambizione che lo struggeva. Nè il sollevarsi era difficile cosa in quei tempi agitati, quando Dante si lamentava che diventasse un Marcello ogni villano, il quale venisse parteggiando. Che se ognuno non avesse in pronto esempj di subite fortune, potrei ricordare Giovanni Visconte da Oleggio, povero fanciullo, raccolto di quei di appunto dai Visconti, e messo chierichetto in Duomo, poi fatto cimiliarca, poi podestà di Novara, poi generale di tutte le armi di Luchino, e suo logotenente e capitano per tutto il Piemonte: ovvero la bizzarra storia di Pietro Tremacoldo, detto il vecchio, mugnajo lodigiano, che divenuto famiglio dei Vestarini che colà dominavano, ottenuta da essi in custodia una porta della città, una bella notte v'introdusse certi suoi assoldati, levò Lodi a rumore, prese i Vestarini, e chiusi in un vestaro, come il vulgo chiama l' armadio, ve li fece morir di fame, proclamando stesso signore di Lodi.
-- Se questi e quelli, perchè non anch' io ? » diceva Ramengo tra il suo cuore, ogni qualvolta udisse tali o siffatti racconti: e poichè si sentiva incapace di salire con arti buone, disponevasi a quelle qualunque fossero che il potessero giovare, adulazioni, viltà, tradimenti.
I Pusterla, che avevano lauti poderi nel Monferrato, ed erano per alcun tempo stati feudatarj di Asti, aveano tolto in protezione il padre di Ramengo, acquistandogli credito e posto nelle milizie. Ma persone, la cui vista rammenti il dovere di una gratitudine che non si ha, divengono esecrate al malvagio. Ramengo, cresciuto con cuor tristo, se al mondo un n'era, uno di quei cuori per cui è necessità l' odiare, abborriva svisceratamente la famiglia Pusterla, perchè n'era stato beneficato; ma avendone tratti molti vantaggi, e molti altri sperandone, dissimulava; e fattasi una fronte inesplorabile, mostravasi coi Pusterla devoto sino alla viltà e piaggiatore, mentre con inquieta scontentezza procurava alzarsi sulle loro rovine.
Ruppesi intanto la guerra fra Ghibellini e Guelfi, e il papa, scomunicato Matteo Visconti, mandò l' esercito a sostenere gli anatemi, tanto che Matteo, atterritone, rinunziò il potere a Galeazzo suo figliuolo; e datosi a vita devota, morì poi nella canonica di Crescenzago. Allora Galeazzo spinse vivamente le ostilità; e fattosi confermare signore di Milano, chiese sussidj a tutte le città vicine. E poichè i Guelfi fautori dei Torriani, guidati da Simone Crivelli, da Francesco di Garbagnate e dal cardinal legato, tentavano passare l' Adda per entrare su quello di Milano, tutto al lungo di quel fiume dispose corpi d' osservazione, e rinforzò le rôcche. A Trezzo stava quel Marco Visconti di cui un amico mio sì bene vi espose le bravure e i patimenti: il castello di Brivio, un forte eretto a Olginate e la rocchetta di Lecco erano governati dal padre di Franciscolo Pusterla: il quale, volendo che suo figlio facesse il noviziato delle armi, gli affidò quest' ultima, ponendogli però ad ajutante Ramengo. Ciò avveniva nel 1322.
Lecco in quel tempo era poco meglio che un mucchio di rovine. Imperocchè essendosi esso ammutinato contro i Visconti nel luglio del 1296, Giavazzo Salimbene podestà di Milano, coi collaterali del capitano e tutti gli stipendiati della repubblica, cavalcò a Merate, e quivi congregati molti fanti della Martesana, mosse sopra Lecco, ne levò dugencinquanta ostaggi, che spedì a Milano, poi ordinò che fra tre giorni tutti i terrieri uscissero dal luogo, e a Valmadrera si collocassero colle loro robe a cielo scoperto, e guai a chi si movesse. Infelici! dovettero obbedire, e di là dal lago videro bruciare la patria loro, non conservata che la rocchetta per tenerli in soggezione; poi intesero pubblicarsi un bando, che mai più quel borgo non fosse rifabbricato.
Simili vendette erano a tutt' altro opportune che a far amare il dominio: e in quelle parti più sempre si infervorò l' animosità contro dei Visconti, alimentata dalla intelligenza che manteneano colà i Torriani, oriondi della vicina Valsassina. E sebbene le replicate vittorie dei Visconti avessero fiaccato la potenza di questi, ogni qualvolta però riuscissero a sollevare il capo, i Torriani trovavano appoggio in questi terrieri. Devotissimi a loro v'erano i Ticozzi, i Manzoni, gli Invernizzi e principalmente Gualdo della Maddalena. Col volgere dei casi, la famiglia di questo era stata disfatta, egli ucciso in battaglia; l' unico figlio Giroldello, menato ostaggio, era riuscito a camparsi, e aveva ultimamente preso servigio nelle truppe guelfe: nè rimaneva in Lecco che una sorella sua Rosalia, teneramente amata da Giroldello, più amata ancora dopo che da lei lo distaccava la sventura.
Bellissima era cresciuta la Rosalia, e con quel prepotente bisogno di amore che istillano negli animi dolci le sciagure dei primi anni, e che più si accende quando mancano attorno le persone su cui sfogarlo.
Franciscolo Pusterla, giovanissimo allora, aveva conosciuto la coetanea fanciulla, e ne compassionava la situazione, tanto più perchè la vedeva così bella: qualità che ha tanta parte nei sentimenti destati da una fanciulla. Riguardandola come vittima innocente delle civili discordie, come martire d' una fazione, cui la sua famiglia stessa aveva aderito, e che ora rimaneva nobilitata dalla sventura, volentieri trovavasi con lei, le usava maniere di singolarmente amico, e con arti di delicata beneficenza sapeva recarle opportuni soccorsi: tanto che i molti che han costume di non credere alla generosità se non interessata, bucinavano che Franciscolo l' amoreggiasse.
La conobbe anche Ramengo, e le pose amore.
Ma no: di questo sentimento, che in tanti è germe d' azioni generose, non si deturpi il nome usandolo a significare quel che Ramengo provò per Rosalia. Calcolo, mezzi, risultamenti egli vedeva solo colà, dove gli altri dell' età sua vedono affetti, piaceri, illusioni. Unica meta d' ogni suo operare era di togliersi alla nativa bassezza, ed avanzare negli impieghi e alla Corte, fossero qualunque le vie. Tra le vicende d' allora aveva egli veduto salire quando i Visconti, quando i Torriani: e sebbene ora paresse assodato il dominio dei primi, non poteva un accidente rimettere gli altri in potere ? Collegarsi col Visconti nel tempo del loro maggiore ascendente era idea che il desiderio poteva suscitargli, ma che la ragione ributtava siccome un delirio. L' umiliazione presente all' incontro porgeva il destro di amicarsi coi secondi; gran cose bollivano: il paese era in guerra e la sorte delle armi va sempre dubbia: se mai tornasse prospera ai Torriani, qual merito di essersi unito a loro in tempi di sfortuna, quanta ragione per venirne ingrandito !
Ma sposare la causa loro apertamente sarebbe stato un mettersi a repentaglio. Se invece prendesse per moglie la Rosalia, essa era tanto meschina, tanto sola oggidì, da non ispirar gelosia a chi che fosse; da non impedirlo d' esercitare il rigore contro chiunque desse segno di devozione al nome torriano. Qualora poi i Visconti venissero sbalzati dal dominio, la Rosalia non solo gli varrebbe di tavola per campare dal naufragio, ma per approdare anche ad una riva fiorita.
Con questi calcoli si preparava ad un' unione, che solo l' accordo dei caratteri e la virtù possono rendere beata: con questi e con altri ancora più turpi. Aveva egli avuto sentore della predilezione di Franciscolo per la Rosalia, e l' aveva creduta spinta chi sa fin dove. Ma poco brigandosi di ciò, coglieva volontieri un' occasione di vendicarsi del Pusterla coll'usurpargli l' amica. A lui, che si teneva per un gran che nelle guerre, metteva astio quel trovarsi soggetto a un garzoncello, che allora faceva le prime armi. È ben vero che questi interamente a lui deferiva nelle cose di guerra, ma però aveva più volte posto freno all' eccessivo rigore onde perseguitava la parte avversa; e principalmente una volta gli aveva fatto seriissimi rimproveri perchè avesse mandato uomini in traccia di Giroldello, venuto in Lecco a salutare nascostamente la sorella, e ingiunto a loro che, non potendo vivo, il prendessero morto, Ramengo cominciò da quel punto a considerare Franciscolo colla stizza onde un fratello diseredato guarda l' altro dovizioso: a tenerlo per un impaccio a ' suoi progressi; a contrariarlo sott'acqua, aspettando luogo e tempo di far peggio.
E per contrariarlo richiese la mano della Rosalia a certi lontani parenti, alla cui custodia era stata commessa: i quali, tra per disgravarsi d' un peso, tra per la speranza di cessare le persecuzioni contro Giroldello, assentirono. Conchiuso il sì, Franciscolo sovvenne lautamente a quanto occorreva pel corredo e per le nozze; dal che Ramengo a crescere i sospetti e pigliarsene peggior talento: ma godeva di cavarne intanto alcun frutto: quando l' avesse fatta sua, penserebbe a custodirla.
La Rosalia, come succedeva allora e come succede anche oggi al più delle fanciulle, ne venne informata ad affare conchiuso, e consentì senza sapere che si facesse. Non conosceva ella Ramengo, nè questi avea fatto opera per meritarsene la benevolenza, ma quando si vide a lui congiunta di un nodo che la morte sola può sciogliere, formò sua delizia di quel ch'era precetto; e come fa l' amore, vedendo generosità e nobili sentimenti e beneficenza in quanto aveva fatto e faceva Ramengo, andò lieta di trovare uno su cui traboccare la piena di un affetto, che non aveva sin allora avuto sfogo, e lo amò con tutto l' impeto d' una prima passione.
Amare l' oggetto che si possiede: è pur divina cosa.
Per brutale che uno sia, non è possibile che, nei primi tempi almeno, non ami la donna sua, quella con cui divide i piaceri, i dolori, le cure della vita. E Ramengo pose anch' egli amore alla ingenua sua Rosalia, e gustò le dolcezze del voler bene e dell' essere ben voluto; le quali avrebbero anche potuto ridurlo a più miti pensieri, persuaderlo a cercar quello, in cui solo è la felicità di quaggiù, il diffondere il bene fra coloro che ne circondano, grande o piccolo che sia il circolo nostro.
Ma da quei momenti di virtuosa concitazione ben tosto ricascava egli nelle abitudini antiche, spoglie di ogni gentil sentire, e per cui sino i più soavi affetti prendevano del fiero e dell' atroce. Severo, bisbetico, cane, poi a sbalzi cortese ed affettuoso, or accarezzava la donna sua, ora ne conculcava i sentimenti: oggi batteva villanamente chi avesse osato recarle la più lieve noja od esitato nell' obbedirla: domani le comandava colla rigidezza che soleva a ' suoi soldati, sottraevasi alle dimostrazioni gentili di lei; teneva insomma i modi più opportuni ad alienarsi un cuor di donna.
Conosceva egli il suo torto, ma non che emendarsene, ne traeva ragione di inviperire; non che farle merito della pazienza onde la meschina tollerava, argomentò che ella se ne vendicasse col tradirlo; argomento vago affatto ma che pure in lui divenne un bisogno, per trovar nella donna un nuovo oggetto di livore. Gli antichi dubbj intorno al giovane Pusterla rinacquero più forti; la pietà di esso parevagli segno di colpa: e poichè il Pusterla tornava sovente da lei, e seco volentieri passeggiava talora lungo quelle rive, colla compiacenza di un giovane che trovò un' anima ingenua ed appassionata; e, qualora di lei parlasse, vi metteva l' ardore che suole la gioventù, non anco avvezza a fingere, a temere, a dissimulare. Ramengo ne divenne furiosamente geloso, o, a dir più proprio, ne colse pretesto di resuscitare la rabbia che i benefizj passati e la presente soggezione gli avevano messa in cuore contro del Pusterla. Con severi rabbuffi adunque intimò alla donna come per conto nessuno volesse più soffrire Franciscolo in sua casa, imponendole al tempo stesso che si guardasse bene dal dire, nè lasciare intravedere a questo il comando del marito. Ordine che costrinse Rosalia a quegli obliqui andamenti, cui tanto spiace alle anime leali il vedersi ridotte dalla prepotenza e dalla ingiustizia; e non isfuggendo questi all' occhio scrutatore del marito, ne crescevano i biechi sospetti.
Se non che Franciscolo abbandonò Lecco per correr colle armi dei Brianzuoli in soccorso dei Visconti, i quali, dall' esercito guelfo crociato incalzati vivamente, si videro fino assediati in Milano. Breve per altro durò il buon vento ai Crociati, stantechè il Visconte, chiamate tutte le forze disperse, non solo liberò Milano, ma a Vaprio diede un tale tracollo ai nemici, che i Torriani da quell'ora perdettero ogni speranza di principato, e i loro fautori andarono sbrancati in varie parti.
Ramengo, secondo che la fortuna delle armi gli faceva scorgere nella donna sua un istrumento opportuno od inutile alle sue aspirazioni, l' aveva o meglio o peggio trattata, ma quando seppe rovinate le speranze dei Torriani, usò maniere di tal rigore, con quanti nel territorio si potevano credere devoti a quella parte, che tutti ne stavano pessimamente.
La Rosalia, che erasi data a credere di poter qualche cosa sull' animo del marito, osò interporre alcuna parola per mitigarlo almeno al suo Giroldello, ma egli avea preso tanta insolenza, che più non si poteva seco: ributtò villanamente la supplicante; poi, come d' un mezzo che più non tornava ai suoi usi, la tolse a tedio, e di voglia se ne sarebbe disfatto quando avesse potuto e celarlo agli occhi altrui, e trovare qualche appiglio onde vincere il residuo di pietà che anche ai più malvagi fa rincrescere l' immolare alcuno senza ombra di colpa.
CAPITOLO VII.
L'ANNEGATA.
Una mattina, la sentinella avanzata della rôcca di Lecco riferì a Ramengo come, sul tardo della sera precedente, si fosse avvicinato alla fortezza, un, non sapeva chi, e aveva vibrato uno strale sul verone dove stava la Rosalia, la quale avealo raccolto.
Divampò alla notizia Ramengo, persuaso che colui fosse il Pusterla, il quale continuasse in tal guisa la tresca colla donna sua per fargli scorno. E gli balenò innanzi l' idea di potere, e disfarsi di lei, e procurare un dolore atroce alla casa dei Pusterla, con un assassinio giustificato dal dover suo di custode: sicchè commise alle guardie che, se mai ciò avvenisse di nuovo, traessero senz' altro sopra lo sconosciuto temerario, l' uccidessero, e zitti.
La sera, di fatto, ecco di nuovo l' uomo si avvicina alla rocchetta: Rosalia, che stava affacciata al balcone, non appena lo vede, slancia di tutta forza verso di lui un sasso; quegli lo raccoglie, ma non appena prendeva la via del bosco per ritornarsene, un colpo di balestra al capo lo stende morto stecchito. Gli furono subito addosso le guardie, e trovarono che non era se non un valletto incognito: nessun segno, nessuna divisa dava indizio dell' esser suo, ma gli rinvennero il sasso, a cui era legato un viglietto.
Ramengo, il quale aspettava col feroce dispetto che provano gl'ingannatori nel vedersi ingannati, quando ricevette la notizia e lo scritto, compose la bocca ad un riso somigliante al ringhio di un lupo che avvisò la preda; congedò gli uomini: sciolse il foglio:--non è indicato a chi sia diretto, ma è la mano di sua moglie, e tra spasmodiche convulsioni, vi legge queste parole:
/# _Che dolcezze, da gran tempo sconosciute mi fece provar in tua lettera ! Tu vuoi, dunque per amor mio avventurarti a nuovi pericoli ? Stringerti anche una volta al cuore, è consolazione, che appena io osavo sperare. Ma se egli ti vede, ne va la vita. Però l' altro domani egli uscirà alla notte a perlustrare i posti sul lago. Appena partito, io esporrò sul verone, a levante, un pannolino, e tu scendi alla portella di soccorso che conosci. Quante cose ti dirò ! Sai ? il mio seno è fecondo. Possa quel che nascerà somigliare a te ! Addio, addio! Come tripudio al solo pensare che tra poco abbraccerò il mio diletto ! _ #/
A gran pena Ramengo durò sino al fine; morsicò il viglietto, morsicò le proprie mani, e sbuffando, bestemmiando, muggendo come un toro ferito, correva di su, di giù, dall' occhio mezzo nascosto tra le ciglia corrugate gettava faville, dalla bocca mandava spuma, colle dita serrate in pugno percoteva i mobili, le pareti, sè stesso: poi rompeva in esecrazioni infernali contro la donna sua, contro il drudo di lej.
Tanto è vero che può la gelosia sorgere anche dove tace l' affetto; -- la gelosia, primogenita dell' amor proprio, che non tanto c' inviperisce per la temuta perdita della persona diletta, quanto per l' onta di vederci posposti e svergognati.
Più Ramengo non sapeva dubitare che la Rosalia nol tradisse: chi fosse il complice suo, l' argomentava; i sospetti vaghi erano ormai certezza; non restava che un partito solo--la vendetta.
Il furor suo l' avrebbe tratto in quel punto medesimo a correre addosso alla sciagurata.--Scannarla, cavarle il cuore, strapparle dalle viscere il feto non ben vivo, e stritolarlo sotto ai piedi, erano immaginazioni in cui si compiaceva--e si mosse per darvi effetto; e già ghermiva la spaventata Rosalia, quando gli parve che questa punizione non fosse di lunga mano proporzionata all' enormità dell' oltraggio. Anche il drudo avrebbe voluto cogliere ad una rete:--Oh allora allora ! » E si pentiva d' aver lacerato il foglio:--Avrei potuto inviarlo, trar lui pure nel laccio... Ma... inviarlo ! a chi? dove? Se non avessero ucciso il vile mezzano, avrei ben io, a forza di tormenti, straziandolo a membro a membro, avrei ben io saputo strappargli il nome dell' infame. Ecco che vuol dire precipitar le vendette ! Ma ora, oh l' ho imparato ora: questa sarà lunga, tormentosa... Tremate, o scellerati ! »
Sperò che, quantunque non ricevesse la risposta, potrebbe l' amante capitare ugualmente: e però l' altro domani, sull' ora bruna, accennò di doversi partire. La Rosalia lo congedò col solito affetto, coll'affetto che opponeva ai mali suoi tratti, lo accarrezzò:--Perchè (gli diceva ), perchè sempre così aggrondato ? Io ho paura. Ramengo, sta buono ! » e colla delicata destra gli palpava le ispide gote, mentre coll'altra mano abbracciandolo, stringevasi tutta lusinghiera contro il suo fianco: e con quella più tenerezza che poteva, alzava gli occhi gonfi di pianto, verso i torvi e cagneschi di lui.--Sta buono. Mi vuoi bene ancora ? Dimmelo! accarezzami: non sono la tua Rosalia ? non porto qui dentro un nostro figliuolo ? via, un bacio innanzi partire... »
Chi colla pietra infernale gli avesse toccato la viva carne, non avrebbe recato a Ramengo tanto strazio, quanto lei con simili parole.--La bugiarda ! la infame! vuol con carezze ricoprire il tradimento: baciarmi e vendermi. Ma ti pagherò della moneta stessa: inganni per inganni ».
Tentennò, divincolossi, parve voler proferire alcuna parola, ma non si udì che un rantolo nella gola; tese le mani verso le braccia di lei, quasi per trarsela al seno; indi, come preso d' insuperabile repugnanza, coll'atto medesimo la ributtò fieramente da sè, e senza un' occhiata, senza un motto andossene precipitoso.
Ella sospirò, pianse: erano stranezze pur troppo solite in lui: ma ella non vi si era mai incallita.
Ramengo salì in barca, allargossi, poi presa di nuovo la spiaggia e tornato, si appiattò dietro una macchia donde potesse, non visto, vedere la rôcca: ed ecco fra non molto, sciorinarsi il pannolino sul concertato balcone. Al primo vederlo si rinnovarono, addoppiaronsi le furie di lui: il cuore gonfiato non pareva gli potesse più reggere in petto: gettavasi sul terreno, svelleva brancate di erba e le addentava, alzavasi, traeva la sciabola, percoteva nelle piante, nei sassi, schiantava i rami, gli arbusti, bestemmiava Dio, gli uomini, il cielo. La notte si offuscò; egli, accostatosi di più, si appoggiò fra due piante vicine, e tra quelle protese la faccia, come la jena quando aspetti al varco la gazzella: fissato alternatamente al viottolo, alla porticina, al verone.
Ed ecco su questo apparire Rosalia, in una candida vesticciuola lina, e mostrare di spingere lo sguardo via via per la pendice, come all' incerto lume cercasse discernere un aspettato. Delusa, rientrava; usciva ancora: sedevasi appoggiando il gomito sui balaustri del verone, e chinando la bella faccia nella mano, in una ansiosa ma soave aspettazione. Qualche volta alzando gli occhi alle stelle, sospirava: qualche altra li teneva per alcun tempo coperti, poi più fisi gl'intendeva, se mai in quel mezzo fosse comparso l' atteso: anche qualche canzone intonava, d' aria placida e malinconica, che lene lene si perdeva tra i patetici silenzj della notte, e si mescolava al fiottare lontano dell' onda, che frangeva al primo margine del lago sottoposto.
Ma l' aspettazione della Rosalia e di Ramengo restò delusa. Non per questo egli si stancò; ma e la seconda e la terza sera rimase alla vedetta, e fin alla sesta soffrì quell'orribile tortura, sempre lusingandosi di veder giungere il rivale, sempre colla rabbia in cuore, coll'assassinio in mente: ma sempre invano. Ebbe tempo fra ciò di stillarsi la sua libidine di vendetta: e fra le atroci veglie di quelle notti, l' andò ruminando, pungendosela alla fantasia, raffinandola quanto fosse mestieri per satollare quell'anima sua, ingorda di strazio e di sangue. Il figlio che essa maturava nelle viscere doveva possedere la vita per poterla perdere: lasciarlo nascere, metter lui pure a parte del castigo, esacerbare le pene della madre, a cui dovessero giungere tanto più micidiali, quanto meno aspettate.
Dissimulando pertanto, continuò verso la Rosalia col tenore di prima, crescendo anzi di cortesie come chi medita un tradimento: se non che fra le carezze, l' occhio suo fissavasi talvolta sopra di essa con un baleno così sinistro, così cristallino, ch'ella, gettandogli le braccia al collo gli domandava:--Cos'hai, Ramengo ? tu mi guati così ! »
Non rispondeva egli; ai baci di lei sentivasi correre dalle chiome ai piedi un fuoco d' inferno: le dita sue irrigidite e convulse stringevano involontariamente il pugnale, era duopo che la respingesse da sè, ed uscisse all' aria aperta a sfogare l' indocile rabbia. Comprendeva la Rosalia che una grave tempesta versava l' animo di lui: soffriva, taceva, non gli scemava l' amore: consolavasi negli arcani godimenti della donna che sente in sè stessa un altro essere, unito e pur diverso, vivente della medesima vita, scosso da movimenti comuni, amato come sè e vagheggiato come un altro: e tripudiava nel vedere avvicinarsi il tempo di metter alla luce un bambino, pegno dell' amor loro, che l' amor loro crescerebbe colle cure prodigategli d' accordo, coi vezzi infantili, colle speranze che danzano intorno alla culla del primo figliuolo.
Maturato il tempo, ella espose un maschio: ed appena nel bacio primo ebbe dimenticato il sofferto travaglio,--Recatelo (disse ) a suo padre ».
Gli recarono di fatto quella creaturina così gracile, che, sotto le prime impressioni dell' aria e degli oggetti esterni, vagiva e agitava le membra inferme: spettacolo d' affetto per tutti, d' ineffabile esultanza per chi è padre. Ma l' occhio di Ramengo si fe ' più feroce che mai; digrignò i denti: un riso sinistro gli raggrinzò le labbra: tolse il fanciullo sopra un braccio; coll'altra mano afferrò il pugnale, e trasse al neonato.
La bambinaja fu abbastanza lesta per sottrarlo a quel colpo, diretto al seno: ma non così affatto, che non gli recidesse, povera creaturina ! l'indice della mano sinistra. Alla vista del sangue che ne sprizzava, agli strilli spasmodici del fantolino, il violento gettò lo stile, e maledicendo e bestemmiando fuggì.
Che cuore l' amorosa Rosalia all' udir questo fatto ! Affievolita dal travaglio del parto, in quello stato in cui ogni commozione può divenire micidiale, fu per soccombere. Però la ferita si trovò di facile medicazione; donne venali prodigarono a lei quell'assistenza che le negava il marito: questo ridivenne mansueto e pentito. Non del pentimento però che avvia all' emenda: ma s' indispettiva seco medesimo d' essersi dall' ira lasciato trasportare a tradir il secreto, che del suo scorno come della vendetta volea fare con tutti, se fosse possibile fino coll'aria: onde accagionando di quell'escandescenza certe sue cure penose, la fantasia turbata da molesti pensieri fino il desiderio di cimentare l' amore di lei colla pazienza e la costanza, si mostrò mitigato, venne al letto della moglie, le parlò cortesemente.
Questa fu la medicina migliore, il miglior ristoro alla travagliata. Stese la pallida mano tremante allo sposo, che gliela strinse nella sua: gli mostrò il bambino che teneva al petto; e--Vedi (gli diceva ) vedi com' è bello ! come poppa soavemente! È tuo figlio: è figlio nostro. Di', non gli farai paura più? gli vorrai tu bene? Che viso d'alabastro! come spira amore ! Guarda: egli apre gli occhi.--Cari quegli occhietti ! son tutti gli occhi tuoi. Come ti somiglia ! Prendi: levalo fra le braccia: dagli un bacio »; e glielo sporgeva.
Ramengo, comunque fiottasse dentro, lo prese, il guardò fiso fiso, gli accostò le labbra alla faccia, e lo baciò o ne fece le mostre. Ma una furia di baci gli prodigava la madre, che in estasi d' amore, di contentezza, sentendo tutta la beatitudine d' essere moglie e madre, amata e amante, non poteva saziarsi d' osservarlo, di carezzarlo; lo fasciava, lo snudava, l' adornava, l' atteggiava; traboccando sopra di esso quell'eccesso d' affetto, che non le era dato versare sul marito.
Ma pel marito quella scena era una prolungata tortura: non vedeva nel bambino che un frutto del delitto: non vedeva in lei che una infedele: e più gli appariva tenera ed amorosa, più la esecrava come scaltrita ingannatrice.--Tante carezze, per qual altro fine che per ingannarmi ? È sì affettuosa a quel fanciullo: qual meraviglia ? Lo concepì dagli infami suoi amori ». E guardandolo, nol trovava per nulla somigliante a sè: quegli occhi semichiusi, quel malatticcio pallore, quella cascante gentilezza d' un neonato, punto non gli pareano ritrarre de ' suoi robusti lineamenti, del fuoco del suo sguardo.--No, no: non è mio figlio. L' iniquo Pusterla m'ha oltraggiato. Mal per lui, giuro a Dio ! Per ora muojano madre e figlio, verrà l' ora, oh verrà anche per lui ».
Così diceva tra il suo cuore; ma lo dissimulava, e in atti mostravasi calmo colla moglie, le dava del buono per la pace, tanto che la Rosalia ne rimase confortata, perdonò facilmente--e che non perdona l' amore ? e come non è ingegnoso a trovare scuse alla persona diletta ? -- Egli lo ama certo: oh come non amare quest' angelo ? l' ha baciato: e ogni giorno più lo amerà. E quando col primo riso lo saluterà ? e quando articolerà una parola ? E la prima che l' insegnerò sarà babbo. Appena potrà mutare i passi, caro fanciullino ! correrà da me a lui bamboleggiando, gli si avvinghierà alle ginocchia, e gongolando gli ripeterà, babbo. Esso dimentica per lui le cure, la guerra, le armi: umano si curva, il toglie fra le braccia, lo paleggia, se lo leva sulle spalle, sul capo, lo bacia e ribacia, poi viene a deporlo sul mio grembo. Crescerà poi; verrà grande, bello, robusto come lui: tutti lo guarderanno; e gli stranieri e le donne chiederanno; chi è quel pezzo di giovane ? Ed io e Ramengo ne esulteremo, e vedremo in lui il conforto dei nostri vecchi giorni.
Questi sogni passavano per la mente della malata, intanto che porgeva medicamenti e latte al fantolino; e da questi ricreata, a poco andare tornava in vigore, lasciava il letto, ricompariva per la casa. Poichè Ramengo le si offriva mansuefatto e gentile, la Rosalia, non che sgombrare ogni corruccio, fin la memoria depose del maggior torto che ad una madre possa recarsi, un insulto al suo bambino, e tornò tranquilla come prima, e festiva nelle nuove cure, nel nuovo affetto.
Poco tempo dopo ch'ella fu risanata,--era sull' imbrunire d' un giorno di maggio, bel tempo, quieto; il primo calore rendeva grazioso il soffiare dell' aria vespertina, e Ramengo disse alla moglie:--Vedi bella sera. Che non usciamo noi a far due passi ? te ne dovresti trovar meglio ».
-- Volentieri », esclamò in tripudio la Rosalia, di nulla più desiderosa che di cogliere ogni prova d' affezione venutale da lui, per volergliene sempre più bene.
--E il bambino? (soggiungeva ) Lo coricherò, è vero ? Attendi tanto ch'io l' abbia addormentato.
-- Perchè nol recheremo anch' esso ? (rispose Ramengo ) O forse ti da noja il portarlo ?
--No! (esclamava ella affettuosa ) « Oh non sai come ad una madre sia gradito peso il proprio figliuolo ? Non l' ho portato io tanto tempo qui ? »
Così dicendo, l' avviluppava in un pannolino, e di costa al marito, si avviava. Uscirono dalla rôcca, e presa la china, vennero verso il lago.
Era la prima volta che, dopo la sua malattia, essa rivedeva il cielo aperto e sereno, il lago, i monti; tutta ne tripudiava, e come a chi esce da prigione, il petto parea dilatarsele nel respirare quelle arie così soavi, così vitali. Scesi laddove il lago slanciava quietamente le ondate sovra le arene del margine, quietamente, benchè lo squagliarsi delle nevi montane e la stagione oltre l' usato dritta alle pioggie, l' avessero straordinariamente gonfiato, là sovra un muricciuolo sedettero, contemplando quella pianura ondosa, che neppure da una barca era solcata, perchè i sospetti guerreschi le avevano fatte colar tutte al fondo. La Rosalia ora guardavasi alle spalle il Resegone, dalle cui cime merlate il sole ritraeva gli ultimi raggi; ora dinanzi, il varco della Valmadrera in cui la luce tramontando parea ricoverarsi, come il sangue al cuore d' un moribondo; e accarezzava il lattante suo, lo vezzeggiava, e parlandogli come se veramente egli potesse intenderla e risponderle, diceva:--Apri gli occhi, amor mio: aprili, guarda questo bellissimo spettacolo. Vedi là i monti ? Un giorno li conoscerai ben tu. Sulle loro coste, fin sulla vetta inseguirai i cavriuoli, lesto tu pure come un cavriuolo, godendo l' aria pura, i lieti soli, la libertà. E quando sarai di qui lontano, salirai su qualche poggio, su qualche torre, per discernere ancora quelle creste: piene delle memorie di tua fanciullezza. E questo lago? Mira: c' è dentro un altro bambino, bello come te. Ma un giorno tu v'andrai per entro davvero a nuoto, lo solcherai in barca.
-- E perchè (l' interruppe Ramengo ), perchè non andiamo un tratto noi pure in barca ?
--Sibbene! (ella esclamò ): purchè a te non ne incresca la fatica.
-- Oh al contrario; è uno spasso, un esercizio. »
E in due salti fu al molo, ove sotto chiave si custodivano due navetti per servigio del cartello, gli unici lasciati in tutta la riviera; e dati i remi all' acqua, vi raccolse la Rosalia, che sedette sulla prora col fanciullo, mentre Ramengo battea la voga. Scesero così giù giù per la riva, su cui oggi va crescendo la città di Lecco: passarono sotto al ponte, pochi anni prima gettato dal signor Azone, e seguitando fra Pescate e Pescarenico, vennero dove l' acqua dilatavasi in ampio bacino. Intanto era sparito affatto il giorno; le cime circostanti spiccavano nette e brune dall' azzurro fosco d' un cielo senza nubi: e i naviganti, essendo nel mezzo, appena distinguevano la riva: ma dalle finestre delle scarse casipole vedevano esalare il fumo del fuoco a cui la povera gente coceva quel poco di cena che l' interrotta pesca permetteva. Tutto era pace intorno e dentro alla Rosalia, che inondata di soave giocondità, posava la bocca sulla madida fronte del dormente bambino; allorchè d' improvviso Ramengo batté fieramente del piede sul fondo del navetto, sicchè tutto lo squassò, e fece trabalzar la madre e destare in sussulto il fanciulletto. Indi urlò:--Traditrice infame! hai creduto celarmi le sozze tue tresche. T'ingannasti. So tutto: e l' ora del castigo è battuta. Scellerata, muori ».
Sbigottita: cogli occhi, la bocca spalancati; pallido il viso; con una mano serrandosi al seno il pargoletto, protendendo l' altra colle dita irrigidite in atto istintivo di difesa, voleva la meschina rispondere, domandare, pregare: ma non gliene lasciò tempo l' infellonito, il quale slanciati nell' acqua i remi, si avventò egli pure nel lago. La Rosalia mise uno strido, in cui sonava l' accento della disperazione; coperse gli occhi, allorchè lo vide gettarsi dalla barca; scoprendoli poi, al fioco barlume del crepuscolo potè vedere come, nuotando, egli guadagnasse la riva.
Cessato allora lo spavento pei giorni del marito, rimase dapprima attonita e tolta di sè, dubbia se fosse un sogno; poi quando cominciò a rinvenire, volse il pensiero sopra sè stessa, e sopra la sua situazione. Sola, in mezzo d' un gonfio lago, in piccola barca, senza remi per aiutarsi, sola con un bambino, la cui vita le era più cara della sua propria ! Ruppe alla prima in un pianto angoscioso, e le lacrime piovevano sulla faccia dell' ignaro lattante. Ma tantosto la scosse dal doloroso letargo il sentirsi bagnare le piante. Quel vendicativo avea strappato il capecchio ond'ora calafatato il legno, sicchè l' acqua vi trapelava lenta lenta per le commessure. Stette la tapina coll'occhio incantato sul fondo della barchetta, e parve consolarsi.--Un'ora, due al più, e sarà empita: affonderà: io con essa... e sarà finito quest' inferno.--Ma... e il mio bambino ? »
A tal pensiero rabbrividì; e affaccendandosi allora nel cercare salvezza, quanto dapprima disperando aveva agognato la morte, si strappò a furia dal capo, dal petto i veli, e con quelli si pose a ristoppare le commessure, attentissima coll'occhio, coll'orecchio, se da veruna fessura trapelasse acqua ancora; e quando più non le parve, si consolò, riprese il fanciullo, sedette, guardò a questo, guardò alla riva, guardò al cielo... Il bambino era sopito: la riva lontana, silenziosa come l' egoista alle miserie dei suoi fratelli, il cielo bello, limpido, qual suol esser al terminare di maggio in quelle floride parti della florida Lombardia, la luna scema spuntava allora di dietro i monti dell' Albenza, le cui vette si disegnavan sovra il profondo ceruleo dell' aria per la quale scintillavano migliaja e migliaja di stelle.
Quante sere, lucide come questa, avea la Rosalia passate nell' amorevole e gioconda compagnia delle amiche, presso ai parenti, spensierata fanciulla, lieta di placidi gaudii, di allegre fantasie ! E dopo sposa, quante volte, in quell'ora, sul battuto della rocchetta erasi badata ad ascoltare i malinconici concenti dell' usignuolo, od a spingere lo sguardo giù verso la riva e per lo scarco delle colline, se vedesse tornare lo sposo ! -- Ed ora ? L' idea dello sposo le richiamava alla mente i più minuti casi del passato; gesti, parole, tratti, che avevano voluto o non vedere o interpretar in bene, ed ora le rivelavano una miserabile tela di sdegni covati, di meditate vendette. Da lui condannata di colpa, onde non si conosceva rea, di cui poteva giustificarsi con una parola, condannata a penare qui, com' ella si credeva, una notte intera, nel deserto delle acque, fra il disagio e la paura... -- Oh ! che nessuno mi venga a soccorrere ?... Nessuno ?... Certo egli a quest' ora è giunto al castello; entrò in casa, rivide i luoghi pieni delle memorie de ' nostri primi giorni di felicità; nessuno gli si fece incontro a festeggiarlo; rivide il letto, rivide la cuna,--la cuna vuota; si ricordò di me, del bambino che non ha colpa; s' è pentito d' averci messi a questa croce, e corre a salvarci. Oh! saprò ben io dissipare i suoi sospetti: saprò bene col doppio di amore quietargli ogni sdegno... Mio Ramengo ! ancora mi vorrà bene, m'abbraccierà ancora. Ecco, la sua destra è sotto al mio capo; la sinistra mi accarezza, e tra noi due è questo caro fanciullo, e ci baciamo tra noi, e lo baciamo lui. Ve ' ! qualcosa di chiaro s' inoltra nel fondo... È senz' altro la sua barca. »
Il lume si avanzava lento, eguale, ma pallido, azzurrognolo, accostavasi alla barca; -- era un fuoco fatuo che seguitando si disperdeva. La Rosalia, che al suo avvicinarsi aveva mandato il grido di chi implora soccorso, che coi palpiti ne aveva misurata la distanza ed il lentissimo procedere, come anche questa speranza dileguò, sospirava, piangeva, piangeva.
Posò il bambino sullo scannello di prua, e inginocchiatasi e sporgendosi da una proda, cominciò colle mani a imitare l' ufizio di remo, se mai riuscisse a farsi più presso alla riva. Il navicello si moveva, sì, ma aggirandosi intorno a sè stesso, senza nulla guadagnare verso il lido, talchè, stanca, rifinita, scoraggiata, tornò la dolorosa a sedersi, a levarsi in grembo il fanciullo, a coprirsi gli occhi con le mani, a piangere ancora, a fantasticare.
-- Questa notte, per lunga, per ambasciosa, passerà: verrà il mattino; alcuno comparirà, mi farò sentire; sarò aiutata, tratta a riva... E poi ? che farò io ? dove anderò? Ritornare a lui ?... ma se egli mi ha scacciata... se ha decretata la mia morte... E la gente ?... che dirà la gente se mi vedono tornare a questo modo ? Comprenderanno il fatto, me incolperanno di tradimento, Ramengo di violenza. Che ne sarà di lui ? di me? Che avesse egli a soffrire per mia cagione ? Oh Dio! Dio ! » e raddoppiava i gemiti, alzava le strida: strida da passare il cuore, ma che si perdevano inesaudite nel silenzio dell' ondosa pianura e della notte arcana.
Solo, tratto tratto riscosso da quelle, il fantolino mesceva ad esse i suoi vagiti; ella carezzandolo allora, baciandolo, porgendogli la mammella, il tranquillava; e, quasi avesse intendimento, gli diceva:--Dormi, fanciullo mio, viscere mie, dormi. Questi mali almeno tu non li senti, tu. Ma la povera tua madre!... Oh! sono io, vedi; sono io che ti ho dato la vita, son io che ti nutrisco di me stessa, che ti alleverò, che ti educherò. E guarda ! ora son qui, di notte al bujo, sola, in una barca, nel mezzo di un lago che non ha fondo... non ho un palmo di terra dove posare i piedi; non un sasso dove declinar la testa. Ma tu intanto, tu almeno riposa. La tua cuna, la morbida coltricina ti aspettano invano stasera, ben mio; pure hai le mie ginocchia per letto, hai per guanciale il mio seno: il seno di una madre: puoi tu desiderar di meglio ? Oh no? Tu poppa in pace. A me sola i guaj, a me la tempesta, a me l'inferno. O Signore! O Madonna santa! Ma voi, Maria, foste anche voi madre, anche voi portaste un bambino, e fu cercato a morte, e vi toccò di camparlo fuggendo. Deh! traetevi a compassione di me; guardatemi dal cielo, datemi forza di passare questa notte, quest' angosciosa notte, questa notte d' inferno ».
E si segnava, segnava il bambino, bisbigliava le sue preghiere, e un poco di pace sembrava pure stendersi sovra quell'anima ambasciata. Le chiuse gli occhi una stanca calma; un lieve sonno la tolse all' ansia del presente. Ma breve. In sobbalzo si svegliò, riaperse gli occhi, non bene ancora sdormentata, credendo trovarsi nella propria camera, nel letto consueto, ma tantosto guardando, toccando, si riconobbe, ricordò dov' era, come v'era arrivata.
Coll'appressarsi della mattina, erasi levato una brezza sottile e frizzante, che la faceva intirizzire e batter i denti, e che, ajutata da quella che gli idraulici chiamano contrazione della vena, spingeva, lentamente sì, ma sempre in giù la barchetta. Foschi nuvoloni si erano pure addensati attorno alle creste della Grigna e del Resegone, che incalzati dai venti delle diverse gole, di qua, di là avanzandosi come due schiere nemiche, avevan tutto ottenebrato il cielo. Poi spesseggiavano i lampi, un tuono sordo brontolava, cominciò la pioggia, si fece dirotta, ed una furiosa tempesta si gettò sul lago. La Rosalia si volse a guardar Lecco, sempre più s' andava quello discostando; e per quanto al tetro guizzo dei lampi ella aguzzasse le pupille, nessun soccorso vedeva comparire, nessuno più ne sperava.
Allora si presentò al pensiero della costernata la probabilità, indi la certezza di un caso peggiore, che dapprima nol si fosse immaginato; allora cominciò a capire che l' alba dovea, non che terminare i suoi patimenti, esacerbarli.
L' acqua cadeva come se la versassero; dove ripararsi ? come? La barca non aveva padiglione, non tenda; già il brontolio dei tuoni e lo schianto delle saette avevano svegliato il bambino, e le braccia materne non bastavano a schermirlo. Dapprima, ella si trasse la sottana in capo, e sotto a quel tetto sè medesima e lui protesse; ma l' acqua incessante ebbe ben presto inzuppati gli abiti che grondavano, ond'ella si batteva il petto, stracciava le chiome, percotevasi il capo; più non vedeva, più non sentiva. Coricò il fantolino sul fondo, ove più rialzato lasciava un po ' d' asciutto, indi messasi carpone, appoggiata sulle mani, si fece tetto a quello; e in sì penosa attitudine, porse al bambino la poppa, al modo che sogliono le belve delle foreste.
Scarso partito anche questo! All' acqua trapelata la sera per le fessure, aggiungevasi ora quella che il cielo rovesciava; le ginocchia, le gambe di lei ne erano immollate; pure, pazienza ! tollerava. Ma sempre più alzandosi, dal peso medesimo determinata, saliva l' acqua anche dov' era posato il bambino, onde la misera più non sapeva che farsi, come schermirlo. Si levò di dosso i panni, e inzuppandoli nell' umore entrato, li spremeva fuori dalle prode; facendo pala delle mani accostate, buttava fuori l' acqua; ma in questa fatica di tanto stento e di piccolo profitto conveniva lasciar discoperto il fanciullo che tutto si infradiciava, che correva pericolo d' annegarsi. Spossata, la Rosalia tornò a collocarsi carpone, strinse il fanciullo contro il petto, e piangeva e pregava, mentre intanto continuava la pioggia come Dio la sa mandare, e l' aria di tramontana cacciava il battello all' ingiù. Tratto tratto sollevando il capo, essa vedeva traverso a quel diluvio, passar sulla riva i casali e le terre, e come venne là dove alla Rabbia dopo Olginate, il fiume piglia un corso violento, sentì trabalzare, aggirare vorticosamente il suo legnetto: si credette sommersa,--baciò il bambino, e raccomandò l' anima sua al Signore--l'anima sua e la vita del suo poppante. Ma dopo sospinta alquanto dalla corrente, e respinta dalla ritrosa, si trovò in mezzo alle acque che riposavano di nuovo, lentissimamente inoltrata dal vento che scemava di forza.
Oggidì le molte palancose, che, o per comodo della pescagione, o per dedurre l' acqua ai mulini, furono piantate in quel lago ove torna a restringersi per formare il fiume dell' Adda, lo impigriscono talmente, che fra Olginate e Brivio può dirsi un paludo morto, ingombro di alghe e di cannuccie. Ma in quel geloso tempo servendo di frontiera, non permettevano i signori di Milano che rimanesse rallentato da qualsifosse ingombro, sicchè sbrigliato scorreva; oltrechè, essendo, come abbiamo accennato, rigonfio per le nevi sciolte e per frequenti acquazzoni, versavasi per quell'unico suo scaricatore, e seco traeva la navicella di Rosalia. All' avvicinarsi d' ogni casa, d' ogni villaggio, quante speranze sorgevano in cuore della meschina che alcuno la vedesse, la sovvenisse ! Ma era troppo di buon mattino: pei timori di guerra nessuna nave, come abbiamo ripetuto, solcava allora quel fiume, e la direzione della corrente la trascinava verso la riva sinistra, deserta di abitazioni.
Anche a Brivio da ultimo passò innanzi, e come vide scostarsi pure questo castello, come si sentì trasportata rapidamente dal fiume, che sotto di quello scende a scorsa, si diede per senza scampo perduta. Il temporale, secondo suole in quella stagione, erasi presto sfogato; e Rosalia, alzando gli occhi, vide lo stesso vento che avea addensate le nubi, spingerle ora lontano, al modo onde si dileguavan le sue speranze, e spazzare la volta del cielo, sulla quale cresceva il sole. Ma qual pro che il cielo cessasse d' ispirarle sgomento, se non minore glielo infondeva la rapidità dell' Adda, che, raggirandola, barellandola, la traeva frammezzo a isolette, a selve, a dirupi, ove non avvisava un abituro, un campo coltivato ? Gli occhi di lei più non avevan lacrime, non più voce la gola; e quelle ore di spasimo le avevano impresso sul volto un solco profondo, come anni ed anni di cordoglio, come un' ora di colèra. Con una stupida maraviglia levava gli occhi al cielo, li girava sulle spiaggie che le si involavano dai lati, li chinava sulle acque che spumavano, rumoreggiavano, facevano vortice dinanzi al serpeggiante navicello; ma sempre finiva col fissarli sovra il suo pargoletto con un amore più intenso, quanto più s' accostava alla disperazione.
Si assettò di nuovo, se lo coricò sulle ginocchia, gli porse una poppa... l' altra.... Ohimè ! erano inaridite !... Una notte come quella, in sì fiero struggimento e sì prolungato, ne aveva esausto il latte. Invano il bambino colle avide labbra facea forza di suggere; invano ella stessa le premeva; a forza di dolori ne sprizzava sangue vivo, ma nessun nutrimento. Un' altra idea s' aggiungeva dunque alle atroci da cui era già straziata: l' idea di aver a morire dalla fame, prima che le acque gli inghiottissero.---Ma no (diceva tra sé ), il fiume è violento, molti scogli l' ingombrano; romperemo a qualcuno... Ecco là in fondo come spumeggia intorno a quel masso... ecco là come pare si precipiti. Ivi sarà l' ultimo tratto, sarà la fine di tante pene.--Ma, e il mio bambino ? tu, frutto delle mie viscere? Perir anche tu? perire innanzi di aver gustato la vita ? innanzi di aver altro provato che pochi giorni di pianto ? O mio Dio! Dio mio! salvate quest' innocente ! O angelo suo custode, venite, levatelo sulle vostre ali, portatelo a salvamento ! e me, me lasciatemi pur al mio destino, non piangerò, non gemerò, morrò contenta, solo che sopravviva il figliuol mio... Ma che ? tu vagisci ?... poverino ! hai tu fame ? Oh trista me! Desolata me ! E non avere onde ristorarti ! o doverti vedere a languire, e forse a morire fra poco !
Le tornavan copiose le miserabili lacrime, ed ancora porgeva il capezzolo al figliolo, ma ancora senza frutto ! onde, convulsa, disperata, chiamava, strideva; -- non rispondeva nessuno; nessuno l' udiva... Illanguidita, piegavasi sovra il pargoletto, giungeva le sue alle labbra di lui, nell' atto del colibrì quando porge la lingua a suggere per alimento agli aerei suoi pulcini.
Rapido intanto, tortuoso caracollando scendeva il navetto. Qualche casipola di pescatori, qualche mulino scorgeva di distanza in distanza; alcun contadino, alcun boscaiuolo, alcuna lavandaia, intenti alle opere loro sulla spiaggia, ove n'era alcun lembo, se vedeano quella barchetta di lontano, la fissavano un tratto; qualcheduno esclamava:--Strano gusto d' andare giù pel fiume ora che è così grosso ! »
Ma altri soggiungeva:--Non vedi che non ha remi, nè timone ? È una barca che si perde.
-- Si perde ? Corriamo ad ajutarla. Malann'aggia la guerra che ci tolse i nostri battelli ! »
Correvano, e non sapevano dove, e gridavano verso la barca, e alcuno affrettavasi ai posti dov' erano le sentinelle e le vedette, ma prima che fossero arrivati, l' acqua superba avea tratto innanzi la navicella così che più non potevano se non guardarle dietro ed esclamare:--Povera gente che v'è dentro ! Gli ajutino le anime del Purgatorio!»
Il fiume, che in quello spazio corre a rotta anche ne ' tempi ordinarj, ma a vero precipizio quand'è gonfiato, giunto al luogo che chiamano il Sasso di San Michele da una chiesuola erettavi dalla timorosa pietà, entra in un letto più angusto, con furia ancor più minacciosa. Dico il luogo appunto, ove, tre secoli dopo quel tempo, venne aperto a gran forza ed artificio un canale navigabile, che dal sovrastante villaggio è denominato il Naviglio di Paderno, e che con moltiplicati sostegni modera l' acqua in modo, che senza guasto le navi discendono l' altezza di ventisette metri nella traccia di un miglio o poco più.
Nulla eravi allora di ciò, e il fiume in balia di sè stesso dando volta, s' insaccava in quella stretta, che oggi ancora, benchè difesa da salda e fitta travata, mette i brividi ai pochi naviganti che s' avventurano a passarle da lato, e che ripetono al piloto, ai rematori, di tenersi ben rasente alla riva opposta, mentre si raccomandano al Signore, e rammemorano i non rari casi d' infelici, che l' inesperienza o l' impeto strascinò attraverso per le Trecorna, come vien chiamato quel gorgo. Di qua e di là del quale ergesi a picco una montagna, da cui i secoli divelsero enormi catolli, onde è seminato ed irto quel varco. Alcuni si alzano giganti da emulare i greppi laterali; altri sporgono appena a fior dell' acqua la cima tagliente; dell' acqua che, riurtata fra i massi, spumeggia loro intorno, si ritorce in sè stessa vorticosa, ruggisce sì che da lontano se ne ascolta il frastuono, come da lontano se ne vedono balzare le spume ad incanutire i più erti scogli, e diffuse in minutissima spruzzaglia, ingombrar l' aria d' una nebbia trasparente, e colorarsi dell' iride, rinfrangendo i raggi del Sol levante e del morente.
Intese la Rosalia il grave e minaccioso frastuono, poi vide quell'abisso; in soprassalto di terrore si scosse dal momentaneo assopimento, cacciossi le mani nelle chiome irte sul capo; aperse quindi le braccia, le tese colle dita aggranchite, spalancò gli occhi, la bocca ad un ah ! disperato quando la barca fu presso, quando venne dal vortice strascinata. Al primo sobbalzo si credette morta; premette al seno il bambino, quasi il suo seno potesse sottrarlo da quel furore; avventò uno sguardo ansioso sulle rive, quasi lusingandosi che le potesse bastar la forza per recare, sventurata ! attraverso quell'impeto, fin colà il diletto suo peso.
Udiva frattanto il fondo della barca crocchiare strisciando sul fendente dei macigni: era diguazzata ora dalle onde che sovverchiavano il legno, ora dal piovoso polverio, in cui quelle si risolveano frangendo contro i ronchioni; ogni nuovo fiotto era una trafittura; nessuna era quella della morte. La morte coglie bensì l' uomo, contento fra le lautezze della gioja, ma risparmia l' infelice quando la invoca siccome termine delle sue miserie.
Ed io, nato sulle rive di quel fiume, non dimenticherò mai d' aver veduto... Egli era un povero sartore della mia terra, fidanzato ad una setajuola della riva opposta, povera anch' essa, ma ricchi entrambi di sentimento. Salì egli in battello per varcare il fiume, e andarla a trovare; l' Adda era grossa: veniva la sera; egli, mal destro nel remare: la corrente gli tolse la mano e gli strappò un remo, onde giù e giù. Noi accorremmo; egli fece ogni industria per ajutarsi, ma non vedendo più modo, in abbandono d' ogni rimedio umano--parmi vederlo tuttora--inginocchiossi, incrociò le mani sul petto... noi pregammo per l' anima sua. Al domani si trovarono giù per le Trecorna i galleggianti frantumi del suo battello.
--La setajuola!
Ma per Rosalia non andò così. La sua barchetta, per non so qual ventura, ficcossi fra due scogli vicinissimi, uno dei quali, d' ingente mole, era stato rovesciato dal caso sopra l' altro, in guisa che questo gli serviva di puntello, come il guanciale a cui un gigante riposasse le membra enormi, stancate nella battaglia; e sotto al loro cavo, alcuna quiete avea quel bollimento. Ivi non percosse la barchetta sì forte da andarne spezzata, e il rincalzo delle onde ve la tenne come confitta e in tentenno fra il mugghio, fra i vortici, fra la spuma, fra la continua aspettazione della morte irreparabile.
La Rosalia si levò, curvossi sopra quell'acqua--un salto e più non comparire fuori,--e aver finito, finito questo prolungato crepacuore.--Ma, e il bambino ? Oh finchè pure un filo di vita restasse, bastava per attaccarvi la fiducia. Misurava coll'occhio l' ertezza di quelle rupi; arrampicarsi fin lassù... nulla pareva impossibile alla forza, dirò meglio, alla frenesia dell' amor materno. Ma e poi ?... gente all' intorno non v'è: il rovinio delle acque non lascia intendere le chiamate. Avrebbe dunque a morir lassù di fame, dopo aver uno ad uno noverati i singulti del moribondo figliuolo, dopo sorbito stilla a stilla il calice di quella desolata agonia. Ora la corrente, che tanto l' avea dianzi spaventata, le pareva desiderabile, come un rimedio, come l' unica speranza; poteva forse recarla ad una riva, dove alcuno la guardasse, la soccorresse. Ma qui, qui non altro poteva aspettare che la morte.
Risoluta pertanto ad avventurarsi di bel nuovo, col vigore che le infondevano il prepotente istinto della vita e la pietà materna, puntò le braccia contro quei massi, ne staccò la navicella aderente, sicchè fra essa ed il macigno potesse mettersi un filo appena d' acqua, il quale di subito dilatandosi il passo, allontanò il legno, e spinse; l' istante dopo trovavasi ancora in balia della corrente, trovavasi fra nuovi gorghi, fra nuovi scogli, poi librata all' impeto dell' Adda che, emersa da quel sasseto, e ripigliando libero corso, la portava colla rapidità del desiderio. Lo sgomento attuale cancellava la ricordanza del precedente; avrebbe voluto ancora trovarsi fra quei sassi, fra quelle angustie di prima, ma ferma ed appoggiata; e pregava Iddio di ridurla colà, di presentarle un altro scoglio, ove un istante assicurare la vita sua e del suo bambino. Chieder salvezza più non osava: assai le era invocare la morte men dolorosa; o piuttosto ella medesima non sapea più che dimandare, se non ogni momento, una situazione diversa da quella in cui si trovava.
Però, dopochè nuovi pericoli la sgomentarono sotto al castello di Trezzo, l' Adda, spaziando in men ripido letto, portava la navicella con minor violenza, e nelle vicinanze di Vaprio, l' andava sempre più accostando alla sponda, sicchè un raggio di speme tornò a brillare sugli occhi di Rosalia. Di fatto ella fu dalla ritrosa trascinata rasente ad un masso, che scalzato di sotto dal batter delle onde, formava una grotta, dalla cui volta pendevano i radicioni e i torti rami d' un caprifico. Ad uno di questi venne fatto a Rosalia di ghermirsi, e coll'estremo di sua forza stringendolo,--Grazie al Signore, (esclamò ) eccolo salvato ».
Respirò; con occhio consolato riguardò il suo bambino, e sul volto le si fece tal mutazione, qual era successa nel cielo quella mattina. Il fiotto tentava bensì di scostare il barchetto, ma essa, attenendosi con ambe lo mani, ne vinceva lo sforzo. Cominciò poi a mirare d' intorno. La rupe, dov' essa era fermata, sporgeva erta e discoscesa. Per quanto l' occhio arrivasse, non si discerneva un approdo. In sulla sinistra dell' Adda, stendevasi fiorita e verdeggiante la pianura, e per quella vigorosi contadini e bizzarre Bergamasche attendevan giulivamente dietro alle opere campestri; ma tanta era la lontananza, tale il rombazzo del fiume, che ella non potea farsi intendere fin colà. Intanto il sole, giunto a mezzo del suo corso, sferzava cocente il nudo capo di lei, procurandole un nuovo tormento, quasi fosse destinata a tutti provarli in quel giorno. E le ore passavano, e col fuggire di quelle cominciò ad accorgersi come la sua posizione fosse mutata, non migliorata. Colà, soletta, scevra da tutti, non vedeva modo come ajutarsi. Forse la disperazione avrebbe potuto invigorirla ancora tanto, da ghermirsi di sterpo in sterpo, di ronchione in ronchione, su fino alla vetta, ma e il bambino ? Abbandonarlo non era neppur pensiero che le nascesse, e con esso in collo, nè di muoversi tampoco le era fattibile: solo per esso tenevasi così avvinghiata al ramo salvatore.
Il bambino poco dopo si risvegliò, prese a guajolare, tormentato dall' incomodo posare sugli assi, dalla fame, e dal sole che lo coceva anche sotto ai panni, con cui, sciorinando il proprio capo e il seno, l' aveva ricoperto Rosalia. Ogni suo strillo era un coltello al cuore della madre, che tanto più addentro la trafiggeva, quanto erasi ormai creduta in salvo.
E come chetarlo? Se abbandona lo sterpo, eccola di nuovo travolta nei terrori di prima.--Forse è un villaggio qui vicino... ma, e se nol ci fosse ? se non arrivassero in tempo ? » Allora tremava che il ramo non si schiantasse, e viepiù lo stringeva, col furore onde chi affoga si appiglia a che che gli si offerisca; e gelava e sudava qualora, intontita dal sole, le paresse veder la rupe ondeggiare e cedere, o sentisse venirsi meno la forza e fiaccar le giunture delle dita, che sbattevano in convulsione.
Finchè però stava così, non poteva accarezzare il languido infante, non premerlo al seno, non l' acquetare baciandolo, cullandolo sulle ginocchia, fra le braccia. Più dunque non le restava che la voce, colla quale il veniva confortando, lusingandolo a pazientare, a tacere, a dormire: non temesse più: verrebbe presto il soccorso; tornerebbe a suo padre, al suo tetto.... Fin qualche cantilena intonava per addormentarlo....